Biodisciplines. Un numero speciale di Scienze e Ricerche sugli interrogativi contemporanei della scienza

di Marta Bertolaso e Mirko Di Bernardo.

Gli ultimi decenni hanno visto la fabbricazione di artefatti caratterizzati da complessità sempre crescente e dotati in alcuni casi di un’esistenza quasi-indipendente (come nel caso del web) non interamente gestibile da parte degli stessi progettisti. La complessità che appartiene al mondo vivente – l’esistenza di un’organizzazione a più livelli, sia funzionale che strutturale – sembra intuitivamente essere ‘raggiunta’ e a volte quasi ‘superata’ dagli artefatti umani. O meglio, si assiste oggi a una fertile convergenza tra aspetti biologici e tecnologici, fertile non soltanto di applicazioni pratiche ma anche di ripensamenti radicali di fenomeni familiari e relazioni consolidate: dal diritto all’economia, al mercato e all’impresa; dalla definizione di ‘comprensione’, ‘spiegazione’ e ‘previsione’ a quella di ‘diritto’ e ‘normatività’; dal rapporto medico-paziente al rapporto dell’uomo con l’ambiente e con la natura. Ripensare tutto ciò significa spesso recuperare e riaffermare in modo nuovo antiche saggezze e sapienze, che riguardano – tra l’altro – ciò che di pienamente umano vi è in tutte quelle relazioni e attività. Il presente Special Issue vuole offrire uno spaccato su alcuni sviluppi contemporanei della scienza e della società. Sono sviluppi che si sprigionano da quelle scienze che si confrontano con la complessità e con la natura relazionale degli oggetti d’indagine, ammettendo l’esistenza di una pluralità di livelli d’investigazione e anzi incoraggiando il ricorso a una molteplicità di linguaggi e metodologie. La domanda aperta ora a tutto campo riguarda l’intersezione tra l’interrogativo sulla vita, le tecnologie a nostra disposizione e l’attività di ricerca. Quello che il lettore troverà sono spunti, review e annotazioni critiche sulla crescente convergenza tra diversi tentativi di rispondere a tale domanda. Sono ricerche che continuano ad essere caratterizzate dal fattore umano: da un metodo e uno stile cioè che rimandano non soltanto a risolvere problemi in maniera algoritmica, ma anche a questioni etiche, a giudizi di valore delle scelte quando in gioco vi è il bene comune.

Bio-Techno-Practice. Vita, tecnologia e filo-sofia dell’agire scientifico e tecnologico

Un’apprezzabile convergenza si è verificata anche dal punto di vista epistemologico, cioè tra concetti esplicativi provenienti da un’ampia gamma di discipline, dalla fisica alla fisiologia e all’ecologia, dalla medicina alla robotica, nonché dalla bioeconomia alla biopolitica e al biodiritto. Questo intersecarsi di discipline ha fatto sì che stesse proprietà siano state attribuite a sistemi tra loro diversi – com’è appunto il caso dei sistemi biologici e degli artefatti umani – e, come tali, tradizionalmente oggetto di discipline tra loro distinte. Esempi di tali proprietà sono la complessità, la coerenza, la resilienza, la robustezza e la concezione di sloppiness, che ormai è entrata nel gergo della comunicazione scientifica per indicare l’instabilità dei risultati ottenuti all’interno dei quadri interpretativi in cui erano stati generati. Il focus della discussione, nell’analisi degli organismi e del loro comportamento dinamico, si è spostato dalla vecchia dicotomia tra meccanicismo e olismo a quella tra riduzionismo e pensiero sistemico.

