Roma. La componente animale dell’ecosistema

di Mauro Cristaldi, Germana Szpunar e Cristiano Foschi.

(tratto da: Mauro Cristaldi, Germana Szpunar & Cristiano Foschi, La componente mobile animale dell’ecosistema Roma, in Scienze e Ricerche n. 1, novembre 2014, pp. 12-19)

In termini ecologici la città può essere considerata un “Ecosistema eterotrofo incompleto, dipendente da ampie zone limitrofe per l’energia, il cibo, le fibre, l’acqua e gli altri materiali”[1].

Proprio gli altri materiali (edilizi, meccanici e chimici) comportano un trasferimento continuo dall’esterno verso l’interno di risorse naturali e/o artificiali necessarie alle tecnologie utilizzate dalla specie umana, ma anche un’elevata quantità di scarti da restituire all’esterno. Tali tecnologie non comportano solo dei vantaggi per un “Buen vivir” sensu Evo Morales[2], ma comportano numerosi svantaggi legati a nocività, incidenti sul lavoro, dissesto territoriale, degrado ambientale, oltre che alla meno conclamata diffusione di elettrosmog[3]. Adottando come principio iniziale che occorre considerare la foresta (o la città) in funzione degli alberi (gli edifici, gli uomini e le altre specie) che la compongono[4], riprendiamo, con modifiche parziali, l’elenco delle caratteristiche peculiari di tale ecosistema[5]:

  • a) presenza massiccia di substrati impermeabili e ad elevata coibenza termica (asfalto e cemento);
  • b) produzione gas inquinanti da autoveicoli, caldaie e scarichi industriali che modificano il chimismo dell’aria e amplificano l’effetto serra con conseguente isola di calore[6]: mesoclima urbano tendenzialmente più caldo e secco;
  • c) consumo di grandi quantità di energia;
  • d) modifiche delle morfologie territoriali naturali e seminaturali preesistenti con edificazioni e infrastrutture;
  • e) enormi quantità di rifiuti solidi e liquidi da smaltire.

Quando si parla di ecosistema in funzione della componente mobile, cioè animale, occorre considerare non tanto le singole specie che costituiscono gli alberi (o entità specifiche, i cosiddetti taxa viventi), ma il complesso della “foresta” cittadina costituita in gran parte da edificazioni intensive, che ci permettono di considerare questo insieme in funzione della sua composizione in corpi parzialmente separati (aree verdi, corpi idrici, ambienti aerei e sotterranei)[7]. Il traffico veicolare (e relativo particolato dannoso) rappresenta l’aspetto emergente nella presente fase di sfruttamento energetico sopraliminare delle risorse[8], creando sia carenze di approvvigionamento che la maggiore preoccupazione epidemiologica attuale causata dall’inquinamento prodotto[9].

Va sottolineato che i problemi legati all’ecosistema città dipendono dal numero di abitanti per metro quadrato e dalla estensione territoriale occupata (da cittadina a metropoli), oltre che dal rapporto tra spazi edificati e spazi verdi[10], magnificato soprattutto nelle periferie delle megalopoli5. La città di Roma ha una densità abitativa pari a 2213 ab/Km2 (www.comune.roma.it), mentre Milano pari a 6863 ab/Km2 (www.provincia.milano.it), il che mostra come Roma sia una città con ampie aree verdi (ville storiche, siti archeologici, cortili, prati, pascoli, giardini, parchi, aree incolte e coltivate), dove sovente si insedia per necessità la marginalizzazione antropica, che viene spesso misconosciuta nella gran parte delle città del mondo (homeless, nomadismo, immigrazione, lenocinio, ecc.), pur rappresentando essa, e attraverso specie domestiche (cani, gatti, maiali, conigli, polli) e commensali, il principale dei possibili focolai di rischio epidemico ed epizootico (e.g. tubercolosi, salmonellosi, toxoplasmosi, virosi), come pure un importante apporto di diversificazione fisica e culturale[11],[12].

Ma occorre chiedersi se esista una connessione tra queste aree marginali e le aree naturali periurbane – dove spesso si collocano spontaneamente e inappropriatamente eterogenee smart city (quartieri dormitorio) – in modo che possa nel tempo esser superata la diffusa concezione di spazio verde come “giardino privato”, quale eredità minore delle esclusivistiche ville storiche romane.

