Produzione di oggetti di design per il catering da plastiche a base di latte autoprodotte

di Gloria Colotto, Carlo Santulli, Roberto Giacomucci.

Questo lavoro riguarda l’autoproduzione di bioplastiche a base di latte e aceto per ottenere dei prodotti di design destinati al catering. Sono stati in particolare sviluppati dei prototipi di oggetti d’uso per l’allestimento di buffet. Lo scopo del progetto è di promuovere la consapevolezza degli utilizzi “strutturali” delle bioplastiche, prodotte senza l’utilizzo di materiali tossici, riutilizzando scarti provenienti dalla produzione casearia, nello stesso tempo suggerendo un possibile sbocco alternativo all’uso di oggetti “usa e getta” nel catering di qualità. In questo modo, la sperimentazione effettuata s’inserisce nell’ambito della recente tendenza all’autoproduzione dei materiali (definiti di recente come DIY new materials, cioè “nuovi materiali fai da te”, in pratica sviluppati in casa senza utilizzo di strumentazioni industriali) e ripropone in modo aggiornato, ma anche responsabile rispetto all’ambiente, un materiale plastico non petrolchimico della tradizione del XX secolo, la galalite, però senza l’utilizzo della formaldeide e quindi pienamente sostenibile.

1. INTRODUZIONE

La presente ricerca è nata dalla volontà di aumentare la consapevolezza dell’importanza dell’utilizzo di bioplastiche nel mondo moderno, nell’ambito dell’idea di design sostenibile, che possa almeno rallentare la produzione industriale “dannosa” (Marjadi e Dharaiya 2010). Una delle tendenze prevalenti oggi, e che ha potenzialità notevoli per ridurre l’impatto ambientale dei materiali, è quella di riutilizzare gli scarti di processi produttivi, non avviandoli invece all’incenerimento (Braungart e McDonough 2007). Questo consente di valorizzare lo scarto, dalla conoscenza della sua “personalità”: in pratica, partendo dalle sue caratteristiche chimico-fisiche, oltre che morfologiche e strutturali dello scarto, gli si conferisce un’altra vita. Tale processo di rivalorizzazione è anche noto come “waste upcycling”: il design si inserisce nel discorso per estrinsecare le possibilità del materiale e vedere come esso si inserisca in un ambito di problematiche da risolvere, che è lo scopo del percorso progettuale (Santulli e Langella 2013).

La questione che muove la presente ricerca è che l’utilizzo delle bioplastiche, non ottenute dal petrolio, è tornato fortemente alla ribalta negli ultimi anni, pur restando prevalentemente confinato all’ambito del packaging alimentare (Peelman et al., 2013). Questo ha significato mettere fortemente l’accento sull’aspetto della biodegradabilità e della compostabilità dopo macinazione, a discapito delle possibilità espressive insite nel materiale, che lo differenziano da una pura e semplice sostituzione delle plastiche di origine petrolchimica.

Eppure esiste una generazione precedente di bioplastiche che si sono affermate con un buon successo fino circa all’immediato dopoguerra, tra le quali per esempio l’acetato di cellulosa o la galalite, entrando poi in declino in conseguenza dell’introduzione delle termoplastiche oggi più comuni. La ripresa di queste esperienze in modo aggiornato e contemporaneo può forse permetterci di uscire da questo vincolo dell’utilizzo delle bioplastiche nell’ambito del packaging, quindi portarci ad un loro uso più strutturale ed espressivo. Questo ha importanza per la possibilità già citata di utilizzare gli scarti di alcune filiere per la loro produzione.

A questo scopo, è stato analizzato il concetto di bioplastica auto-prodotta, in pratica sviluppando ed ottenendo una bioplastica con processi artigianali piuttosto che industriali, anche se moderatamente industrializzabili, e per questo totalmente controllabili dal designer ed anche dall’utente finale. Tale autoproduzione permette di poter personalizzare il prodotto finale e rientra nell’ambito dell’esperienza dei cosiddetti “Do-It-Yourself (DIY) Materials” (Bianchini et al., 2015). Questo concetto riguarda un nuovo approccio al design emerso recentemente che porta nuove relazioni tra designer, tecnologie, processi di produzione e materiali. E’ un sistema che, come la stampa 3D ad esempio, riporta alla luce l’artigianalità dei prodotti, che vengono appunto realizzati direttamente dal designer senza passare per l’azienda.

