Letteratura, scienza e realtà a 70 anni da Hiroshima e Nagasaki

di Luciano Celi, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto per i Processi Chimico-Fisici, Pisa.

 

Si nasce assuefatti a fuggire, in Sicilia

Elio Vittorini

L’ottimista pensa che questo sia il migliore dei mondi possibili. Il pessimista sa che è vero.

James Branch Cabell

Uno scomparso non lo è mai per tutti quanti.

J. Bonells, La seconda scomparsa di Majorana, p. 103

È il 1938. Ettore Majorana, uno dei «ragazzi di via Panisperna» scompare in circostanze misteriose, a soli 32 anni. Per coloro che lo conoscono, è un genio, con il carattere del genio: socialmente incostante, schivo, scontroso. A 32 anni ha già folgorato colleghi e maestri – uno su tutti: Enrico Fermi – con le proprie intuizioni sulla struttura della materia e, in cuor suo, teme che profanare l’alfa privativo della parola “atomo” conduca il genere umano verso l’autodistruzione. La voce di Leonardo Sciascia in La scomparsa di Majorana (1975), quello che per molti è di fatto una sorta di breve romanzo inchiesta, narrerà le ipotesi che fino ad allora erano state fatte su questo caso e ne aggiungerà di sue. Tra queste appunto l’idea che lo scienziato possa essersi ritirato presso un convento ricusando il suo ruolo, in seguito a una intuizione circa il possibile sviluppo della bomba atomica e le conseguenze disastrose che ne sarebbero scaturite. Ipotesi affascinante ma pur sempre ex post: nel 1947, dopo che le atomiche furono sganciate sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, Robert Oppenheimer, responsabile scientifico del progetto Manhattan, in una conferenza al MIT ebbe a dire: «In un certo senso basilare che nessuna volgarità, umorismo o esagerazione possono dissolvere, i fisici hanno conosciuto il peccato; e questa è una conoscenza che non si può perdere».

 

1. La letteratura utile (a evitare la guerra): il caso Ucraina

Nell’infinito e sempre possibile gioco dei condizionali, qualche intellettuale ha sostenuto che se Hitler avesse letto Guerra e Pace non avrebbe invaso la Russia. Difficile da credere – la hýbris nel III Reich non era certo una condizione dello spirito sottovalutata[1] – e anzi: forse avrebbe costituito una sfida ancora maggiore. Ma il pretesto resta valido per parlare di quel che “ieri” – primavera 2014 – e oggi – un anno dopo – accadde e ancora sta accadendo in Ucraina.

Allo scoppiare di certi conflitti la nostra modernità di uomini distratti e bombardati quotidianamente da migliaia di inutili informazioni fa sì che si rimanga stupiti. Bisognerebbe sempre conoscere la storia di un posto. Magari recente e per sommi capi, ma conoscerla[2]. E ancora meglio, laddove possibile, attraverso una letteratura che di quella storia narri. Parisi (2014), nel suo articolo, per parlare di quel che ancora accade in Ucraina, esordisce con una citazione di Osip Mandel’stam:

«A certuni poter uccidere impunemente fa l’effetto di un bagno in fresche acque effervescenti, e per questa razza di persone, dagli occhi castani infantilmente sfrontati e pericolosamente vacui, la Crimea era soltanto una stazione termale dove si sottoponevano a un ciclo di cure, osservando un regime tonificante e salutare per la loro indole». Così Osip Mandel’stam scriveva all’inizio degli anni Venti, rievocando a distanza di tempo i mesi trascorsi nella città di Teodosia mentre infuriava la guerra civile.

Talvolta accade che per sapere dove costruire una casa sarebbe sufficiente avere una qualche cognizione di toponomastica (i nomi dei luoghi spesso indicano – in una lingua persa o un dialetto – le caratteristiche di un terreno o del microclima che su quella porzione di territorio insiste). Identicamente, per altri versi, leggere la letteratura – e quindi la storia – di un luogo potrebbe essere sufficiente per comprendere le ragioni che spingono verso la guerra.

2. Lo Sciascia giallista

Sciascia decide di dedicarsi al “caso” Majorana perché incuriosito dal giallo che di fatto la vicenda reale costituisce. Aveva ampiamente già sperimentato il genere: Il giorno della civetta (1961), A ciascuno il suo (1966) e Todo Modo (1974) oltre a essere romanzi – che affondano sempre la propria trama nel reale – diventano film di successo: il primo per la regia di Damiano Damiani nel 1968 e gli altri due sotto la direzione di Elio Petri. Ma l’analisi delle sue opere non sembra seguire un percorso lineare.