Un interessante esempio di convergenza tra vita e tecnologia si ha con il concetto di “intelligenza incarnata”, oggi importante per la “biomeccatronica” (la branca che si occupa di ricreare con tecnologie cibernetiche le facoltà motorie degli organismi viventi, non senza la speranza di poter adoperare tali tecnologie per scopi terapeutici) e per la bioeconomia (secondo cui materia ed energia entrano nel processo economico con un grado di entropia relativamente bassa e ne escono con un’entropia più alta invitando a ripensare radicalmente la scienza economica, rendendola capace di incorporare il principio dell’entropia e in generale i vincoli ecologici). La biomeccatronica così come la bioeconomia ruotano attorno al concetto di progetto convergente di sottosistemi meccanici ed elettronici o economici, con un’attenzione costante alla componente biologica. I modelli adoperati in tali discipline includono conoscenze provenienti da vari rami del sapere, specialmente meccanica statistica, elettronica, teoria della probabilità e scienze del vivente. Una novità significativa è la seguente. La componente biologica e quella ambientale sono tradizionalmente considerate al di fuori del dominio della progettazione: essi definiscono cioè un campo in cui il progettatore ha possibilità di operare. In tempi recenti, tuttavia, questo stesso presupposto è venuto meno, in quanto si è appurato che proprio l’interazione dinamica tra le varie componenti può condurre alla comparsa di comportamenti “emergenti”, cioè non prevedibili a partire da quelle componenti stesse, che consentono al modello di auto-organizzazione di simulare determinati fini. Sulla base di questi principi è oggi possibile, ad esempio, la progettazione di robot “indossabili” per l’assistenza a soggetti disabili. In tale contesto, il mondo biologico (Bio) è di ispirazione per la robotica (Techno) per la quale l’intelligenza incarnata costituisce un paradigma adeguato (Logos) per una migliore comprensione della relazione sistema-ambiente.

Soltanto in tempi recenti scienziati e filosofi della scienza hanno iniziato a riflettere con attenzione sulle conseguenze dell’applicazione di spiegazioni biologiche ai sistemi artificiali. Lungi dal riabilitare l’ottica riduzionista, questa intersezione tra biologia e tecnologia sembra oggi produrre l’effetto esattamente contrario. Si è infatti sviluppata l’esigenza di ripensare la pratica scientifica e il nostro modo di concettualizzare il mondo a partire da quest’interazione tra il biologico (Bio), il tecnologico (Techno) e la pratica scientifica (Practice) ispirata dal pensiero filosofico (Logos), alla luce del fatto che questa stessa interazione sta contaminando le rispettive tradizioni. Casi come quelli della biomeccatronica e dei robot indossabili sono infatti ottimi esempi di come l’ottimizzazione delle prestazioni, basata sull’utilizzo proficuo dell’interazione dinamica tra meccanismo, componente biologica e ambiente esterno, ponga delle sfide difficilmente risolvibili – o anche soltanto inquadrabili – a partire dal tradizionale paradigma analitico-riduzionista, dominante nel corso degli ultimi quattro secoli.

Com’è ovvio, la riflessione su questa convergenza tra biologia e tecnologia è ancora agli inizi; nessuno ha idea di come essa influenzerà l’uno o l’altro ambito di ricerca. L’esigenza di pensare tali ripercussioni è oggi segnalata dal rapido diffondersi del prefisso “bio” (bio-ingegneria, bio-economia, bio-politica, bio-diritto, bio-logia ecc.), un fenomeno le cui ricadute non sono ancora chiare e che esige, dunque, una riflessione filosofica profonda. Non è peregrino ritenere che la filosofia, e la filosofia della biologia in specie, stiano entrando in una nuova fase. Finora l’attenzione dei filosofi attenti alle ricerche biologiche e dei biologi interessati alle questioni filosofiche era in un certo qual modo circoscritta alle “conseguenze generali” del progresso delle conoscenze biologiche – teoria dell’evoluzione, neuroscienze, ecologia, genetica, ecc. –, al loro impatto sulla società e alle domande speculative di lunga data quali l’esistenza del libero arbitrio o la natura della coscienza, oppure lo statuto epistemologico della biologia rispetto a concetti classici quali determinismo, probabilità, riduzionismo vs. olismo, e così via.

Le cose stanno tuttavia cambiando, un cambiamento guidato dalla sensazione diffusa di essere nel mezzo di una profonda crisi dei saperi. Non bastano più i classici metodi high-throughput, in grado di processare una grande quantità di dati: c’è bisogno piuttosto di concepire nuovi strumenti teoretici. La crescente frammentazione della conoscenza sta producendo una quantità di dati talmente alta da allontanare sempre di più la possibilità di raccoglierli in una cornice comune. Per mutare questa situazione è necessario che la raccolta di dati lasci il posto alla riflessione filosofica. Una riflessione, potremmo aggiungere, la quale, benché nasca da una convergenza inaspettata e figlia del nostro tempo, affonda evidentemente le sue radici nelle relazioni intrinseche che tra quei concetti furono già riconosciute dalla riflessione greca sulla physis. Le recenti applicazioni tecnologiche delle scienze biologiche permettono di cogliere in diversi modi la natura “relazionale” dei concetti in gioco – bios, techne, logos, praxis – già valorizzata dal pensiero antico. Ma proprio questi stessi concetti, così intesi, sembrano particolarmente adatti a una prospettiva che superi le inutili dicotomie (parte/intero, causazione top-down/bottom-up, ecc.) che hanno invece caratterizzato la tradizione filosofica in tempi più recenti. In altre parole, non v’è soltanto l’esigenza di rifuggire le tradizionali distinzioni filosofiche e rappresentazioni metaforiche – ad es. la natura in quanto “macchina” – ma soprattutto quella di soffermarsi con attenzione sulle loro relazioni, secondo quello che è uno degli insegnamenti fondamentali della grecità.