In questo progetto, ci si è concentrati sull’autoproduzione di un particolare materiale, ottenuto usando come base la frazione proteica del latte mescolata con l’aceto, realizzando così una bioplastica completamente naturale, biodegradabile e facilmente autoproducibile. Avendo cura dell’aspetto etico e di sostenibilità del materiale, una volta sviluppata la ricetta per l’ottenimento della bioplastica, si andranno quindi ad utilizzare gli scarti di latte. Ai fini del progetto di ricerca è stato necessario fare moltissime prove sulla realizzazione del materiale per scoprirne le caratteristiche, i pregi ed i limiti. Ne presentiamo i risultati con l’idea di contribuire alla letteratura dell’autoproduzione dei materiali con finalità di design: il campo d’applicazione dei prototipi sviluppati è quello del catering, che rappresenta un settore dove è tuttora diffusa la filosofia dell’”usa e getta”, a forte discapito della sostenibilità della filiera. La presenza di un maggiore contenuto di design, dando maggior valore funzionale, oltre che affettivo, agli oggetti prodotti, consente di evitare, ove possibile, la loro immediata dismissione come rifiuti.

2. STRUTTURA DELLA RICERCA

La presente ricerca è suddivisa in quattro fasi.

Definizione dello scenario

Nell’ambito del design sostenibile (Vezzoli e Manzini 2007) si esporrà il problema che la ricerca si propone di affrontare, relativo agli scarti del latte ed a quelli del sistema dell’usa e getta diffuso nel catering, anche di qualità. In particolare, la dismissione delle plastiche in discarica rappresenta un problema che aumenta ogni giorno di più e la soluzione per ridurre questo danno sono le bioplastiche. Analizzando questo nuovo concetto si andrà ad analizzare il ruolo che le bioplastiche svolgono nell’ambiente e la loro interazione.

Analisi del nuovo materiale

Partendo dalla definizione di DIY materials e da precedenti esperienze brevettuali (in particolare Domaske 2015), dopo svariati tentativi si è sviluppata una nuova ricetta che ha come base latte e aceto, e alla quale vengono aggiunti amido di mais e olio di semi. Nasce così un materiale creato da prodotti naturali ed edibili, completamente autoprodotto e con caratteristiche particolari anche a livello di personalizzazione.

Proposta di un nuovo prodotto

Partendo dal materiale in oggetto e non tralasciando l’importanza della sua composizione si è sviluppata una nuova famiglia di prodotti per la quale il materiale utilizzato si rivelava particolarmente adatto, famiglia che può essere sviluppata ed estesa, oltre che personalizzata secondo le necessità.

Obiettivi e vantaggi

Scopo della ricerca è dare al designer una base di partenza per poter autoprodurre oggetti totalmente personalizzabili e adattabili alle esigenze dell’utente finale, in modo che possa esplorare le sue capacità e controllare tutti gli aspetti della produzione tramite questo nuovo approccio ai materiali, creando in definitiva un prodotto strettamente collegato alla natura del materiale.

3. I PRECEDENTI NELL’AMBITO DEI MATERIALI DIY

I nuovi materiali DIY sono progettati tramite l’utilizzo creativo ed espressivo di rifiuti organici o inorganici, che sono mescolati con altre sostanze sempre col requisito preciso della sostenibilità. Il concetto che muove l’insieme di queste pratiche è mettere insieme l’utilizzazione degli scarti con la consapevolezza della loro “personalità”, quindi mentre normalmente lo scarto viene finora nascosto, come inessenziale se non dannoso per la natura del prodotto di design, i materiali DIY enfatizzano la presenza dello scarto al loro interno, nella consapevolezza che la sua natura possa offrire possibilità espressive diverse al prodotto. Oltre a questo, la progettazione dell’oggetto “ruota” intorno allo scarto mettendolo al centro del processo auto-produttivo.

E’ possibile agire in modo diverso per trovare un filo comune tra i diversi materiali DIY: una possibilità è soffermarsi sulla tipologia dello scarto. Abbastanza diffuso è l’utilizzo di scarti di origine agricola, che sono pressati ed inseriti in diverse matrici a formare il materiale. Per esempio in Formafantasma di Autarchy, nato dall’idea dei designer Andrea Trimarchi e Simone Farresin “suggerisce un modo alternativo di produrre, dove l’eredità del passato viene usata per trovare soluzioni sostenibili e non complicate” (Autarchy by Studio Formafantasma, Abitare 2010, in Sitografia). Nel caso di Formafantasma, il materiale è costituito da 70 % di farina, 20% di scarti agricoli e 10% di calcare. Con tale materiale si producono ciotole e lampade naturalmente essiccate o cotte in forno a bassissima temperatura, con l’idea di riprodurre uno scenario di autoproduzione ancestrale e di necessità. In coerenza con tale scenario, le differenti colorazioni sono ottenute dalla selezione di diversi vegetali, spezie e radici, opportunamente essiccate, bollite o filtrate. Su un piano abbastanza simile, Terra, nato dall’idea della designer Adital Ela (vedi Terra in Sitografia), consiste nello sviluppo di oggetti, in particolare per arredamento (sgabelli, paralumi, ecc.), ed artefatti con terra pressata e scarti agricoli, prodotti senza l’utilizzo di energia elettrica. Tali oggetti sono totalmente compostabili, quindi tornano alla terra da dove sono venuti.

