Il cibo e la ritualità

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di Vincenzo Crosio, Docente nelle scuole superiori e docente relatore all’Istituto degli studi storici e filosofici di Napoli.

Il cibo, il pasto come eloquente segno di civiltà, dello stare insieme per uno scopo che non è semplicemente ‘il mangiare’ ma il mangiare secondo una modalità formale, in alcuni casi rituale, scandito da un ritmo con un inizio, con una fine e con delle regole che spesso definiamo di buona educazione, è una cultura o meglio una culturazione della coscienza e del tempo storico. Antropologicamente è l’inizio del veramente umano forse di più della domesticazione, delle abitudini scritte, delle stesse edificazioni urbane. Senza pasto e senza pasto in comune secondo un rito, forse non ci sarebbe l’umano, lo scambio simbolico, poetico, sintattico tra l’uomo e la comunità che lo ospita. Virgilio raffinatissimo poeta e dotto antropologo, mitologo delle leggende italiche ed indoeuropee più antiche dell’età augustea, della restaurazione della pax imperiale, dei costumi e dei mores italici in funzione civilizzatrice, accenna a questa importanza culturalizzante in un passo denso di conseguenze non sempre bene valutate, ma che certamente erano note al grande antropologo Levi-Strauss che nel suo libro del 1971 ‘Le origini delle buone maniere a tavola’, scrive: “Il bollito è la vita, l’arrosto è la morte”. Il cotto e il crudo delimitano il margine ancestrale del nostro essere genere sapiens, del nostro sapore, del nostro assaggiare il cibo come esperienza, come alimentazione e come sapienza, sapere del concreto. Ma anche come etica fondamentale. La convivialità, il ritrovarsi intorno ad una mensa per consumare il pasto e scambiare la parola è all’origine della divinità umana, con cui ad esempio Prometeo delinea questo margine strappando il fuoco e le lettere agli dei. Annettendo questa antica pratica, su consiglio di Anchise che memorializza ad Enea (Eneide III.255; VII 130-147) la necessità per evitare la pericolosa regressione nel cannibalismo, Virgilio scrive: «istituunt dapes et adorea liba per herbam subiciunt epulis…»,  dove quell’ ’istituunt dapes’ si deve leggere come rito fondativo preliminare all’istituzione delle città dàrdane nel Lazio, come più avanti è benissimo spiegato. Alla base di ciò che chiamiamo civiltà ci sono dei riti di fondazione, di passaggio direbbe Van Gennep, che sono le vere istituzioni politiche della civiltà umana.