2.1 Ambroise, ovvero Sciascia sul lettino dello psicanalista

Nel leggere il saggio di Claude Ambroise[3], si può constatare, a parere di chi scrive, una certa difformità di metodo nel passare al vaglio le opere dell’autore siciliano. Da un lato il paradigma è quello del ricco e ingegnoso apparato di analisi marxista della letteratura che si rifà alla figura di György Lukács; dall’altro – rifacendosi alle letture che lo scrittore dovrebbe aver fatto – a presunte interpretazioni freudiane: Sciascia, ripete qua e là Ambroise, ha letto Totem e tabù.

2.2 Sciascia: un giallo per Majorana?

Lo studioso francese si concentra sulle singole opere dello scrittore e si sofferma in particolare, per la sua peculiare ermeneutica letteraria in chiave psicoanalitica, su L’antimonio. Se per la vicenda qui narrata ancora si può dare una lettura di questo genere, essa sembra del tutto fuori luogo – per chi scrive – in La scomparsa di Majorana. Ambroise parte con un parallelismo tra Carl Auguste Dupin, il “detective” descritto da Edgar Allan Poe ne I delitti della Rue Morgue, sostenendo che Sciascia aveva in mente quello – «la cui tecnica investigativa, già nel finale di Todo modo, assumeva la funzione di un modello»[4] – quando immaginava un detective che fosse in grado di cimentarsi con il caso Majorana.

Lo studioso traccia parallelismi tra il prefetto di Parigi, amico di Dupin, e la persona che in prima persona narra della scomparsa di Majorana: il primo riteneva, per esempio, che tutti i poeti fossero pazzi e allo stesso modo, al capo della polizia italiana con l’attenzione rivolta alla scomparsa del celebre scienziato, Sciascia fa dire, anzi pensare: «la scienza, come la poesia, si sa, sta a un passo dalla follia». Debole, ma plausibile. Così come deboli e plausibili sono le restanti analogie – o punti di contatto – tra i due che Ambroise abbozza.

L’analisi – tra fatti realmente accaduti, ipotesi, analisi letteraria – procede fino a quando di nuovo la psicanalisi torna ad essere strumento interpretativo dell’opera sciasciana. I fratelli di sangue di Majorana vengono messi in parallelo e poi sostituiti dai “fratelli maggiori” Fermi e Heisenberg:

Dei fratelli, niente o quasi. Negano l’importanza per Ettore dell’episodio del bambino bruciato[5]. Uno di loro – Salvatore – è ricevuto da Bocchini per esprimergli la convinzione della famiglia che alla tesi del suicidio va sostituita quella della scomparsa. Nel racconto, però, dominano due figure di fratelli maggiori: dei quasi padri tra di loro antitetici. Infatti, Fermi e Heisenberg, l’uno in procinto di ricevere il Nobel, l’altro già insignito del titolo, erano ambedue nati cinque anni prima di Ettore Majorana. Nella fantasmatica sciasciana, uno è il fratello buono, l’altro il fratello cattivo: Fermi dà un decisivo contributo alla fabbricazione della bomba, Heisenberg si astiene. L’italiano, con la scienza, «brucia il bambino», lo straniero si è rifiutato.[6]

Francamente anche su questo, e su quello che nell’immediato segue, si rimane un po’ perplessi: le si descrive come assodate ma non ci si chiede perché Sciascia avrebbe dovuto compiere queste “operazioni letterarie”. Perché da una parte il buono e dall’altra il cattivo? Benché successivamente questo paradigma[7] mutatis mutandis torni nuovamente, pare che la personale conoscenza tra il Sciascia autore e l’Ambroise curatore delle sue opere, non abbia condotto a una chiara esegesi di queste. Poco oltre si cita Giacomo Debenedetti ex abrupto senza riferimento a Sciascia, ma a Joyce. E ancora: citando questo si parla del Principio di indeterminazione scoperto da Werner Heisenberg e un paio di pagine dopo lo si ritira fuori dal cilindro:

Ci colpisce anche la presenza di due indeterminazioni che l’una nell’altra si specchiano: si è suicidato? ha visto l’atomica? e usiamo l’espressione «relazione d’indeterminazione» così come lo stesso Sciascia aveva usato l’espressione «forza di scambio» e cioè metaforicamente: trasferendola dal campo della fisica alla lettura di un testo.[8]

Trasferimento indebito, uso indebito, metafora inconsistente, visto che se si fosse almeno letto l’enunciato che esprime il Principio di indeterminazione, forse ci si sarebbe almeno resi conto che una delle due grandezze che si vogliono misurare (tipicamente: posizione e velocità) relative a una particella subatomica è sempre nota, mentre in questo caso – se Majorana si sia o meno suicidato o “abbia visto” o meno l’atomica – nulla sappiamo.