La fusione di diversi scarti, sempre partendo dai residui agricoli, nel caso specifico dalla filiera delle fibre naturali, è invece alla base di Impasto di Nikolaj Steenfatt, costituito da segatura, scarti della produzione del caffè e varie fibre naturali, inclusi anche residui di cuoio. I materiali vengono mescolati insieme a dei pigmenti e fatti passare sotto un pressa: il foglio ottenuto viene poi termoformato: in questo caso l’accento è posto sulla lavorabilità. Il caffè è stato anche interpretato in altro senso in queste ricerche: il fondo del caffè è noto come “classico” materiale compostabile. A questo proposito da Raul Lauri, designer spagnolo, è stato sviluppato Decafé, un nuovo materiale composito creato dai residui di caffè macinato mescolato con leganti naturali e stabilizzato attraverso calore e pressione con un processo molto semplice. Decafé è stato prevalentemente utilizzato finora per la produzione di lampade o calotte.

Per quanto riguarda più specificamente il discorso della visibilità degli scarti e della loro origine nel materiale, alcuni tentativi sono stati effettuati con gli scarti dalla produzione della frutta, in particolare il progetto APeel di Alkesh Parmar che ha effettuato ricerche sulle bucce degli esperidi, cioè gli agrumi del genere Citrus, essiccandole e mescolandole con un insieme di leganti naturali ed organici per ottenere sia fogli flessibili sia oggetti per l’uso quotidiano. L’interesse per gli scarti degli agrumi è anche al centro del progetto delle designer italiane Adriana Santanocito ed Enrica Arena. Orange Fiber nasce come materiale autoprodotto, da trasformare in un prodotto di elevata qualità sotto forma di acetato di cellulosa filabile, dal quale si ottiene un tessuto sostenibile che non necessita di trattamenti chimici. E’ molto interessante come in Orange Fiber si accentui la visibilità dello scarto e l’immagine nonché il fascino della filiera di provenienza, quella connessa alla coltivazione degli agrumi.

Anche altri tipi di scarti sono stati considerati per la produzione di oggetti di design, dove l’immagine della filiera fosse evidente: un esempio è il lavoro di tesi di Mattia Badalotti al Politecnico di Milano (C-Note, tesi di M. Badalotti, 2013, in Sitografia) su bioplastiche da scarti di cacao con resine biodegradabili per oggetti dedicati alla consumazione del cioccolato, filiera che per l’alto valore aggiunto si presta particolarmente bene a questi esperimenti.

Per completare il discorso occorre chiarire che l’auto-produzione di bioplastica rappresenta una “ricetta” perfezionabile secondo l’esperienza, come avviene nell’ambito della cucina e della ristorazione, e con ingredienti presenti nella classificazione E degli additivi alimentari consentiti, se non addirittura edibile, riporta a considerazioni attuali sulla somiglianza delle procedure di produzione della bioplastica e quelle della preparazione di specialità culinarie.

Due esempi di quest’atteggiamento progettuale possono essere citati. Il primo è quello di “Shaping Sugar” della designer Amalia Desnoyers, che può intendersi come una rivisitazione modernizzata e con contenuto di design e minore fragilità della produzione del vetro da una miscela di zucchero solido, sciroppo di glucosio ed acqua portata a 160°C (Shaping Sugar, in sitografia). Si tratta della produzione di bicchieri che prendono vita dallo zucchero (il “vetro di zucchero” è noto da secoli, e sfruttato per esempio per esigenze sceniche). La trasformazione di questo prodotto edibile apre possibilità per sperimentare forme effimere e disegni. Dalla reazione chimica di zucchero, acqua e glucosio scaldati insieme a 160°C, si ottiene una miscela con qualità simili a quelle del vetro (trasparenza, fragilità) basandosi sui processi dell’industria vetraria e ripresentando in piccolo la tecnica di soffiaggio per creare bicchieri di zucchero, l’acqua versata nei quali prende il sapore dolce, cosicché alla fine il bicchiere può essere mangiato. Il secondo esempio è quello delle sperimentazioni raccolte da Laurence Humier e Audrey Tardieu in “Cooking materials” per mostrare il legame inedito fra ingredienti culinari e non, organici e inorganici, in modo tale da avere un nuovo approccio alla materia, trasferendo alla produzione di materiali processi noti nella cucina, per esempio montare a neve la cera d’api invece della panna montata. (… segue …)

Leggi l’articolo completo: Gloria Colotto, Carlo Santulli, Roberto Giacomucci, Produzione di oggetti di design per il catering da plastiche a base di latte autoprodotte, in Scienze e Ricerche n. 25, 15 marzo 2016, pp. 79-88