L’humus della scienza: per una necessaria riscoperta della meraviglia e della cooperazione nella ricerca scientifica

di Alessandro Giuliani, Elena Bartolini, Marta Bertolaso.

Non passa giorno in cui titoli di giornale o prime pagine delle testate giornalistiche più importanti manchino di dedicare un articolo a qualche sorprendente esito di ricerche scientifiche. Solitamente la scoperta viene annunciata con eclatanti espressioni in cui la genetica riveste sempre un ruolo centrale: “Scoperto il gene della morte improvvisa”, “scoperto il gene che sconfigge il Parkinson”, “Epilessia, al Meyer di Firenze scoperto il gene responsabile della sindrome perisilvanica”, “Dna sardi: scoperto il gene dell’altezza. L’effetto “dell’isola” regola anche livelli di emoglobina e del colesterolo”. Quelli appena riportati sono solo alcuni dei titoli redatti nel corso dell’ultimo anno dai quotidiani più influenti. Come si può constatare, anche se non sempre emerge nel dibattito pubblico e a volte nemmeno in quello accademico, la visione del mondo riportata in titoli di questo tipo è estremamente riduzionista e presenta una serie di criticità: tutto viene ricondotto ad aspetti genetici (laddove il gene è inteso come sequenza di basi nucleotidiche), come se ogni manifestazione emergesse direttamente da dinamiche che avvengono a livello microscopico, ed inoltre ne viene costantemente enfatizzata la sensazionalità: è sufficiente la pubblicazione di un solo articolo scientifico perché esso sia interpretato come verità definitiva sul fenomeno in questione.

Questo punto di vista implica ed esprime implicitamente premesse sia scientifiche sia filosofiche che non vengono adeguatamente tematizzate e discusse. Pare che la scienza, più che un incessante cammino verso una comprensione sempre maggiore delle leggi di natura, sia via via diventata un modo per manipolare l’uomo e la natura stessa, sottomettendoli ad una cieca volontà di tecnica e dominio, volta a cercare in tutti i modi di ricreare il più fedelmente possibile ciò che l’evoluzione ha coniato in milioni di anni di selezione naturale. Sembra non esistano limiti, epistemologici e ontologici, al potere del sapere scientifico e alla concreta possibilità di modificazione della realtà che promette. A questa riflessione che coinvolge le premesse epistemologiche, attraverso le quali si valutano i risultati e le indagini scientifiche, si unisce una considerazione su quali discipline siano maggiormente coinvolte rispetto ad altre in questo meccanismo divulgativo e mediatico: non è un caso che le scienze più compromesse in esso siano quelle con un maggior grado di implicazione non solo pratica ma anche teorica ed ideologica, come ad esempio la biologia o la fisica, mentre le scienze indissolubilmente legate alla pratica empirica, al fare artigiano che è il marchio della scienza onesta, e che per loro natura divulgativa implicano una forte compromissione con la metodologia, come ad esempio la statistica e la chimica, siano praticamente assenti dal panorama mass mediatico.

Ciò è dato dal fatto che, nonostante l’operato di ogni lavoro scientifico sia intriso di una certa interpretazione del mondo, in alcune discipline è più tangibile la loro portata teorica al di là delle conoscenze metodologiche necessarie per condurre la ricerca scientifica in quel campo, mentre in altre materie questo aspetto laboratoriale è riconosciuto come assolutamente prioritario, se non unico, e quindi meno accattivante per riuscire nel consolidamento di una determinata visione tecnocratica del mondo in cui viviamo.

In questo panorama alle volte sconcertante, sono tuttavia presenti scienziati e studiosi di materie medico-scientifiche che da anni cercano di evidenziare la fragilità di questa tipologia di approccio rispetto alla scienza e ai suoi risultati, mostrando soprattutto come un simile atteggiamento non sia di aiuto né all’opinione pubblica né alla scienza stessa, riconoscendo che tale tipo di divulgazione, apparentemente atto ad esaltare la scienza, in realtà prospetti un’idea di mondo in cui tutto è noto e il compito che rimane alla scienza è quello di sistemare l’esistente. Questo tipo di divulgazione può essere fuorviante, sia per la società sia per la formazione dei giovani ricercatori: per questi motivi essa necessita di una riflessione più approfondita e scevra da preconcetti o idealizzazioni. Una cieca credenza nelle potenzialità infinite della scienza arreca danno alla scienza stessa, non solo all’opinione pubblica.