Urbanizzazione del territorio e aree verdi (suolo)

Il Fiume Tevere, nonostante i muraglioni di contenimento, riesce ancora a creare paradossalmente una continuità – sicuramente degradata – passante all’interno della più diffusa ed eterogenea muraglia costituita dall’edificato. Se infatti prendiamo gli animali terragnoli in qualità di indicatori della mobilità ambientale, possiamo pensare che l’attraversamento della città possa avvenire con relativa facilità solo negli spazi verdi prospicienti l’asta fluviale. Secondo un’indagine[13] svolta nei primi anni ’80 lungo il Fiume Tevere, si possono notare tracce di Volpe (Vulpes vulpes), ma anche la presenza molto sporadica della Nutria (Myocastor coypus), mammifero anfibio d’ambiente dulciacquìcolo di origine sudamericana. Per altri Mammiferi occasionalmente terragnoli, come l’ arboricolo Scoiattolo (Sciurus vulgaris), il Tevere e l’affluente Aniene costituiscono sicuramente un impedimento al passaggio, che lo relega all’area nordorientale della città (Villa Ada, Villa Borghese) e pone le Amministrazioni responsabili di fronte ai limiti di sopravvivenza della componente arborea a Conifere[14].

A questa poderosa muraglia costituita dall’edificato, per gli animali terragnoli si aggiungono le strade e le ferrovie. Più la strada è di grandi dimensioni (e.g. Tiburtina, Salaria, Raccordo Anulare, etc.) e protetta da recinti, minore è la possibilità di attraversarla. Ogni situazione di isolamento, anche parziale, tende a comportare fenomeni di endogamia con formazione di metapopolazioni, le quali possono provocare alterazioni genetiche e/o comportamentali.

Al contrario, un caso ad esito fortunoso fu il tentativo di introduzione durante l’assessorato Angrisani (1979-81) di alcuni esemplari alloctoni (dono del Comune di Genova) di Scoiattolo grigio (Sciurus carolinensis), concorrente ecologico dell’autoctono Scoiattolo, detto “rosso”, che furono rapidamente eliminati dalla colonia felina insediata nella villa, evitando così per tutto il Lazio il problema della naturalizzazione della specie, che affligge ormai il patrimonio forestale dell’Italia Nord-occidentale[15],[16], ma anche i boschi costieri a Pinus halepensis della Basilicata ormai invasi dall’affine Callosciurus finlaysoniii (Aloise & Lombardi, com. pers.)

Un’unica specie di mammifero risente meno del processo di frammentazione ambientale urbana, il Riccio europeo (Erinaceus eurpaeus), in quanto specie di medio-piccola taglia con ampia capacità di dispersione, protetto dalla legislazione internazionale IUCN, dotato della capacità di chiudersi in una pelliccia di aculei che lo protegge da tutti i potenziali predatori (ad eccezione del Tasso, Melesmeles, inabituale in ambienti urbani), se rapportata alla taglia e alla disponibilità di trovare opportune vie di trasferimento. La prevalente limitazione alla diffusione di questo animale è data dalle recinzioni del territorio urbano combinata con una accresciuta facilità di morte per schiacciamento sulle strade; ne consegue che la sua distribuzione in città è limitata ad alcune aree verdi (e.g.: Villa Ada, Villa Torlonia), ormai prevalentemente circondate da strade[17].