Per chiudere: il concetto di buono e cattivo viene (psico)analiticamente applicato anche alla madre, anzi: alle madri, secondo le teorie di Melanie Klein. La “cattiva” sarebbe la scienza che “brucia il bambino” e il rigetto della scienza-madre in Majorana arriva alla negazione di sé, della sua persona con la sua scomparsa. Ancora sul lettino dello psicanalista. E in aggiunta: senza la possibilità[9] di leggere il bel saggio di Sokal e Bricmont (1999) che avrebbe contribuito a fare un po’ di chiarezza in questo guazzabuglio di citazioni.

Valentina Fascia sembra aver ragione, quando descrivendo uno status quo, nell’edizione dell’aprile 1998, nella sua introduzione dice:

Qui conta, piuttosto, rilevare che tra tanto parlare, tra centinaia di commenti, di recensioni, di studi più o meno monografici, più o meno stimolanti dal punto di vista critico, tuttora non si abbia l’esatta misura della produzione testuale sciasciana. Si tratta insomma di rilevare come, in questa esorbitante letteratura critica, sia incredibilmente assente lo stimolo della ricerca autentica; come, spesso, l’assenza degli strumenti e dei metodi essenziali di lavoro e di ricerca abbiano prodotto quell’aureola di approssimatività filologica, purtroppo frequente per quel che attiene ad alcuni autori del Novecento.[10]

Nel caso specifico si dice, poco oltre, che questa è “colpa” dello stesso autore che, ancora vivente, ha avuto la possibilità di curare da sé l’edizione della propria opera, espungendo o integrando con assoluta sovranità laddove ritenesse più opportuno e impedendo quindi di fatto che altri potessero interpretare e, più in generale, avere uno sguardo in qualche modo più “oggettivo” sull’opera stessa.

Tuttavia anche Fascia, come Ambroise – seppure più blandamente – ribadisce la vocazione “giallista” di Sciascia e ne traccia la continuità con Poe.

3. Dalla letteratura alla realtà: la polemica con i fisici

La scomparsa di Majorana esce nella prima metà del 1975 e prima della fine dell’anno la polemica, virulenta, ha già imperversato tra il letterato siciliano e la comunità dei fisici. A riassumere la genesi del pamphlet su Majorana le parole dello stesso Sciascia:

L’avevo scritto, questo racconto, nella memoria che avevo della scomparsa e su documenti che, per tramite del professor Recami, ero riuscito ad avere, dopo aver casualmente sentito un fisico parlare con soddisfazione (il titolo del pezzo giornalistico, qui, è “Majorana e Segrè”), ed entusiasmo persino, delle bombe che avevano distrutto Hiroshima e Nagasaki. Per indignazione, dunque; e tra documenti e immaginazione, i documenti aiutando a rendere probante l’immaginazione, avevo fatto di Majorana il simbolo dell’uomo di scienza che rifiuta di immettersi in quella prospettiva di morte cui altri, con disinvoltura, si erano avviati.[11]

Recami (2006) offre, e conferma, le motivazioni che indussero lo scrittore siciliano a ritenere che lo scienziato fosse scomparso per non essere complice nella costruzione dell’ordigno atomico[12]:

L’incontro di Sciascia con Segrè avvenne a pranzo, in Svizzera[13], presente Moravia, il quale non si peritò di dare qualche gomitata sotto il tavolo a Leonardo quando Segrè cominciò a vantare il suo ruolo nella costruzione della bomba A (e, come vedremo, a Segrè non mancava una sua piccola dose di ragioni). […]

L’agrigentino Sciascia scelse, come contraltare di Segrè, il grande conterraneo (catanese) Ettore Majorana – paragonato da Enrico Fermi a geni come Galileo e Newton – quale esempio dello scienziato che, di fronte al pericolo che le proprie scoperte possano essere usate a fin di male dal potere economico e politico, rinuncia a renderle note, e si ritira nell’ombra.

Recami in questo frangente trova debole l’argomentazione dell’autore, “inquinata” da un eccesso di idealismo e dall’associarsi un po’ pedissequo alla tradizione di pensiero tipicamente italiana e non molto nobile, che rivendica il primato della cultura umanistica sulla scientifica (la vexata quaestio delle “due culture”). Un’argomentazione che gli farà scrivere, come chiosa finale del celebre articolo pubblicato su «La Stampa» la vigilia di Natale del 1975 in cui si difende dagli attacchi di Amaldi: «si vive come cani per colpa della scienza».