Nicolas Gomez Davila sintetizza perfettamente nella seguente frase quanto appena affermato: “La scienza inganna in tre modi: trasformando le sue opinioni in norme, divulgando i suoi risultati più che i suoi metodi, tacendo le sue limitazioni epistemologiche” (Gomez Davila N. (2001) In margine a un testo implicito. Adelphi).  Riflettiamo per un momento sul secondo punto, ovvero sulla divulgazione dei risultati delle sperimentazioni. Sebbene i lavori scientifici vengano condotti in nome della maggiore obiettività possibile, rimanendo implicitamente in una visione filosofica totalmente impregnata di concetti moderni quali soggetto conoscente e oggetto di conoscenza, molti dei risultati che ne emergono risultano essere falsi. Nel 2005 venne pubblicato un articolo intitolato, eloquentemente, “Why most Published research Findings are false”, ovvero “Perché la maggior parte dei risultati scientifici pubblicati sono falsi” e, come è immaginabile, diede avvio ad un vivace dibattito, soprattutto in ambito bio-medico. Veniva infatti minato uno degli elementi fondanti della ricerca scientifica stessa, ovvero l’obiettività di una ricerca condotta in laboratorio, quindi la possibilità di riprodurre l’esperimento conducendo una determinata procedura. L’autore, in particolare, riscontra l’errore principale della ricerca scientifica in una manipolazione degli strumenti statistici e della imprecisa interpretazione del concetto stesso di probabilità.

Tale posizione può essere considerata controcorrente, ma ha il merito di delineare chiaramente i punti deboli dell’attuale considerazione che viene riservata alla scienza, anche rispetto agli altri ambiti del sapere. Già dai pochi esempi riportati nell’incipit, si può notare come ciò che emerge attraverso giornali e mass media sia una considerazione della scienza come disciplina onnisciente: pare che si sappia già tutto sul funzionamento del cervello, dei geni responsabili della felicità, sembra perfino che malattie difficili come il cancro o l’Alzheimer o il virus dell’Hiv siano in procinto di essere sconfitte. Assistiamo costantemente alla celebrazione e all’esaltazione della scienza.

Tuttavia, a ben guardare, emerge un quadro più critico: quello che si va proponendo in questo modo è un mondo in cui tutto è noto, tutto è definito, spiegato nella sua causalità lineare e diretta, quindi l’obiettivo che rimane come compito alla scienza sarebbe quello di sistematizzare ciò che già è conosciuto. Pare quasi di assistere ad una sorta di liturgia dell’idolo, nella quale si invita il lettore a far parte dell’esperta comunità scientifica a cui è nota la “vera” chiave di lettura dell’universo, in cui sono chiare le norme oggettive e le leggi che descrivono ogni accadere del mondo, dalla più piccola particella ai moti celesti. Un modo per arginare il pericolo di questo approccio è cercare di affiancare alla diffusione dei risultati anche i metodi scientifici: motivare le scelte di un certo atteggiamento di indagine piuttosto che di un altro, specificare i materiali utilizzati o la selezione di un determinato collettivo di soggetti sperimentali. Fornire un contesto alle metodologie scientifiche permette di collocare la ricerca scientifica e l’efficacia dei suo risultati in un progetto collaborativo con le altre discipline, nonché di identificarne il ruolo.

Una divulgazione scientifica non corretta è un male non solo per la società, spesso priva di strumenti atti ad una interpretazione basilare di quanto riportato, ma anche per la scienza stessa: un cieco credere a ciò che viene etichettato come scientifico rischia di incidere un profondo solco tra chi pratica la scienza e chi la fruisce, come se la lettura di un libro, in cui vengono anche riportate equazioni spesso prive di adeguata descrizione e contestualizzazione, potesse garantire una conoscenza certa e assoluta della realtà, pronta così ad essere giudicata, risolta e manipolata.