Le ferrovie ad alta velocità costituiscono delle strutture invalicabili se non passano in tunnel. Ma mentre gli Uccelli non subiscono, oppure subiscono meno, tali impedimenti al passaggio, per i Mammiferi terragnoli e per altri animali atteri[18],[19] il flusso genico è inesorabilmente impedito in ambito cittadino e periferico. E’ chiaro che tutte queste infrastrutture, che non sono mai state prese in esame nella progettistica urbana in funzione di adeguate attenzioni ecologiche15,[20], subiscono i limiti degli elevati costi aggiuntivi legati alla mancata programmazione ed i rischi generalizzati che vi si sovrappongono in particolari situazioni logistiche (ambienti poco ventilati, vie di fuga, inondazioni). Le barriere stradali non costituiscono soltanto un problema limitato alla velocità delle vetture che le percorrono – con i conclamati problemi traumatologici per tutta la componente animale (uomo compreso) – ma soprattutto un fattore di impatto legato alla frammentazione ambientale, all’inquinamento acustico e da particolato (rispettivamente importanti dal punto di vista epidemiologico per l’induzione di nevrosi con sordità da rumore e per l’insorgenza di cancerogenesi soprattutto nel sistema respiratorio), alla propagazione di specie invasive e di patologie, ai cambiamenti climatici, alle condizioni microclimatiche dell’asfalto e all’introduzione di specie aliene[21]. Su ogni direzione dello spazio che parta dai cosiddetti “cunei verdi” si possono individuare pertanto ostacoli insormontabili, che hanno determinato nel corso del tempo la scomparsa di numerose specie sensibili ai fenomeni di frammentazione dell’habitat (e.g. Topo quercino, Eliomys quercinus, ancora presente nel 1911 presso il Fosso di S. Agnese).

Oltre al fallito “cuneo verde” del Nord-Est (sensu arch. Vittoria Calzolari), oramai occupato dagli insediamenti del Villaggio Olimpico e dei Parioli (ex-bosco sacro di Anna Perenna), si citi anche a titolo di esempio l’area verde litoranea[22] che avrebbe potuto rappresentare un cuneo importante riallacciandosi alla Riserva Naturale del Laurentino-Acqua Acetosa, ovvero la Tenuta Presidenziale di Castelporziano e la Pineta di Castel Fusano, menomata da recenti e corposi incendi (2000 e 2008). La penultima mantiene un suo interesse per la sua microfauna a Mammiferi (presenza in simpatria/sintopìa delle specie sorelle di topi selvatici, Apodemus flavicollis e A. sylvaticus)[23], a Cheloni (Testudo graeca, T. hermanni) e ad Anfibi (Rana esculenta complex, Bufo viridis)[24]; nonostante si tratti di un’area protetta, sono stati riscontrati in ambedue le specie di Apodemus citate numerose anomalie mutagenetiche in atto, sintomo di inquinamento attribuibile alla presenza di metalli pesanti originati presuntivamente da un aeroporto militare (Pratica di Mare), numerose strade a traffico veloce, un aeroporto civile (Fiumicino) e dall’area industriale di Pomezia[25]. L’unico cuneo che si inserisce nel contesto urbano e realmente conserva le condizioni di semi-naturalità che si riallacciano all’integrità dell’antica Campagna romana, sembra condensarsi intorno al Parco Regionale dell’Appia Antica. Di questo “cuneo verde” fa parte il Parco della Valle della Caffarella, una delle prime aree sottoposte a tutela da parte dei cittadini[26],[27]. Nel Parco Regionale dell’Appia Antica sopravvivono diverse specie di Mammiferi[28], addirittura di un certo valore conservazionistico (Istrice, Volpe, Riccio, Talpa, Donnola, Faina, Coniglio, Arvicola del Savi, Topo selvatico), il cui mantello può funzionare come sistema di diffusione di sementi e/o di pollini per le Piante verdi, di cui si avvalgono prevalentemente le specie vegetali urbanofile[29].

I fattori estremi di frammentazione interessano aree verdi isolate all’interno della città: Villa Nomentana, Villa Torlonia, Villa Albani, Cimitero di Campo Verano, Villa Lazzaroni. Tali aree, data la loro relativamente limitata estensione, possono essere considerate enclave provvisorie e possono quindi essere assimilate in extenso ai giardini interni di molti quartieri concepiti col criterio della “città-giardino” (Parioli, Flaminio, Ponte Milvio, Prati, S. Lorenzo, Garbatella) e agli “orti di guerra” ricavati nelle aree fluviali. In tali aree l’effetto frammentazione territoriale, estremizzato e aggravato dall’uso pesante di insetticidi e di concimi azotati, quasi sempre scorrettamente gestiti dai condomìni e/o da privati singoli di eterogenea estrazione sociale, può riproporre in ambito urbano e periurbano gli effetti provocati nei boschetti di periferia[30]. Per i piccoli Mammiferi le strade costituiscono senz’altro una barriera fisica alla loro distribuzione. Effetti di mitigazione alla presenza di queste barriere potrebbero essere rappresentati da chiusure stagionali di strade, localizzazione e design di sovrapassaggi e sottopassaggi naturalizzati. Una eventuale realizzazione di tali iniziative andrebbe accompagnata da una appropriata connettività[31] tra aree verdi garantita da strade bianche di dimensioni adeguate. Le aree verdi delimitate dalle rotatorie e dagli svincoli stradali, essendo strutturate come “piccoli isolati”, portano all’estremo tali processi di frammentazione.