Il lungo testo – che occupa un’intera pagina nel formato over size dei quotidiani dell’epoca, scritto senza quasi interlinea – entra nel merito del suo romanzo-pamphlet sulla scomparsa di Majorana, uscito a puntate sul quotidiano stesso e, pressoché in contemporanea, come libro. I punti che Sciascia tocca in questo articolo sono molti e richiederebbero un’analisi a parte. Egli però principalmente insiste su un punto fondamentale che è quello ben noto della responsabilità dello scienziato. Responsabilità addotta come motivo principale delle sparizione del geniale fisico catanese. Su questo punto Sciascia dibatte aspramente, a distanza, con Edoardo Amaldi: questi attacca personalmente lo scrittore e – con tutta evidenza – non nel merito della questione sollevata. La frattura sembra inconciliabile: i due contendenti (sebbene qui si ascolti la voce di uno solo) hanno punti di vista che divergono in via definitiva, quasi a sancire una rinnovata separazione tra “le due culture”.

3.1 Letteratura nucleare: Copenaghen di Michael Frayn

Non è questa la sede per una disamina di quanto la fisica abbia indotto non solo un antesignano come Sciascia a scrivere dei suoi misteri, ma vale la pena citare almeno un’opera che, in tempi più recenti e in letterature che esulano da quella italiana, hanno avuto una eco importante su questi argomenti.

Se infatti la scomparsa di Majorana è e rimane un mistero, esistono altri episodi – ormai appartenenti alla storia recente della fisica – che hanno attirato l’attenzione di scrittori, giornalisti, divulgatori e non ultimo, scienziati. Michael Frayn, scrittore e drammaturgo britannico, fu attratto da un evento particolare che gli sembrò, a pochi anni di distanza dalla scomparsa di Majorana, misterioso quanto determinante per le sorti legate alla bomba atomica e alla vittoria della II Guerra Mondiale. Siamo nel settembre del 1941 e Niels Bohr, padre della fisica atomica, vive nel suo paese, la Danimarca, già occupato dai nazisti. Uno dei suoi più brillanti allievi, il tedesco Werner Heisenberg, si reca a fargli visita. Essendo questi a capo del programma di ricerca nucleare tedesco, Frayn si chiede: a che pro questa visita? Cosa si sono detti allievo e maestro? Heisenberg voleva notizie su quanto gli alleati fossero avanti nel loro programma, oppure cercava consigli per come andare avanti nelle sue ricerche? Nessuno sa come sia andata realmente. Le biografie dei due però parlano chiaro: pur essendo sopravvissuti entrambi alla guerra, non si incontrarono mai più.

Frayn allora immagina i tre protagonisti – in compagnia dei due fisici c’era anche la moglie di Bohr, Margrethe che però fu esclusa dalla conversazione perché pare i due siano andati a fare una passeggiata – post mortem rievocare quegli eventi e costruisce su questo episodio tre possibili scenari su come possano essere andate le cose, in omaggio alla più grande scoperta di Heisenberg: il principio di indeterminazione. La piece teatrale fu scritta nel 1988 e tradotta in molte lingue, tra le quali l’italiano[14].

Non che nel nostro paese non vi fosse interesse nei confronti delle vicende nucleari, anzi: la questione atomica, anche e soprattutto in ambito civile, rese possibile la diffusione di documentari e film che, a partire dagli anni ’60, videro protagonisti cinema e televisione:

L’interesse per la scienza dell’atomo orbitò intorno a Giordano Repossi e Leandro Castellani. Il primo condusse inchieste istituzionali, tra cui L’Italia nucleare (1961), in collaborazione con il Cnen […]. Seguì Atomo pratico (1964), un caleidoscopio sui benefici del nucleare nella vita quotidiana – con titoli come «Il contadino nell’era atomica», che da lì a poco avrebbe inquietato o, al più, fatto sorridere […]. All’inchiesta storico-critica si dedicò invece Castellani, in collaborazione con Sabel, nel drammatico Storia della bomba atomica (1963), edificato con materiale di repertorio, interviste inedite e animazioni. A fornire consulenza venne chiamata Ginestra Amaldi, convinta che il compito della divulgazione fosse, sì, disperdere ogni forma di superstizione, ma anche non indulgere in mitologie scientiste: occorreva piuttosto mostrare i percorsi di una ricerca costantemente in dubbio e lontana dal possedere verità definitive. Castellani avrebbe portato avanti il proprio progetto con altri lavori, quali L’enigma Oppenheimer (1964) e Dopo Hiroshima (1969), il film per la televisione Ipotesi sulla scomparsa di un fisico atomico (1972), sul caso Majorana e l’«inchiesta sull’inchiesta» La bomba prima e dopo (1984) […].[15]

