Una “buona scuola” potrà generare una “scuola dei talenti”?

di Umberto Margiotta, Professore ordinario, Università Ca’ Foscari di Venezia.

Compito della Scuola del terzo millennio è apprezzare l’ambiente di vita degli studenti come la “scorciatoia” più sicura per ridurre la sua cronica distanza dai loro bisogni/interessi e dalla cultura antropologica dei loro contesti di appartenenza. Soltanto “entrando dentro” (e non ponendosi di fronte: in una posizione falsamente illuministica) la fitta trama dei saperi e dei problemi socioculturali del proprio ambiente di vita è possibile corredare il curricolo di conoscenze dirette, problematiche, plurali, mobili, e trasformarle in competenze. Questo obiettivo è perseguibile ad una condizione: che gli ambienti urbani e naturali possano disporre e attivino una rete plurale, accessibile e percorribile di risorse formative che diano corpo ad una “idea di scuola capacitante ” in cui i cittadini sappiano identificare il loro ruolo ed il loro interesse ed in cui le istituzioni e gli altri soggetti coinvolti trovino la motivazione per investire risorse e idee.

Una delle evidenze della ricerca pedagogica contemporanea è che solo una parte dell’apprendimento personale avviene a scuola. E’ stato sempre così, invero. La scuola, anzi, nel corso dell’ultimo mezzo secolo e in modo impressionante, ha progressivamente imposto il monopolio dei codici e la sclerosi dei metodi e degli ambienti di apprendimento. Questo ha relegato in spazi secondi e terzi il corpo, l’autonoma organizzazione, il rischio di fare, disfare, scegliere, provare conseguenze dei gesti, assumere compiti, eseguire opere, impegnarsi in “capolavori”. Ma tutto ciò non ha rivelato la sua drammatica sterilità, perché la vita ha provveduto ad incapsulare queste “replicazioni” in un nuovo larghissimo apprendistato cognitivo che occupa una scena immensa nelle autobiografie personali di ogni giovane. Una scena, invero, che realizza apprendimenti “prossimali” per lo più fuori dalla scuola;  che proietta anche tutte le discipline del sapere su nuovi piani di libero, erratico, accesso, in mille forme e in ogni luogo.

Da molti anni, peraltro, il sistema scolastico italiano si riproduce per inerzia. A dispetto dei risultati di qualità che a livello micro si riescono ad ottenere, quelli di livello macro continuano, da almeno tre lustri, a presentare il segno negativo: i tassi di dispersione scolastica sono tra i più alti in Europa; i nostri giovani abbandonano il Paese in numero ogni anno crescente; le performance dei risultati di apprendimento non si discostano sostanzialmente (come nel caso della comprensione del testo scritto) da quelli del 2000 (cfr. OCSE-PISA), anche se con significative eccezioni territoriali. La stessa qualità del dibattito sulle politiche scolastiche appare deprimente: probabilmente perché da circa venti anni non abbiamo dovuto confrontarci con reali politiche scolastiche, ma soltanto con l’applicazione al sistema di education di un pensiero unico neo-liberista che ha fatto dell’istruzione (e di quella statale in particolare) un mero canale di finanziarizzazione delle competenze. Nel frattempo la crisi globale ha modificato profondamente la posta in gioco, rivelando non solo il cinismo delle opzioni selettive, razionalizzatici e falsamente meritocratiche che pur venivano sapientemente pubblicizzate, ma soprattutto il fatto che il significato di categorie come giustizia, lavoro, libertà, speranza e futuro era nel frattempo profondamente modificato. Sicché solo un nuovo pensiero strategico, e non le dispute di condominio su micro-aggiustamenti del sistema scolastico, può consentire al Paese di ricostruire un capitale formativo idoneo ad accompagnare la ricostruzione morale, sociale e produttiva che ci attende. (… segue …)

Continua a leggere l’articolo completo: Umberto Margiotta, Una “buona scuola” potrà generare una “scuola dei talenti”?, in La fabbrica delle conoscenze, supplemento a Scienze e Ricerche n. 23, 15 febbraio 2016, pp. 15-17