Corpi idrici

La città di Roma non è caratterizzata dalla presenza di laghi naturali, ma solo di un’area litoranea prospiciente il mare (Ostia) e fiumi con tendenza al regime torrentizio tributari del Tevere, il cui tratto urbano può trovarsi soggetto ad occasionali piene regolate attualmente a monte dalla diga di Castel Giubileo (Raccordo Anulare Nord). Tali piene potrebbero diventare un problema a causa dei cambiamenti climatici in atto, i quali provocano eventi meteorici estremi concentrati nel tempo che impediscono il regolare deflusso dell’acqua da parte dei corpi idrici[32]. A tali eventi corrisponde anche un problema legato al ciclo dell’acqua, per cui eventi meteorici estremi che si verificano in tempi ridotti non consentono ai suoli un filtraggio naturale, e quindi il conseguente arricchimento delle falde acquifere sotterranee. Tale fenomenoviene amplificato dalla presenza di asfalto che impermeabilizza i suoli, oltre a contribuire a creare, con il resto dell’edificato e il vapore acqueo emesso dal terreno esposto, l’effetto “isola di calore” magnificato in ambiente urbano[33] rispetto al più globale “effetto serra”32.

Fin dall’Ottocento l’attività di pesca effettuata sul Fiume Tevere[34],[35], associata alla crescente eutrofizzazione delle acque dovuta principalmente agli scarichi civili, ha portato a un impoverimento della fauna ittica presente nel fiume stesso. Attualmente sono relativamente abbondanti le specie tipiche di acque a basso tenore di ossigeno, come rovelle (Rutilus rubilio), carpe (Cyprinus carpio), carassi (Carassius spp.), pesci gatto (Ictalurus vel Ameiurus spp.), più recentemente gli invasivi siluri (Silurus glanis), ma da più tempo addietro le anguille (Anguilla anguilla) pescate allo stato di ceche e destinate commercialmente alla vallicoltura.

Per quanto riguarda i Mammiferi, nell’area urbana del Tevere sono segnalati insediamenti di Nutria (Myocastor coypus) e di Volpe (Vulpes vulpes), che sfruttano il corso d’acqua e le sue golene come vie di passaggio per la ricerca di risorse trofiche. Una sintesi delle conoscenze acquisite nel corso degli anni è rappresentato dal lavoro di Cristaldi et al. (1985) che fu commissionato dall’Ufficio Speciale Tevere e Litorale per studiare il problema delle infestazioni murine12, in particolare per le specie infestanti Rattus norvegicus (Ratto delle chiaviche), R. rattus (Ratto dei tetti) e Mus musculus domesticus (Topo domestico), a diverso grado considerate commensali della specie umana e soggette a mal gestite disinfestazioni. Nonostante tale lavoro mettesse in evidenza un elenco completo delle immissioni idriche in ambito urbano congruenti alla necessità di effettuare tempestivi interventi di risanamento ambientale, esso fu poco considerato dalle successive Amministrazioni, almeno fino al Convegno del Campidoglio “Ecosistema Roma” (2008)16,[36].

Le presenze faunistiche sinora citate consentono di identificare nell’area tiberina un’importante area umida di raccordo tra entroterra e mare, che prescinde dal traffico fluviale ormai altamente ridotto per ragioni idraulico-strutturali[37]: il mantenimento di attività di pesca e di canottaggio implica un aumento del rischio di Leptospirosi (Leptospira spp.), spirilli contraibili attraverso microlesioni del tegumento esposte ad acqua/fango e legati in primis alla diffusione ambientale di urine di Ratto delle chiaviche[38],[39].

