La bellezza come fattore di sviluppo economico e sociale

di Rodolfo Baggio e Vincenzo Moretti.

Cerchiamo in questo articolo di indicare in che modo la bellezza possa essere considerata un fattore di crescita economica e sociale e quale possa essere la sua importanza. Facciamo questo percorrendo una linea che lega la bellezza alla creatività e quindi all’innovazione, notoriamente uno dei motori principali dello sviluppo, soprattutto in un mondo globalizzato e altamente tecnologico e competitivo, e nel quale una parte significativa delle tradizionali differenze in termini di spazio, tempo, dimensioni e potere economico è stata profondamente modificata.

Bellezza

Per l’uomo la bellezza è indubbiamente un concetto che riveste grande importanza. In tutti gli ambiti, anche in quelli che, a prima vista, potrebbero sembrare, a chi non li conosca a fondo, più freddi e razionali. Così, quasi con sorpresa, si trovano affermazioni come quella fatta dalla cosmologa Janna Levin in un’intervista (Lethem & Levin, 2007):

Una cosa che trovo particolarmente affascinante della scienza è che si tratta dell’ultimo ambito in cui le persone parlano seriamente della bellezza. Un artista oggi non direbbe mai, a proposito di un’opera visiva, che è bella; almeno, non nell’arte davvero contemporanea e innovativa. […] È considerato provinciale puntare a un ideale di bellezza estetica: non si tratta di produrre belle immagini, si tratta di qualcos’altro. Nella scienza invece resiste davvero la meta dell’eleganza e della bellezza, perché, per ragioni che nessuno capisce completamente, è un criterio per distinguere il giusto dallo sbagliato. Se qualcosa è bello ed elegante, probabilmente è giusto.

Gli esempi di questa considerazione della bellezza nella scienza sono molto numerosi.

È noto che l’elettrodinamica di Maxwell – come la si interpreta attualmente – nella sua applicazione ai corpi in movimento porta a delle asimmetrie, che non paiono essere inerenti ai fenomeni.

Comincia così uno dei più famosi articoli scientifici, Sull’elettrodinamica dei corpi in movimento con il quale, nel 1905 Albert Einstein cominciava una rivoluzione nella fisica che doveva portare a una visione del mondo completamente diversa da quella che aveva imperato per oltre due secoli (dalla pubblicazione dei Principia di Newton). Il suo punto di partenza non è l’esame di un qualche dato sperimentale, ma una considerazione sulla simmetria delle equazioni di Maxwell. Un richiamo forte alla semplicità e all’armonia di una serie di relazioni matematiche.

Allo stesso modo quasi quattrocento anni prima, un altro lavoro rivoluzionario, il De Revolutionibus Orbium Caelestium di Niccolò Copernico, comincia con un inno alla bellezza (Koyré, 1970: 29):

Fra i molti e vari studi delle lettere e delle arti, con cui si rinvigoriscono gli ingegni umani, stimo si debbano coltivare soprattutto, applicandovisi con somma cura, quelli che concernono le cose più belle e più degne di essere conosciute.

E proprio considerazioni di semplicità, simmetria e armonia portano Copernico alla sua ipotesi quando comprende che i suoi predecessori (Koyré, 1970: 17):

… la cosa principale, ossia la forma del mondo e la certa simmetria delle sue parti, non poterono trovarla, né in tal modo ricostruirla; ma accadde loro come a un artista che traesse da luoghi diversi mani, piedi, testa e altre membra, di per sé bellissime, ma non formate in funzione dello stesso corpo, e non corrispondentisi affatto fra loro, per comporre piuttosto un mostro che un uomo. 

La bellezza, intesa come armonia, semplicità, simmetria, coerenza, è un elemento essenziale nell’opera di uno scienziato ed è un fattore di tale importanza da far arrivare un personaggio come Paul Dirac a sostenere che per uno scienziato (1963: 47):

è più importante che le proprie equazioni siano “belle”, piuttosto che esse combacino con gli esperimenti, perché se si lavora con la prospettiva di rendere belle le equazioni, e si possiede una profonda intuizione, si é certamente sulla strada del vero progresso nella conoscenza scientifica.

In tutta la storia della scienza la semplicità e l’eleganza, attributi fondamentali del concetto di bellezza, hanno una funzione propulsiva cruciale. Questi concetti sono strettamente legati alla spiegazione di un fenomeno e al modo con il quale questa spiegazione viene formulata. Il principio di parsimonia, noto come rasoio di Occam, secondo il quale è quantomeno inutile, se non dannoso, formulare più ipotesi di quelle che siano strettamente necessarie potrebbe essere preso come base teorica di quasi tutto lo sviluppo scientifico moderno.

Il rapporto fra bellezza e pensiero scientifico comunque è ancor più ricco e profondo, e nasce dall’osservazione della natura come luogo di esperienza estetica. Ci si rende conto che buona parte di tale bellezza risponde a criteri di simmetria e di armonia e che tali criteri possono essere descritti e rappresentati in termini matematici. La relazione è antica e la si fa normalmente risalire a Pitagora e alla sua scoperta della relazione stretta fra l’armonia in musica, simbolo di bellezza, e i rapporti matematici fra le frequenze e le ampiezze dei suoni. È questa influenza che, fra l’altro, porterà Keplero a dare al suo trattato sulle posizioni e le orbite dei pianeti il titolo Harmonices Mundi (1619)

Questo profondo rapporto porterà anche Newton a evidenziare l’importanza del principio di semplicità nei suoi Principia e nell’Ottica, opera nella quale troviamo l’affermazione (Newton, 1704: Query 28)

il compito principale della filosofia naturale è di argomentare muovendo dai fenomeni senza immaginare ipotesi, e dedurre le cause dagli effetti, finché arriviamo alla vera Causa prima, che certamente non è meccanica; e non solo al fine di sviluppare il meccanicismo del mondo, ma soprattutto al fine di risolvere questi e analoghi problemi: […] Donde viene che la natura non fa nulla invano, e da dove deriva tutto l’ordine e la bellezza che vediamo nel mondo.