4. Scomparsa e ricomparsa di Majorana

Tra realtà, storia, letteratura, finzione e cinematografia, Majorana scompare: le ipotesi più accreditate sono due o tre, ma romanzi[16], articoli su quotidiani[17] e studi[18] non cessano ciclicamente di riempire le pagine di attualità.

Il risvolto inevitabilmente sociale e sociologico che in prima persona Sciascia registra alla fine della sua requisitoria nell’articolo apologetico su «La Stampa», fa da eco a un curioso episodio che riguarda l’ultimo scritto che sappiamo essere stato vergato dalla penna dello scienziato catanese.

Sembra infatti che questi, al netto delle ipotesi più o meno verosimili che sulla sua scomparsa si sono fatte, coltivasse, in ultimo, un interesse verso la sociologia e più in generale uno “stare insieme” degli esseri umani. Questo ultimo articolo inedito, accolto postumo, per interesse del fratello, da Giovanni Gentile Junior sulla rivista «Scientia», numero 71, 1942, alle pagine dalla 58 alla 66, ne offre la prova. Nell’abstract della pubblicazione che ha per titolo Il valore delle leggi statistiche nella fisica e nelle scienze sociali[19] possiamo leggere:

La concezione deterministica della natura racchiude in sé una reale causa di debolezza nell’irrimediabile contradizione [sic!] che essa incontro con i dati più certi della nostra coscienza. G. Sorel tentò di comporre questo dissidio con la distinzione tra natura artificiale e natura naturale (quest’ultima acausale), ma negò così l’unità della scienza. D’altra parte l’analogia formale tra le leggi statistiche della fisica e quelle delle scienze sociali accreditò l’opinione che anche i fatti umani sottostessero a un rigido determinismo. È importante, quindi, che i principî della meccanica quantistica abbiano portato a riconoscere (oltre ad una certa assenza di oggettività nella descrizione dei fenomeni) il carattere statistico delle leggi ultime dei processi elementari. Questa conclusione ha reso sostanziale l’analogia tra fisica e scienze sociali, tra le quali è risultata un’identità di valore e di metodo.

Parole che, seppure non possiamo indicare come veggenti in relazione alla vicenda atomica, rendono l’idea di una grande e sicura consapevolezza: l’aleatorietà e la mancanza di oggettività che investono costantemente i comportamenti umani.

5. Un pezzo di realtà: il medico hibakusha

Hibakusha in giapponese significa «scampato alla bomba». Molti lo sono, molti altri lo sono stati per breve tempo, morti dopo sofferenze a seguito degli effetti radioattivi. Nel 2008 su «Vice.com» è uscita un’intervista al dottor Shuntaro Hida, un medico ultranovantenne che a buon titolo può essere definito un hibakusha, data la sua lunga – e preziosa – vita. La vita di tutti indistintamente è preziosa, ma chi è stato testimone diretto di uno degli eventi più folli della storia umana, va tenuto in considerazione per quel che può raccontare della sua esperienza. Il primo agosto 1944, un anno prima del bombardamento, il dottor Hida fu assegnato all’ospedale militare di Hiroshima come medico. Ha assistito all’impatto della bomba a meno di sei chilometri dall’epicentro, e da allora ha visto tutto quello che un medico specializzato nel trattamento delle vittime della bomba può vedere con i suoi occhi. Nell’intervista[20] racconta della curiosa sorte che gli toccò: chiamato d’urgenza in un villaggio vicino per assistere una bambina con una disfunzione a una valvola cardiaca, si allontanò dall’epicentro giusto in tempo per non essere esposto in maniera letale alla radiazione. La narrazione lucidissima dell’anziano merita di essere riportata integralmente almeno in qualche passo:

Passai la notte in casa del vecchio a tenere d’occhio la bambina. La mattina dopo decisi di darle un sedativo prima di andare via, perché se si svegliava piangendo rischiava di avere un altro attacco. Presi una piccola siringa dalla tasca, e la sollevai davanti a me, premendo in modo da far uscire un po’ di liquido. In quel momento vidi un aereo che sorvolava Hiroshima, proprio di fronte a me.