In quest’ottica i contributi qui presentati ripercorrono, sia pure in senso molto generale, i fili intrecciati dei principali approcci che animano il dibattito epistemologico e scientifico contemporaneo con particolare riferimento al concetto di vivente, vale a dire, quello della linearità (il cerchio della ragione sufficiente comune alla fisica classica, relativistica e quantistica) e quello della non linearità (la fisica dei processi dissipativi e la teoria della complessità), illustrati in queste pagine mediante l’articolato confronto tra riflessione di ambito umanistico (a carattere fenomenologico, epistemologico e giuridico) e scientifico (con particolare attenzione alla biologia dei sistemi e alla economia). Alcuni temi ricorrono come motivi dominanti in viva contrapposizione come, per esempio, quelli dell’instabilità e dell’evento (irreversibilità temporale) in opposizione al cerchio della ragione sufficiente (reversibilità temporale) che presuppone la possibilità di definire la causa e l’effetto tra cui una legge di evoluzione stabilirebbe un’equivalenza reversibile. L’instabilità resiste a questo ideale aprendo ad un nuovo campo di problemi in cui gioca un ruolo centrale l’evento, ossia la storicità dei processi evolutivi. In tutti gli ambiti qui affrontati non solo dalla biologia e dall’epistemologia, ma anche dalla logica, dalla economia e dal diritto, sia pure sotto forme diverse, si ritrova questo processo dialettico di opposizione generativa di anime complementari tra l’evento (il tempo) che crea una differenza tra il passato ed il futuro e la ragione sufficiente (l’eternità) che tenta di definire come equivalenti. A seconda delle posizioni sostenute dai vari autori, in virtù di questa complessa dinamica concernente il confronto tra simmetria e a-simmetria, si profila la possibilità di superare o meno l’opposizione tra l’oggetto sottoposto alle categorie della ragione sufficiente ed il soggetto che, per definizione, dovrebbe sfuggire ad esse. Non mancano infine interessanti tentativi di integrazione dell’essere eternamente identico a se stesso di Parmenide (le leggi atemporali della fisica) e del divenire che solo, come sostiene lo Straniero del Sofista di Platone, permette di dare senso alla vita e all’intelligenza che apprende (la complessità incomprimibile del vivente).

Contributi e loro Struttura 

Philippe Dalleur propone un’indagine filosofica delle interazioni contemporanee e del prossimo futuro tra varie visioni del mondo a seguito dei recenti progressi nell’ambito delle biotecnologie. Mettendo in stretta relazione i termini Bios, Technos e Logos illustra la direzione filosofica intrapresa della scienza moderna e della tecnologia per affrontare il fenomeno della vita. Egli svolge la sua analisi seguendo i passi di alcuni filosofi della biologia del Novecento, come Hans Jonas o René Thom, per studiare l’attuale tendenza metafisica la quale contribuisce a mettere in luce i limiti di una comprensione riduttiva della vita in ambito biologico e tecnologico oggi potenziata da spettacolari realizzazioni biotecnologiche in repentino sviluppo. Il riduzionismo, dunque, può facilmente rivelarsi fuorviante se l’agire scientifico e tecnologico entra in dialogo profondo con una riflessione filosofica aperta ad un approccio di tipo ontologico atto a comprendere e a descrivere la realtà in modo gerarchico ed in termini di differenti tipologie di essere. Ciò consente di distinguere chiaramente ciò che è naturale da ciò che è artificiale così come la vita dalla morte ed un virus da un cristallo. In quest’ottica, dunque, i fenomeni vitali e cognitivi giungono a configurarsi come proprietà emergenti non riducibili alla mera interazione funzionale tra particelle e molecole, andando così oltre qualsiasi approccio evoluzionistico di ispirazione materialistica.