In conclusione, il fiume Tevere con i suoi affluenti può rappresentare un importante corridoio biologico per specie acquatiche (e.g. piante acquatiche, pesci, uccelli), come pure per quelle infestanti (ratti, topi, nutrie), ma al contempo rivelarsi un’imponente barriera per specie arboricole e terricole (e.g. Scoiattolo, Istrice, Donnola), dal momento che l’originario assetto del corso d’acqua, così come la vegetazione arborea naturale, sono stati modificati con la costruzione di appositi muraglioni e collettori principali destro e sinistro, a seguito dell’eccezionale alluvione del 1870, con il pretesto giustificativo dalla messa in sicurezza dell’area urbana.

Le numerose sorgenti acquifere presenti nella città di Roma possono rappresentare una causa di diffusione di contaminanti alla popolazione che ne fa uso, sia a causa della presenza sul territorio di attività non dotate di sistemi di depurazione, che a causa di elementi chimici apportati dalle precipitazioni meteoriche e dall’attività del Vulcano Laziale (e.g. Arsenico, Radon), soprattutto quelle abbondanti e improvvise (fenomeni sempre più frequenti in quanto conseguenti ai cambiamenti climatici in atto32). Inoltre gli organismi saprobitendono ad aggregarsi attorno a feltri grigiastri di Batteri coloniali – più facilmente individuabili27, anche ad occhio inesperto, nelle acque luride – più che in quelle potabili, per le quali occorre rilevare la pericolosità a lungo termine nella ridistribuzione di sostanze clororganiche cronicamente accumulatesi per effetto dei composti clorurati immessi “legalmente” nelle condotte ai fini della potabilizzazione microbiologica.

Una delle componenti idrologiche più importanti della città, i fossi e/o le “marrane” (nomenclatura tipica dell’area romana indicante i fossi degradati da scarichi domestici), è stata completamente trascurata, se non occasionalmente, ma tali corpi d’acqua dovrebbero essere sottoposti a maggiore attenzione per le modificazioni storiche a cui sono state soggette le loro acque, tuttora in gran parte soggette a inquinamenti e a conseguenti intombamenti (e.g. Fosso dell’Acqua Bullicante), per essere di nuovo valorizzate (e.g. Laghetto ex-Snia Viscosa). In alcuni casi sono talmente trascurate che costituiscono un ricettacolo di animali infestanti (ratti, topi, tartarughe Trachemys, blatte, zanzare, mosche) e di contaminanti (metalli pesanti, composti organici), che creano fastidi, alterazioni ecologiche e trasmettono malattie soprattutto nel contesto delle concentrazioni antropiche suburbane. A tal proposito va sottolineato che tutte le situazioni antropiche cittadine, nell’attuale contesto economico-politico, restano soggette a rischio di malattie degenerative[40]. Tale problema, purtroppo globale, interessa soprattutto i centri urbani in cui le infestazioni vengono trattate quasi esclusivamente con mezzi chimici che garantiscono la rapidità degli effetti immediati, ma di cui viene ignorato l’impatto ambientale, le possibili cadute immunitarie nelle popolazioni e gli stessi sistemi di prevenzione a rischio.

Un discorso analogo vale per le infestazioni murine.

Ambiente aereo

Un’altra sottovalutata fonte di contaminazione per gli abitanti è costituita dai radar militari, la cui dislocazione corrisponde generalmente tuttora agli antichi forti militari (e.g. Forte Braschi, Forte di Monte Mario, Forte Bravetta) che circondano la città, considerati complessivamente da Cignini & Zapparoli (1997) come aree semi-naturali[41]. Se si pensa che il campo elettromagnetico nell’area di Roma misurava orientativamente intorno ai 0,00007 microwatt/cm2 al tempo dell’Uomo di Neanderthal (circa 125000 anni fa) e fino all’Età moderna, oggi, al tempo delle tecnologie elettroniche (radar, conduzione elettromagnetica senza fili e cavi elettrici ad alta tensione, emissioni da satelliti) prodotte in meno di un secolo dall’attuale Homo sapiens, esso è arrivato a circa 2 microwatt/cm2 (F. Marinelli, com. pers.).