Si trattava di Enola Gay, un momento prima dell’inferno. Un inferno che per prima cosa acceca:

La prima cosa che vidi fu la luce. Era così intensa che sono rimasto accecato per un attimo. In quello stesso momento sono stato travolto da un calore molto forte. La bomba aveva rilasciato un’onda termica di 4.000 gradi nel momento in cui aveva colpito il suolo. Io entrai nel panico, mi coprii gli occhi, e rimasi accucciato per terra. Non si sentiva nulla, lo stormire degli alberi si era fermato. Sentii qualcosa muoversi, allora guardai prudentemente fuori dalla finestra, nella direzione da cui era venuta la luce. Il cielo era azzurro, e non c’erano nuvole, ma c’era un anello rosso di fuoco su nel cielo, sopra la città! Nel mezzo dell’anello c’era una grossa palla bianca che continuava a crescere come la nuvola di una tempesta – era perfettamente rotonda. Diventava sempre più grande, finché non raggiunse l’anello, e allora esplose tutto, formando un’unica grande palla di fuoco. Era come vedere nascere un nuovo sole.

Ma il peggio doveva venire. E sarebbe avvenuto da lì a poco sulla via del ritorno. Le persone investite dalla bomba non erano ancora del tutto morte. Erano degli zombie:

Incontrai la prima vittima a metà strada. Questa cosa nera venne fuori da dietro un angolo di strada, barcollando maldestramente. Non avevo idea di cosa fosse. Ho rallentato e mi sono avvicinato lentamente, e gradualmente mi sono accorto che era una persona. Cercai di guardarlo in faccia, ma non ce l’aveva. C’erano solo delle grosse palle al posto degli occhi, un buco aperto in corrispondenza del naso, e le labbra erano così gonfie che occupavano metà della faccia. Era una cosa mostruosa. E aveva questa cosa nera che sembrava una manica strappata, e così all’inizio pensai che indossasse degli stracci. Mi chiedevo come tutto questo fosse possibile, quando l’uomo cominciò a venire verso di me. La mia prima reazione fu di arretrare. Ma quella cosa inciampò sulla mia bici e cadde a terra. Essendo un dottore, mi precipitai verso di lui e cercai di sentirgli il polso. Ma tutta la pelle del braccio si era staccata, non sapevo da dove prenderlo. Mi accorsi che la persona non aveva addosso degli stracci, ma era completamente nuda. Quelli che avevo creduto stracci non erano altro che la pelle viva che si era staccata dal corpo e penzolava ancora. Anche la pelle della schiena era bruciata e si staccava, e c’erano decine di piccole schegge di vetro che la punteggiavano. Diede un paio di sussulti, e poi giacque del tutto immobile. Era morto.

La situazione era drammatica perché questo irriconoscibile essere umano era solo il primo di tanti:

In qualche modo riuscii a raggiungere l’ospedale ma c’era un grosso incendio, e non potei ad entrare. [...] La cosa migliore da fare era tornare al villaggio. Hesaka era il villaggio più vicino a Hiroshima, per cui tutti gli sfollati sarebbero stati portati lì, e magari sarei riuscito a medicare qualcuno. Ci misi altre tre ore pedalando lungo il fiume, ma alla fine arrivai alla scuola elementare del villaggio. Diedi un’occhiata al cortile. Era pieno di corpi carbonizzati al suolo, come se qualcuno li avesse sparsi. Ci saranno state mille persone. Alla scuola trovai altri tre dottori dell’esercito, e ci mettemmo a pensare a un piano di azione. Ma le vittime erano tutte ustionate in maniera gravissima, e in condizioni critiche. Non c’era molto da fare. Quello che facemmo quella notte fu solo separare i morti dai vivi che giacevano al suolo, e cominciare a portare via i corpi. Mentre mi davo da fare, tutti gli hibakusha mi fissavano. Facevo del mio meglio per evitare di guardarli negli occhi. Ma poi incrociai lo sguardo di un uomo, e mi sentii obbligato ad andare a sentire come stava. Mentre mi avvicinavo lui mi fissava con gli occhi sgranati, uno sguardo orrendo. Le persone che stavano morendo lì non avevano neanche un’idea di cosa fosse successo, e per questo tutti avevano occhi come quelli degli animali. Hai mai visto gli occhi di un maiale quando viene sgozzato? Spaventoso, no? Questa persona mi guardava in quel modo. Me li sogno ancora oggi quegli occhi. Ogni anno, verso il 6 agosto, sogno quegli occhi, tutte le notti. Non voglio vederli mai più, ma loro continuano a comparire. Tanta è stata l’impressione che mi hanno fatto.