Alessandro Giuliani mette in luce nel suo saggio il fondamentale contributo offerto dalla statistica   al superamento dell’idea secondo cui, a livello della conoscenza scientifica, “più aspetti si prendono in considerazione, più accurate saranno le nostre previsioni su un certo fenomeno”. I modelli di successo in scienza sono, infatti, ‘grossolani’ (sloppy nel gergo dell’analisi dei dati) in quanto riescono a prevedere con buona (a volte ottima) approssimazione il comportamento di sistemi molto complessi, prendendo in considerazione pochissimi parametri di controllo e trascurando deliberatamente un’infinità di dettagli potenzialmente interessanti. Ognuno dei fattori che entra a definire il nostro modello ci arriva con un inevitabile margine di errore, questi errori si moltiplicano all’aumentare del numero di fattori e inevitabilmente portano all’incremento dell’incertezza sul comportamento del sistema globale. Incertezza resa ancora più insidiosa da un apparente aumento di precisione dell’adattamento ai dati sperimentali su cui il modello è costruito, che si paga con una drammatica perdita di generalizzazione quando il modello è usato per prevedere nuovi dati. Tale fenomeno viene definito sovra-determinazione e dipende dal fatto che il modello usato è così potente che da un certo punto in poi inizia a descrivere degli aspetti singolari dei dati di prova. Giuliani, pertanto, sostiene che in questi ultimi anni vari campi della scienza hanno dimostrato come questo fenomeno non derivi solo da considerazioni metodologiche, ma sia profondamente innestato nella realtà stessa degli enti di natura. L’odierna idolatria dei ‘big data’ dunque si dimenticherebbe del tutto di questi aspetti fondamentali della conoscenza scientifica, preparando un futuro di completa irrilevanza della scienza nella conoscenza della natura, irrilevanza di cui, agli occhi dell’autore, si notano già le prime avvisaglie.

Gianluca Oricchio e Marcella Trombetti affrontano in prospettiva biologica il tema concernente l’economia della durata di vita delle imprese. Il punto di partenza degli autori si basa sulle nozioni di rating e di probabilità di default. L’affidabilità dei rating aziendali nel buon funzionamento dell’economia è sollevata durante la crisi finanziaria: la capacità di rating esterni nella stima della frequenza di default delle imprese viene confermata, mentre la capacità di rating esterni nella valutazione del rischio di credito a società finanziarie (e nel credito strutturato) risultano in gran parte deludenti. La probabilità di default aziendale viene esaminata nel contributo in termini di probabilità di sopravvivenza: tutte le azioni manageriali capaci di ridurre la probabilità di default generano un aumento della vita aziendale prevista, e viceversa. Gli stili gestionali efficaci sono delineati e ne viene illustrata la rilevanza al fine di migliorare la prosperità delle organizzazioni. L’obiettivo del saggio è quello di mostrare come l’azienda delle scienze della vita sia caratterizzata da (i) una alta aspettativa di crescita e da (ii) un significativo rischio d’impresa. La gestione efficace di una Life Sciences Company diviene dunque sempre più impegnativa rispetto alla gestione di aziende di altri settori.

Claudio Sartea espone accuratamente nel suo saggio le novità epistemologiche introdotte dal biodiritto in merito all’impasse della riflessione bioetica contemporanea caratterizzata dalla contrapposizione tra approccio sostanzialista e approccio procedurale. Dopo aver esaminato la questione centrale dello status giuridico del corpo umano, Sartea sottolinea e sviluppa tre aspetti fondamentali. Il primo riguarda la necessità di risolvere problemi reali, che rappresentano questioni difficili per la società in relazione alla vita umana; questa necessità conduce coloro che utilizzano il biodiritto ad accettare soluzioni prudenziali, rispettando tuttavia i principi fondamentali del diritto e della giustizia, attraverso una corretta argomentazione. Il secondo concerne la possibilità di superare i contrasti tra l’approccio cognitivista e quello non-cognitivista nel dibattito morale. A questo livello il biodiritto ha il suo fondamento nei principi strutturali della legge (la reciprocità, l’uguaglianza, la tutela dei soggetti deboli, il principio di precauzione, etc.), che sono in generale riconosciuti dal diritto costituzionale. Il terzo infine attiene alla promozione della responsabilità sociale dei giuristi che a sua volta si riferisce non solo alle conseguenze del comportamento dei professionisti, ma anche ad una speciale sensibilità nei riguardi dei bisogni collettivi e nella protezione dei soggetti più fragili.