Il mondo dell’arte, con le sue svariate manifestazioni, viene spesso, a torto, considerato come esperienza alternativa a quella della conoscenza scientifica. In realtà i recenti studi sul funzionamento del cervello effettuati con strumenti come la risonanza magnetica funzionale (fMRI), che permette di evidenziare le aree del cervello attivate in presenza di stimoli o durante specifiche attività, mostrano una sostanziale equivalenza, per quanto riguarda l’apprezzamento estetico o l’impulso creativo nel mondo scientifico e in quello artistico (Andreasen, 2012; Zeki et al., 2014). E pare che una funzione importante sia quella svolta dai neuroni specchio, quella classe di componenti del nostro cervello che secondo gli studi più recenti (anche se discussi) ci permette di afferrare al volo ciò che accade intorno a noi, di provare empatia per le emozioni altrui, e, soprattutto, di imparare per imitazione (Cook et al., 2014; Iacoboni, 2009). Per alcuni studiosi i neuroni specchio potrebbero persino essere i mattoni su cui si basa la cultura di un essere umano perché la diffusione delle conoscenze si verificherebbe proprio per imitazione (Ramachandran, 2000).

Tradizionalmente l’arte è vista come un ambiente naturale per la ricerca e l’apprezzamento della bellezza. Infatti, nonostante le moltissime definizioni o tentativi di definizione, l’arte, in una qualunque delle sue forme, consiste essenzialmente nell’attività (emozionale) di creazione e apprezzamento della bellezza. Non solo, ma come sostiene Morelli, nel suo Mente e bellezza (2010), l’analisi delle diverse forme di esperienza estetica mette in luce lo stretto legame fra l’essere umano e il mondo che lo circonda e la sua struttura, mediato dal principio di immaginazione. E, come sappiamo, il sistema delle relazioni, reali o virtuali, fra individui e fra individui e l’ambiente nel quale vivono, gioca un ruolo fondamentale per le caratteristiche e le azioni umane.

L’apprezzamento della bellezza nella musica, nell’arte, nell’architettura o nella contemplazione della natura ha, quindi, basi che vanno ben oltre la semplice psicologia dell’individuo, è un attributo distintivo della struttura funzionale del cervello (Di Dio et al., 2007; Iacoboni, 2009; Levitin, 2006; Mallgrave, 2010). Questo apprezzamento genera nell’individuo uno stato di soddisfazione e di piacere che viene rafforzato dalla socializzazione di queste esperienze, socializzazione che a sua volta influirebbe sull’evoluzione delle nostre capacità cognitive (Adolphs, 2009; Dunbar, 1998). In sostanza l’essere umano (il suo cervello) partecipa nell’esperienza del bello come un sistema aperto dinamico che coevolve con l’ambiente nel quale si trova immerso e gli stimoli visivi e auditivi responsabili dell’esperienza estetica, come mostrano le recenti ricerche in neuroestetica (Gallese & Di Dio, 2012), agiscono attivando ripetutamente gruppi di neuroni che producono sensazioni piacevoli e che, cosa più importante, generano nuove connessioni fra zone diverse del cervello, permettendo quelle attivazioni multiple reticolari che stanno alla base di molti processi creativi (Vartanian et al., 2013).

Un’ulteriore considerazione si rende necessaria qui. La bellezza è spesso vista come una caratteristica soggettiva (“è negli occhi di chi guarda”) e il dibattito sulla questione se invece si tratti di una caratteristica oggettiva è lungo quanto la storia del pensiero umano. Qui adottiamo l’idea che, anche se questione di interpretazione personale, la bellezza ha una dimensione irriducibilmente sociale. Si tratta di una visione che condividiamo, o vogliamo condividere, e le esperienze condivise di bellezza sono forme di comunicazione incredibilmente intense. In questa interpretazione, l’esperienza della bellezza non è solo confinata nella mente di un individuo, ma collega le persone e gli oggetti in comunità, anche piccole, ma fortemente coese nelle loro opinioni (Sartwell, 2014).

Creatività e innovazione

Creatività e innovazione sono, oggi, un mantra molto diffuso quando si parla di sviluppo economico e sociale. Questi elementi vengono individuati come essenziali per garantire successo, crescita, miglioramento delle condizioni di vita materiali e spirituali, felicità e benessere di individui, aziende, organizzazioni e sistemi sociali (Anderson et al., 2014; Leckey, 2011; Piergiovanni et al., 2012; Storper & Scott, 2009). E sono sempre più considerate cruciali per la progettazione di quelle esperienze che possono fare la differenza tra un prodotto di successo e la riproduzione seriale di offerte massificate (Richards, 2011).

(… segue …)

Leggi l’articolo completo: Rodolfo Baggio e Vincenzo Moretti, La bellezza come fattore di sviluppo economico e sociale, in Scienze e Ricerche n. 28, 1° maggio 2016, pp. 63-74