A settant’anni da quegli avvenimenti anche noi dovremmo fare nostri i ricordi del dottor Hida.

 

Bibliografia

LIBRI

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J. Bernstein, Il club dell’uranio di Hitler. I fisici tedeschi nelle registrazioni segrete di Farm Hall, Milano, Sironi editore, 2005.

S. Bisi, Sciascia, Savinio e “La scomparsa di Majorana”, Soveria Mannelli (CZ), Rubettino, 2011.

J. Bonells, La seconda scomparsa di Majorana, Trento, Keller editore, 2010.

V. Fascia (a cura di), La memoria di carta, con scritti di Francesco Izzo e Andrea Maori, Milano, Edizioni Otto/Novecento, 1998.

R. Finzi, Ettore Majorana. Un’indagine storica, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2002.

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L. Sciascia, Fatti diversi di Storia Letteraria e Civile, Palermo, Sellerio, 1999.

A. Sokal , J. Bricmont, Imposture intellettuali, Milano, Garzanti, 1999.

G. Traina, Leonardo Sciascia, Milano, Bruno Mondadori, 1999.

ARTICOLI

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F. P. De Ceglia, La scienza al cinema, alla radio, in televisione, su «Annali della Storia d’Italia», a cura di F. Cassata e C. Pogliano, vol. 26, Scienze e cultura dell’Italia unita, Torino, Einaudi, 2011, pp. 321-348.

V. Parisi, Mattanza e buen ritiro, la penisola degli scrittori, su «Il Manifesto», 4 marzo 2014, pp. 8-9.

B. Pischedda, Recensione a Sciascia, Savinio e “La scomparsa di Majorana”, in «Todomodo», II, 2012, pp. 371-375.

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S. Roncoroni, Il promemoria “Tunisi”: un nuovo tassello del caso Majorana, su «Il nuovo Saggiatore», volume 27, n. 5-6, 2011, pp. 58-68.

L. Sciascia, Majorana, l’atomo, il no alla scienza. Sciascia conclude la polemica sullo scienziato scomparso, su «La Stampa», 24 dicembre 1975, anno 109, 297, p. 3.

SITOGRAFIA

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Repubblica, Ettore Majorana, la procura di Roma: “Era vivo tra il ‘55 e il ‘59”, su «La Repubblica», 4 febbraio 2015, all’indirizzo, consultato il 5 febbraio 2015: http://www.repubblica.it/scienze/2015/02/04/news/ettore_majorana_procura_roma_vivo_tra_il_55_e_il_59-106539164/

http://www.senzatomica.it/

Note:

[1] «Deutschland, Deutschland über alles, / über alles in der Welt» recitano i primi due versi del Lied der Deutschen. Lied la cui composizione è di molto antecedente al primo conflitto mondiale e ancor di più al secondo.

[2] A commento di un appello girato sul web nella primavera 2014, trascrivo qui nel seguito una mail del professore di Storia Contemporanea Brunello Mantelli che, pure nel linguaggio informale – e spesso colorito, quando non schiettamente provocatorio – che lo contraddistingue, offre un sintetico spaccato della situazione in quella regione del mondo: «Attenzione a schierarsi. Qui non siamo in un western, bensì in un contesto in cui, come dicono a Roma, “il più pulito c’ha la rogna”. Che l’Ucraina sia spaccata in 4 zone tra loro non poco conflittuali è noto, che la Crimea sia territorio storicamente russo, diventato ucraino solo alla metà degli anni Cinquanta per decisione, diciamo un pochino autocratica, di Nikita Krusciov (ucraino di nascita) il quale volle fare un dono alla sua repubblica d’origine (ovviamente senza consultare chi in Crimea ci viveva) è parimenti noto, che Yanuchevic fosse un autocrate è altrettanto chiaro, però un autocrate a suo tempo votato, ed allo stesso tempo è assai opinabile fosse una marionetta russa, quanto piuttosto un soggetto dalle proprie mire a Mosca al massimo tollerato, che Iulia Timoshenko sia tutt’altro che uno stinco di santo e abbia preso mazzette consistenti dal Gazprom russo è parimenti noto, che Yushenko, presidente ucraino portato sugli altari dalla «rivoluzione arancione» abbia proclamato eroe nazionale Stepan Bandera, capo dell’OUN nazionalista (una parte delle cui forze collaborarono coi nazi dopo il 1941) e feroce antisemita è altrettanto noto, che a piazza Maidan non ci fossero solo «sinceri europeisti» ma pure bande armate neonazi nostalgiche appunto dell’OUN, i cui leader si proclamano ad un tempo antirussi, antisemiti e antipolacchi (eggià, perché il nazionalismo ucraino banderista è pure virulentemente antipolacco) è cosa altrettanto conosciuta. […] Mi sa che l’unico ad avere le idee un po’ più chiare sul da farsi sia il governo tedesco, che infatti cerca di mediare (memore della lezione del grande Otto von Bismarck!), mentre le cancellerie occidentali giocano a far gli apprendisti stregoni».

