Lo spazio dissolto nella luce: la lama di Massimiliano Fuksas a Roma

Il progetto degli architetti Massimiliano e Doriana Fuksas tuttora in fase di completamento nel quartiere EUR a Roma consta di due edifici. Il Nuovo Centro congressi (Nuvola) e l’hotel Eur, come una Lama sottile. Se è la Nuvola ad attrarre lo sguardo per la sua leggerezza e i colori chiari, il blocco nero della Lama quasi svanisce al suo fianco. Nondimeno è proprio la Lama, lucente e buio parallelepipedo, a offrire spunti per riflettere sul rapporto fra sguardo e architettura. Siamo soliti pensare che prima percepiamo il volume (lo spazio in cui siamo) e poi la luce. La Lama ci impone il processo inverso e consente di meditare sul rapporto fra spazio e visione come processo percettivo necessariamente immerso nel tempo. Percorrendo la via Cristoforo Colombo nel tratto che costeggia il laghetto, la Lama si mostra non come volume, bensì solo come immateriale riflesso, confuso coi lampioni e le luci delle automobili, debole gioco di luci della città.

1. Modo consueto di vedere l’architettura

Nel nostro tempo siamo abituati a considerare l’architettura piuttosto come tecnica dell’abitare che non come oggetto d’arte. Anche se sappiamo che nel corso dei secoli l’architettura ci ha donato opere splendide (soprattutto luoghi di culto, edifici pubblici, maestose dimore private), per lo più tendiamo a considerarla non tanto come manifestazione di una capacità propriamente artistica direttamente legata alle spinose questioni della bellezza e della forma, quanto piuttosto una tecnica messa al servizio di necessità – in primis – di ordine pratico (offrire un riparo adeguato a consentire lo svolgimento di certe attività) cui si aggiunge, elemento non essenziale ma se mai supplemento, una certa gradevolezza e attrattiva per lo sguardo. La sollecitazione del guardare non sembra essere il primo scopo dell’opera architettonica, come invece potrebbe dirsi in maniera esemplare dell’opera d’arte pittorica.

Altre caratteristiche proprie dell’architettura in quanto tecnica dell’abitare sembrano sottrarre l’architettura di per sé alla pratica o all’esercizio del guardare. Innanzitutto l’architettura in quanto tecnica dell’abitare progetta e organizza lo spazio, ma in modo tale da avvolgere il soggetto che la fruisce e da instaurare con costui un rapporto problematico di distanza e vicinanza. Il soggetto non può mai veramente allontanare da sé lo spazio ma ne è sempre, in quanto vivente, catturato. Come ha mostrato la riflessione filosofica della contemporaneità, oltre che a essere sempre immersi in un tempo, siamo sempre in un qui. Inoltre solitamente le opere architettoniche hanno grandi dimensioni e solo di lontano si offrono allo sguardo come fossero un oggetto. E anche quando possiamo guardarle a distanza, cogliendone in qualche modo l’interezza, senza essere avviluppati nel loro spazio, ne scorgiamo soltanto una parte e mai il tutto. Di un’opera architettonica possiamo soltanto cogliere una facciata, un lato, un muro posteriore, un convergere di linee generanti spigoli o angoli, una veduta dall’alto: in breve, sull’architettura in quanto opera volumetrica possiamo esercitare solamente un punto di vista e mai possedere una visione davvero globale, tanto meno dal vivo. Se infatti dal vivo e da vicino ancora una scultura e specialmente un’opera figurativa (per esempio pittorica) intensificano l’atto del guardare (per cui abbiamo impressioni visive di ombre e colori accompagnate a esperienze tattili che la riproduzione fotografica difficilmente potrebbe restituirci in modo adeguato), l’opera architettonica dal vivo sembra imporre al fruitore una sorta di parziale cecità, una visione limitata a pochi aspetti e dettagli. Ciò accade sia che ci si trovi all’esterno che all’interno di un certo edificio. All’esterno possiamo vederne soltanto la parte ci si offre davanti mentre tutti gli altri lati sfuggono al nostro sguardo; all’esterno la visione totale dell’interno in quanto spazio ci è altresì preclusa. Per converso, all’interno di un edificio perdiamo la visione dell’involucro esteriore come esso ci appariva dall’esterno. Chi gode dell’opera architettonica può vederne soltanto una parte mentre l’opera nella sua complessità continua a svolgersi per così dire alle sue spalle o gli si nasconde nello stesso momento in cui gli si fa innanzi. In qualche modo l’architettura si sottrae all’operazione oggettivante dello sguardo e, nel senso metaforico del guardare, dello stesso theorèin: è forse anche per questo motivo che i Greci antichi l’hanno intesa quale “tecnica dell’archè”, dove archè è principio e fondamento delle cose il quale di per sé tende a sottrarsi.