Troppo spesso da quello che emerge attraverso la divulgazione, pare che esista un solo metodo scientifico, un solo modo per perseguire l’ampliamento della conoscenza e, di conseguenza, una sola modalità per intendere ed interpretare il mondo che ci circonda. Si potrebbe constatare un certo conformismo nella scienza: una sola è la spiegazione possibile per descrivere i fenomeni, una sola legge è la legge che governa determinati episodi, una sola risulta essere la prospettiva attraverso la quale interpretare il mondo. Il risultato di secoli in cui non è mai stato messo in discussione e ampliato quello che viene considerato “il” metodo scientifico è che non è ammissibile una pluralità di punti di vista nella scienza, poiché essa sola detiene il rigore per decretare con assoluta obiettività la conoscenza di qualsiasi istanza.

Feyerabend, già nel secolo scorso, invitava la scienza a riflettere sulla modalità dogmatica che permea il suo agire, riconoscendo nella libertà della ricerca la sola e vera possibilità per il progresso umano. Nonostante viviamo in un periodo storico che ha superato da anni il Positivismo e il Neopositivismo, permane l’idea – o meglio, l’ideale – di un oggetto neutro a sé stante che per essere conosciuto in modo adeguato necessita di essere sottoposto a metodo scientifico. Dal punto di vista filosofico, stiamo assistendo ancora ad un tipo di ragionamento che trova le sue radici nelle categorie concettuali risalenti all’epoca moderna: sujectum ed objectum. Proseguendo instancabilmente e ciecamente in questo tipo di direzione, la ricerca scientifica è giunta ad indagare analiticamente le parti più impalpabili della materia, ma si sta accorgendo che non può più essere tralasciato il contesto in cui tali ricerche vengono portate avanti.

Si tratta di ammettere che è tempo di cambiare prospettiva epistemologica: si tratta di ammettere che la realtà è più complessa dei processi lineari che si riproducono nei laboratori; si tratta di ammettere i limiti epistemologici insiti nella scienza; si tratta di considerare la ricerca scientifica per la sua complessità che spesso non è accessibile ad un pubblico vasto, poiché necessita di prerequisiti e conoscenze ampie e precise. Si tratta, in definitiva, di rivalutare il lavoro dello scienziato e più in generale del ricercatore. Ma, per arrivare a questo auspicato riconoscimento, occorre che la scienza riconquisti l’humus da cui è sorta: la meraviglia e lo stupore suscitati da ciò che non sappiamo, dagli eventi di cui non riusciamo darci spiegazione, dagli avvenimenti imprevedibili che la natura di questo mondo e questa realtà ci riservano.

La scienza, ben lungi dall’avere già mappato il mondo in tutte le sue minuziose singolarità, sarebbe auspicabile che cercasse di recuperare lo spirito di meraviglia che l’armonia dell’Universo suscita. Per questo motivo vorremmo che la scienza recuperasse quella visione ecologica e olistica che vede questo straordinario metodo d’indagine collocarsi non in una posizione privilegiata della sapienza ma cooperante con gli altri metodi di ricerca, con le altre discipline. Ciò risulta fondamentale per la maggiore sfida che ci attende a livello accademico: quella riguardante la complessità.

Il tema della complessità si è insinuato negli ultimi decenni all’interno di molte discipline, ponendo l’attenzione soprattutto alla necessità di un dialogo tra esse. Indagare un elemento della realtà nella sua complessità significa studiarlo a vari livelli, osservarlo in relazione all’ambito in cui si presenta e nell’interazione con altri fattori, scegliendo un aspetto piuttosto che un altro. In ambito filosofico, il tema è stato affrontato in particolare da varie ricerche di matrice sistemica. La riflessione sistemica sulla complessità ha evidenziato anche l’importanza di un confronto tra materie diverse, rimarcando da un lato l’ambito peculiare di ciascuna disciplina, ovvero lo specifico livello di indagine che gli pertiene, e dall’altro sollecitando una molteplicità di prospettive e di contaminazioni capaci di aprire nuovi orizzonti di indagine e nuove categorie con cui interpretare ciò che emerge.