[3]C. Ambroise (1990), cfr. bibliografia al fondo.

[4]C. Ambroise (1990), p. 169.

[5] Bambino che qualche pagina prima è – all’interno di un discorso mistico-religioso – identificato con il Bambin Gesù, qualche pagina dopo diviene la metafora di tutti i bambini morti a causa delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Tutto si tiene, per carità, ma come ben mostra Umberto Eco ne Il pendolo di Focault, alla fine tutto può pretestuosamente essere connesso con tutto.

[6]C. Ambroise (1990), p. 176.

[7]Paradigma secondo il quale «gli schiavi (di Hitler) si comportarono da liberi, mentre i liberi (gli Americani) si comportarono da schiavi», in E. Recami (2006).

[8]C. Ambroise (1990), pp. 180-181.

[9]Per questioni temporali: il saggio di Ambroise esce in italiano nel 1990, mentre Sokal e Bricmont pubblicano il loro nel 1997 in inglese, con una traduzione in lingua italiana che arriverà solo due anni dopo.

[10]V. Fascia (a cura di, 1998), p. 5.

[11]L. Sciascia (1999). Si cita qui l’edizione fuori catalogo di Sellerio, in accordo con la citazione fatta da Recami (2006). Il libro è attualmente in commercio nell’edizione Adelphi.

[12]Non è questa la sede per esplicitare oltre episodi di storia (recente) della scienza cui lo stesso Recami (2006) fa cenno in relazione alla responsabilità dello scienziato sulla questione atomica: al lettore/studioso interessato ad approfondire, come prima indicazione bibliografica si possono dare: M. Frayn (2009), J. Bernstein (2005), S. Maurizi (2004) e, per un’analisi “epistemologica” dell’opera di Frayn (2009), L. Celi (2004). Un filone, questo, che per altro condurrebbe a tutta una “letteratura” legata all’argomento “scienza e disarmo”, cui moltissimi ricercatori e scienziati sono sensibili.

[13]Recami, né qui né altrove, specifica meglio quando quest’incontro sia avvenuto. In un’intervista rilasciata all’Università «Federico II» di Napoli (all’indirizzo, consultato il 5 febbraio 2015: http://www.news.unina.it/dettagli_area.jsp?foto_dossier=3456&area=DOSSIER&ID=3453) sembra non ricordare neppure se si trattasse della Svizzera o meno: «Pranzando, mi sembra in Svizzera, con Segrè, essendogli vicino anche Moravia, Segrè si vantò di avere costruito la bomba atomica».

[14] M. Frayn (2009).

[15]F. P. De Ceglia (2011), pp. 339-340.

[16]Cfr. J. Bonells (2010).

[17]Si vedano, a titolo di esempio, nella parte della bibliografia dedicata alle fonti tratte dal web: L. Fraioli (2010), Repubblica (2011), Post (2013), E. Palma (2015), Repubblica (2015). Per il 2015 ci fermiamo qui ma ovviamente la notizia è rimbalzata, nella consueta eco mediatica, sulla versione online di «Focus» in un articolo di Matteo Liberti (Chi era Ettore Majorana?); «Il fatto quotidiano», partendo da una agenzia dell’Ansa (Ettore Majorana: vivo tra ‘55 e ‘59 cui è seguito un articolo sul sito stesso dell’agenzia: La verità su Ettore Majorana, era vivo tra il ‘55 e il ‘59) e «Il Sole 24 Ore».

[18]Per esempio: S. Roncoroni (2011).

[19]Per un approfondimento su questo articolo di Majorana in particolare, si rinvia a M. F. Barozzi (2012) che però scrive il nome dello scienziato con la “i”.

[20]Cfr. nella sezione sitografia Kosuga T. (2008).

 

(Tratto da: Luciano Celi, Letteratura, scienza e realtà a 70 anni da Hiroshima e Nagasaki, in Scienze e Ricerche n. 10, 1° agosto 2015, pp. 5-11)