«La prima distinzione netta tra noi e gli animali sta nella dicotomia crudo/cotto, solo le popolazioni umane, a partire da ‘homo erectus’, utilizzano il fuoco per cambiare le caratteristiche organolettiche degli alimenti, alcuni di essi compresi molti cereali sarebbero indigeribili e inassimilabili senza la cottura» (Culinaria, in ‘Atlante delle popolazioni’, a cura di Alberto Salza). Ma non è solo questo il motivo perché gli uomini stabiliscono le mense, i luoghi quotidiani e simbolici dove consumare il pasto; in un numero del National Geographic del 1984 comparve una curiosa affermazione in cui si diceva: «I nomadi sono estremamente ospitali. Offrono a ogni viandante che passi da quelle parti cibi e bevande. Un rifiuto implica il concetto che l’offerta non è abbastanza. Quando le si rivolge per la prima volta, un tibetano le farà la linguaccia e mostrerà le mani a livello della vita. E’ una forma di saluto tibetano molto antica e formale. Le mani spalancate mostrano che non vi è nascosta alcuna arma e che non intende farle del male. Lo show della lingua risale ad una tradizione altrettanto antica di chi offre cibo tibetano agli stranieri: chi avvelena gli altri ha la lingua nera». Dunque offrire cibo, invitare qualcuno a mangiare con noi, condividere il pasto è segno, ripeto, segno di ospitalità e non di ostilità. Attiene a quelle forme di scambio simbolico che sottintendono il potlach, il dono in cambio di un dono, (questo è il rito di ospitalità, il deporre le armi, non essere più hostis ma hospes) ad un rito che prelude alla festa. Un eterno sabato del villaggio, un dì di festa dopo il lavoro, come ci ricorda G. Leopardi e G.B. Vico. E che sottintende la vita e non la morte. “Il bollito è la vita, l’arrosto è la morte” intende anche questo: per il bollito serve la cultura dell’acqua e dei sapori, un mondo di norme scritte e tramandate in ciò che definiamo ‘libro delle ricette’. Il ricettario era nell’antico formulario medico, un modo di assemblare, come in Ippocrate e nell’Ayurveda, le formule della dieta e della farmacopea. La cucina dunque è anche la giusta alimentazione di un popolo e di un individuo. Tra le popolazioni amazzoniche il bollito rinsalda i vincoli di parentela più profondi, mentre l’arrosto è per gli estranei. Un preciso rituale e un preciso formulario shamanico destina questo e quello e il crudo, le interiora e i resti agli animali. In Omero questo rituale è strettamente riferito e norma di procedura religiosa, come ci insegna in ‘I giardini di Adone’ Marcel Detienne, rituale indoeuropeo e vedico allo stesso tempo. Ma anche nella tradizione ebraica la macellazione, l’offerta del cibo e il pasto rituale, è una procedura e un comandamento. Nella Pasqua ebraica e ancor più nella Pasqua cristiana, l’elemento della mensa comune, del pasto rituale e simbolico, diventano rito e lascito memoriale per la cultura di un intero popolo. I profumi, gli odori, la disposizione del cibo a tavola, diventano un ordinamento dei sensi e del gusto ma anche rito di celebrazione. Valga per tutti la cerimonia del tè, che è un rito di ospitalità, di quietudine, di celebrazione liturgica di un samadhi particolare, estetico che attiene alla formula e al silenzio. Il simmetrico equivalente del rito napoletano di invitare a prender un caffè come segno di ospitalità e di bonaria conversazione. Eduardo De Filippo ha scritto una pagina memorabile di questa ritualità napoletana in una sua celebre commedia, in ‘Questi fantasmi’. Dunque il profumo, l’odorato, il gusto, la preparazione del cibo, la sua messa in tavola, la sua consumazione, il ‘consumere’, fa del cibo una convivialità cerimoniosa, gioiosa e celebrativa, è un canone, è un elemento essenziale del Galateo di Giovanni della Casa. Del decoro, di eleganza e di saper vivere. In ‘Lunga vita alla signora!’, un film del 1987, Ermanno Olmi ci dà con estremo rigore il senso di questa cerimonia laica del pranzo, di quanto questa cornice sintattica, formale, rituale, scaramantica, didattica fino in fondo, sia importante agli allievi di una scuola alberghiera e a loro apprendistato. Quasi che la grazia del gesto presuma la grazia del comportamento, della postura. Persino nei monasteri zen, la preparazione del pasto è scandita da regole precise ed è una procedura di illuminazione. La religiosità del pasto preparato e consumato nei monasteri zen è una cerimonia fatta di tempi, suoni, invocazioni, preghiere, silenzio, servizio disciplinato. Nel: «Siate tutt’uno col cibo, col mangiare, fate che il vostro mangiare sia una sola cosa col Dharma» nel ‘Fushukampo’ di maestro Dogen, fondatore della scuola Zen Soto (1200-1253) risuona la scrittura evangelica e di San Paolo: «Cristo ci ha dato da mangiare il suo stesso corpo e il suo stesso spirito» (Efesini, ai Romani, ai Galati). Dunque ciò che sembrano solo norme di cucina, di come preparare il pasto, si rivelano addirittura, nella religiosità più profonda, la consumazione del pasto sacro. Come ben intravide Jan Kott che scrisse un profetico libro dal titolo ‘Mangiare Dio. Una interpretazione della tragedia greca’, la consumazione del pasto è all’origine di ogni discorso sull’umano e sul sacro: «Ad una cena si partecipa mangiando e bevendo. La comunione non è un momento separato, indipendente, ma la piena realizzazione della memoria del Signore». Persino lì nell’Ultima Cena c’è la commistione del reale e del trascendente, persino lì, come ci ricorda R. Guardini. Per la verità una cena filosofica è anche il celebre Convito di Platone, nel Simposio, e la cena di Trimalchione nel Satyricon di Petronio che ci rimanda alla lussuria e al permissivismo orgiastico dei banchetti romani e prima ancora degli Etruschi. Si direbbero delle ovvietà a proposito delle feste e dei banchetti luculliani, se non fossero stati celebrati nientedimeno che da Plutarco: «Abbandonò i pubblici affari, anche perché si accorse che essi erano ormai al di là del proprio controllo e si sentiva a disagio – o forse perché, come alcuni dicono, aveva saziato la sua sete di gloria e aveva avvertito che la sfortunata questione dei suoi molteplici sforzi e delle sue fatiche lo autorizzava a trascorrere una vita di agio e lusso [...][perché] nella vita di Lucullo, come in una commedia antica, un uomo può leggere nella prima parte di incarichi politici e di comandi militari e, nella seconda, di simposii e banchetti [...] e di tutti i tipi di frivolezze». E che dire poi dei banchetti degli dei di omerica memoria. Dunque il cibo e la ritualità sono come la sostanza e la forma, come l’immagine ed una somiglianza a qualunque latitudine, in qualunque letteratura, presso la ritualità di ogni popolo. Scrive, per concludere, Senofonte nell’Anabasi su questo potlach completo che è l’offerta di cibo ai commensali, liberi, ospiti e stranieri nel banchetto cerimoniale alla corte di Seute, re dei Traci: «E li considererò come miei fratelli, miei commensali e miei associati in tutte le conquiste che faremo. E a te Senofonte, donerò mia figlia e se hai una figlia io te l’acquisterò, secondo l’usanza dei Traci». Dunque convivialità, dono, festa e cerimonialità trovano la loro sintassi più esplicita nel pasto che accomuna, nelle memorie antiche, nella tradizionale ospitalità, nelle regole che sottendono a tale pasto in comune. Come nella commedia di Anassandride, commediografo greco della commedia di mezzo, nel Protesilao per le nozze di Ificrate presso il re Cotis di Tracia:

E se fai come ti dico

vi riceveremo come un banchetto splendido

affatto simile a quello di Ificrate,

quello trace, per quanto sia detto:

che quelle nozze furono così grevi da addormentare i buoi;

che mangiatori di burro vi festeggiarono,

che i paioli erano di bronzo,

più grandi di cisterne di dodici letti;

che lo stesso Cotis si cinse di un grembiule

e portò il succo in una brocca d’oro,

e assaggiando ai crateri

si ubriacò prima dei servitori.

Questo banchetto sarà ben più splendente,

questo matrimonio dei nostri padroni…

 

Mangiare insieme agli dei è concesso agli umani se solo si conoscono le regole, persino Mercurio e Dioniso brinderanno con noi, se solo il rito, la procedura si accompagnerà ad una buona sostanza, il cibo. Mangiare nella solitudine, mangiare senza questo splendore della tavola imbandita, del convivio, è segno di malattia e di non decoro, secondo le regole della convivialità. ll pranzo di Babette ce lo insegna. In Karen Blixen, nel racconto omonimo, una cuoca clandestina, Babette Hersant, impiega tutto il suo denaro per tornare ad essere una grande artista che nella cucina ispirata dal suo amore per gli altri, trova il tempo di elargire attraverso un pranzo favoloso, in cui spende tutto il denaro riscosso da una ricchissima vincita alla lotteria, il dono più prezioso che conosca: la generosità di un buon pranzo in comune.

 

Bibliografia essenziale

C. Lévi-Strauss. Le origini delle buone maniere a tavola. Il Saggiatore.

G. della Casa. Il Galateo. Einaudi.

C. Lévi-Strauss. Mitologia. Il crudo e il cotto. Il Saggiatore.

A. Salza. Culinaria, in Atlante delle popolazioni. Utet.

D. Le Breton. Il sapore del mondo. Un’antropologia dei sensi. Raffaello Cortina.

M. Detienne. I giardini di Adone. Einaudi.

Virgilio. Eneide. Libro III e libro VII. Utet.

Senofonte. Anabasi. VII,2,35 e 38.3,10. Rizzoli.

Il “Protesilao” di Anassandride (Fr. 42 K.-A.). Maria Lui- gia Di Marzio. Quaderni Urbinati di cultura classica. n. 58.

Petronio Arbitro. A. Aragosti. Satyricon. Rizzoli.

Plutarco. Vita di Lucullo 38,2 – 39,1. Opere. Utet.

J. Kott. Mangiare Dio. Le Baccanti. ll Formichiere.

E. Benveniste. Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee.

- Vol I. Economia parentela e società. Einaudi.

R. Tagliaferri. La tazza rotta. Ed. del Messaggero.

R.Tagliaferri.  La magia del rito. Ed del Messaggero.

M. Mauss – M. Granet. Il linguaggio dei sentimenti. Adelphi.

A.N. Terrin. Il pasto sacrificale nella storia comparata delle religioni. A cura di S. Ubbiali. Ed. del Messaggero.

Dogen-Uchiyama Roshi. Istruzioni ad un cuoco zen. Ubaldini editore.

Kakuzo Okakura. Lo zen e la cerimonia del tè. Feltrinelli.

Moshè  Herberthal. Sul sacrificio. Giuntina.

Eduardo De Filippo. Questi fantasmi, in Il teatro di Eduardo. Einaudi.

K. Blixen. Il pranzo di Babette. Adelphi.

 

(Tratto da: Vincenzo Crosio, Il cibo e la ritualità, in Questioni di Cibo, supplemento a Scienze e Ricerche n. 7, maggio 2015, pp. 61-63)