La complessità è la sfida della contemporaneità a livello accademico perché pone gli autori delle ricerche di fronte agli inesauribili stimoli che la realtà ci propone, in modo sfuggente e mai del tutto afferrato; essa aiuta continuamente a prevenire il rischio di trasformare metodologie in epistemologie ed ontologie. Riconoscere la legittima interpretazione di più punti di vista rispetto ad un oggetto di indagine richiede l’humus di chi svolge ricerca universitaria e ne divulga i risultati. In questo contesto la scienza diviene una metodologia di indagine tra le altre, ugualmente importante per la particolare prospettiva che riporta, ma non unica spiegazione possible: non assoluta detentrice di metodo e verità, ma cooperante insieme ad altri per contribuire a comprendere il mondo in cui viviamo.

Una profonda riconsiderazione della scienza e del suo ruolo nella società pone il problema dell’insegnamento di queste discipline a livello accademico, luogo atto a fornire gli strumenti di interpretazione e di lavoro ai futuri ricercatori. Riteniamo che sia necessario un insegnamento votato non più solamente all’utile, come ormai vorrebbe il sistema di finanziamento con cui le ricerche trovano fondi, ma rivolto al senso, ovvero all’educazione di artigiani in grado di maneggiare il canone scientifico. La ricerca scientifica è un’attività creativa ed esplorativa che richiede tempo, tentativi ed errori prima di giungere ad un ampliamento della conoscenza. Purtroppo al giorno d’oggi i tempi sono invece serratissimi e le sperimentazioni scientifiche devono cercare di tenere il passo non con i tempi dello scienziato ma con quelli di chi offre borse di studio e assegni. Questo comporta una sperimentazione che deve sempre cercare di giustificare il risvolto pratico e commercializzabile della propria ricerca, ma un simile esito è innaturale per l’istinto curioso dell’indagine scientifica: essa non è in grado di predire i risvolti pratici di istanze non ancora indagate, non per questo però sarebbe da considerare meno valida. Anzi, l’indagine scientifica nasce proprio dal desiderio umano di spiegare in modi coerenti i motivi e le cause per cui certi eventi accadono, ma per giungere ad una simile argomentazione occorrono vari tentativi ed esiti non sempre certi o sicuri.

Vogliamo chiudere con una nota positiva e di fiducia nei riguardi degli scienziati, soprattutto in ambito bio-ingegneristico. In alcuni dei nostri giovani più promettenti c’è infatti un sincero desiderio di conoscenza e di comprensione del mondo in cui viviamo, c’è la capacità di prestare attenzione a diverse tradizioni da quelle che noi abbiamo ereditato, c’è il desiderio del bello che spesso è motore del progetto e del modello fatto a ‘regola d’arte’. Rimane una responsabilità delle università quella di formare i giovani non solo nelle competenze tecniche, ma anche nella capacità di sintesi, nella capacità cioè di prendere posizione nella vita e di scegliere quindi a propria prospettiva (o di saperla cambiare) a seconda della porzione di realtà che viene indagata. Ambienti universitari di questo tipo aiuteranno inoltre i nostri giovani ad avere quella semplicità, spesso, fonte di nuove scoperte, che è necessaria spesso nella vita quotidiana per apprezzare e valorizzare il mondo in cui viviamo mediante parametri che scientifici non sono e che seguono categorie relazionali più che causali, quelle che danno un nome e un senso alle cose e non solo le abbinano ad eventi o processi per l’effetto he producono. Questo significa restituire dignità al nostro stare nel mondo e non solo al controllarlo …a maggior ragione se la storia poi dimostrerà che saremo veramente capaci del secondo se abbiamo imparato il primo: l’abitare viene prima del fare.

(… segue …)

Leggi l’articolo completo: Alessandro Giuliani, Elena Bartolini, Marta Bertolaso, L’humus della scienza: per una necessaria riscoperta della meraviglia e della cooperazione nella ricerca scientifica, in Scienze e Ricerche n. 28, 1° maggio 2016, pp. 5-8