Un’ulteriore caratteristica dell’architettura secondo l’idea abituale che abbiamo di essa e che ne condiziona le possibilità di visione è data dal fatto che l’opera architettonica è, nella sua materialità, alcunché di pesante, di opaco, di resistente. La solidità sembra un tratto ineliminabile dell’opera architettonica, a pena della sua stessa possibilità di durata nel tempo. Può parlarsi di una natura “terrestre” dell’architettura come una qualità che riunisce solidità, gravità, opacità e pensata in quanto opposta ad aria e luce intesi invece quali principi di rarefazione della materia e, dunque, in senso metaforico principi di spiritualizzazione – e ciò benché l’architettura si giovi anche di aria e di luce. Nella sua opacità l’architettura sembra di per sé inadeguata ad avviare con il senso della vista un percorso mirato all’intensificazione dell’atto del vedere. Anzi, per via del fatto che gli spazi realizzati dall’architettura sono di solito riempiti di oggetti (mobili, suppellettili, decorazioni di vario genere) se mai l’atto del vedere è canalizzato e attratto verso i singoli oggetti mentre l’architettura in quanto struttura portante e organizzante lo spazio tende di per sé a scomparire.

Infine, un ultimo carattere proprio dell’architettura tradizionalmente intesa è il suo valore funzionale. In altre parole per molti secoli è dalla forma stessa di un edificio che siamo abituati a riconoscere a quale scopo sia stato costruito: se si tratti di una chiesa, di un’abitazione, di un teatro, di una casa deputata allo svolgimento di attività pubbliche.

2. Intenti innovativi dell’architettura contemporanea

Tenendo presente che l’opacità, la pesantezza, il sottrarsi a una visione complessiva sono l’esperienza più comune che abbiamo dell’architettura, appare con maggior evidenza il proposito innovativo di molti architetti contemporanei che cercano per un verso o per l’altro di scardinare gli elementi per tanto tempo costanti in architettura. Alcuni hanno inteso minarne la solidità proponendo l’uso di materiali leggerissimi (pareti cristalline e travi metalliche), ovvero deperibili e necessitanti un continuo ricambio (per meglio assoggettare l’opera a un rapporto osmotico rispetto all’ambiente circostante). Altri hanno sfidato la forza di gravità ricorrendo a strutture statiche assai lontane da quelle ispirate alle forme regolari della geometria euclidea, ovvero cercando di imprimere movimento a ciò che di per sé è pensato come destinato ad ancorarsi a terra; altri ancora hanno indagato la possibilità di contaminare l’architettura avvicinandola ad altre modalità dell’arte o esperienze sensoriali, per esempio mediante installazioni interattive, acustiche o luminose.

Nel quadro assai variegato dell’architettura contemporanea, i lavori dell’architetto di origini lituane Massimiliano Fuksas (Roma, 1944) non soltanto si inseriscono nella corrente di chi cerca di forzare quelli che appaiono i limiti costituzionali dell’architettura in quanto tale, ma anche propongono opere che sembrano far slittare l’opacità tattile, solida, in poche parole, la pesantezza dell’edificio in esperienza del movimento e della visione. In particolare l’attenzione al movimento, alla dimensione processuale sembra una costante dell’opera di Fuksas, il quale tuttavia per propria stessa ammissione nelle proprie opere non ama il ripetersi dei medesimi motivi ispiratori: e, rispetto al movimento quale elemento costante della sua ricerca, il rango privilegiato che assume il vedere sembra una prerogativa specifica di una delle sue opere più recenti, l’hotel a completamento del complesso tuttora in corso di realizzazione a Roma nel quartiere dell’EUR. (… segue …)

Giuliana Scotto

Leggi l’articolo completo: Giuliana Scotto, Lo spazio dissolto nella luce: la lama di Massimiliano Fuksas a Roma, in Percorsi dello sguardo, supplemento a Scienze e Ricerche n. 23, 15 febbraio 2016, pp. 100-108