Margherita Daverio sviluppa una riflessione sulla biopolitica nel significato di biopotere, inteso come il potere politico che si afferma sulla vita biologica; la definizione descrittiva della biopolitica secondo gli aspetti giuridici e politici della vita naturale è un punto di partenza, ma non è sufficiente. La tesi di Daverio è che la biopolitica induce a concentrarsi sul concetto della stessa vita da un punto di vista epistemologico, rivelando la necessità di individuare una definizione minima della vita, che dovrebbe includere la distinzione aristotelica tra bios (l’espressione irriducibile della vita umana), zoe (la vitalità in comune con tutti gli esseri viventi) e psiche (psichica e vita spirituale). Secondo una prospettiva valutativa di riflessione critica, nel nucleo della biopolitica, in termini filosofici, sarà possibile riconoscere una relazione ontologica tra bios e politica, vale a dire tra vita (in particolare la vita umana) e potere politico. Anche se nella biopolitica la nozione di bios non ha uno statuto epistemologico proprio, in quanto totalmente definito dal potere, essa è continuamente chiamata in causa come l’altro polo del potere che si esercita sulla vita e in particolare sulla vita biologica, alimentando costantemente la ricerca di una spiegazione epistemologica del vivente in grado di includere un concetto minimale di vita.

Ilaria Malagrinò analizza la prospettiva filosofica di Michel Henry come esempio di come la riflessione sulla vita in termini fenomenologici sia in grado di fornire, in particolare ai medici, una concezione del paziente come un sé umano vivente che è necessario ai fini pratici della cura. In tal guisa una fenomenologia del vivente diviene essenziale per chiarire quale tipo di azione ci si deve attendere che l’agente compia per realizzare il proprio télos secondo la propria natura. In quest’ottica, giunge ad essere rivisitato il pensiero classico ed in modo particolare quello Aristotelico. Nella Politica, infatti, in accordo con lo Stagirita, il corretto significato di bios, la vita, è praxis e non poiesis, vale a dire “azione” e non “fare”. Da questo punto di vista, la pratica è più di una attività o di una particolare forma di comportamento. Questo termine, infatti, si riferisce alla vita dell’essere vivente in generale, che raggiunge il suo compimento nel fare e nell’agire o nel lavorare. Pertanto, se la prassi è la forma del suo movimento, allora l’azione diviene un altro significato sinonimo di specifiche forme di esseri viventi (bios): la diversità degli esseri viventi sarà dunque presentata nella diversità delle loro pratiche. Secondo questa lettura, l’azione umana costituisce il movimento peculiare di ogni essere umano, ossia il suo modo d’essere.

Lo Special Issue attraversa così molte scale di osservazione e contesti differenti, mettendo in gioco relazioni tra naturale e artificiale, sociale e biologico, vivente e non vivente, e, più in generale, la relazione tra l’umano e il mondo. Tutto ciò stimola ancora di più nella ricerca di modi nuovi e relazionali di ‘mappare’ il reale per attrezzarsi alle sfide che sono alle porte e che ci vengono segnalate ogni giorno dall’avanzamento della scienza, della tecnologia e dell’epistemologia.

Riferimenti bibliografici

Bertolaso M. (2015) (a cura di), The Future of Scientific Practice: ‘Bio-Techno-Logos’, Pickering & Chatto, London.

Bertolaso M, (2016) “A System Approach to Cancer. From Things to Relations”. In: S. Green (a cura di), Philosophy of Systems Biology – Perspectives from Scientists and Philosophers, Springer, History, Philosophy and Theory of the Life Sciences.

Di Bernardo M. (2016) “Introduction Section III: Science and Logic of Time”. In: A Philosophical Thematic Atlas. The Concept of Time in the Contemporary Philosophy of the Early Twentieth Century, Springer, Berlin, pp. 189-195.

Leggi l’articolo: Marta Bertolaso e Mirko Di Bernardo, Questioni Epistemologiche Emergenti nelle Bio-Discipline, in Biodisciplines (a cura di Marta Bertolaso e Mirko Di Bernardo), Scienze e Ricerche n. 30, 1° giugno 2016, pp. 5-8