I cavi elettrici possono rappresentare altresì un pericolo meccanico per le specie ornitiche e per i pipistrelli, più che per gli aerei che sorvolano la città a maggiori altezze abituali, perfino quelli diretti all’aeroporto di Ciampino; tuttavia, per alcune specie di Accipitridi (rapaci diurni) i tralicci possono rappresentare dei siti di nidificazione, essenzialmente per la scarsità di siti naturali e secondariamente per l’ombra prodotta dall’armatura e la conseguente ventilazione[42].

Le specie ornitiche, data la capacità di volo, sono generalmente favorite negli ambienti urbani in quanto non risentono né della pressione predatoria né delle barriere a terra, tantomeno allorché tali ambienti siano dotati, come a Roma, di ampie aree verdi e specchi di acqua.

Negli ultimi anni è stata osservata una ripresa delle popolazioni di rapaci diurni: Gheppio (Falco tinnunculus) e Falco pellegrino (Falco peregrinus).

Una specie ornitica che risente delle limitazioni imposte dalla presenza umana è il Gufo comune (Asio otus), il quale è notevolmente condizionato dalla presenza di vecchi alberi dotati di cavità, che generalmente vengono abbattuti nella pratica di giardinaggio perché considerati antiestetici e pericolosi per l’incolumità, ma anche fonte di guadagno per vivaisti impegati nel continuo ricambio delle piantumazioni. Problemi simili coinvolgono i roost di Barbagianni (Tyto alba) – formidabile specie predatrice di micromammiferi – spesso sottoposti a inappropriate bonifiche del rudere occupato, che dissuadono la nidificazione dello strigiforme già ampiamente sottoposto alla concorrenza insediativa dell’invadente Piccione domestico.

Delle due specie di Piciformi stanziali segnalati a Roma (Picchio verde, Picus viridis, e Picchio rosso maggiore, Dendrocopos mayor)[43], la più diffusa è la seconda che però risente, anche in questo caso, della frammentazione dell’habitat e della scarsità di alberi maturi e/o vecchi ad alto fusto.

Specie di particolare valore simbolico ed estetico, come il Gruccione (Merops apiaster), uccello migratore estivo, dovrebbero essere sottoposte a particolari attenzioni per la salvaguardia degli ambienti dove essi nidificano in qualità di specie fossorie: sponde dei fiumi, cave di tufo e di sabbie. In tal senso, le cave in disuso potrebbero essere non riempite, ma recuperate mantenendo lo stato delle pareti friabili e scavabili e utilizzandone i fondi per la coltivazione di agrumi – proprio come le cave di pietra dell’isola di Favignana nelle Egadi – poiché si tratta di ambienti ombreggiati e ancora ricchi di apporti idrici (e.g. Cava della Tenuta di S. Cesareo presso il Parco Regionale dell’Appia Antica, com. pers. di F. Piccari). Inoltre, la cementificazione delle sponde dei fiumi dovuta al perdurante criterio di regimentazione delle acque, favorevole essenzialmente alla crescita non regolamentata dell’ingegneria civile, crea un notevole fattore di limitazione per il Gruccione in quanto esso, il Topino (Riparia riparia) e il Martin pescatore (Alcedo atthis) sono specie ornitiche che scavano gallerie come siti di nidificazione.

In tali situazioni critiche si notano negli ultimi anni gli insediamenti invasivi di Cornacchia grigia (Corvus corone cornix), specie favorita dalla frammentazione, la cui diffusione è condizionata dalla crescente presenza del Gabbiano reale (Larus michahellis) che nidifica sui più alti edifici della città[44]. A sua volta la Cornacchia grigia limita la diffusione urbana di Passeriformi come la Passera d’Italia (Passer italiae), e di Turdidi (e.g. Turdus merula), mentre apparentemente non influenza la conclamata diffusione del Piccione domestico (Columba livia var. domestica), varietà panmittica ormai troppo ben adattata alle condizioni limite offerte dall’ambiente urbano[45], ma che può rimaner vittima, pur sopravvivente, di penose mutilazioni (ben visibili in numerose zampe ornitiche delle conurbazioni del Veneto orientale) imputabili all’uso di spilloni acuminati (dissuasori metallici), posizionati per impedirne lo stazionamento su superfici aggettanticfr.[46]: i cosiddetti “dissuasori a filo ballerino” appaiono i più economici ed efficaci per impedirne la sosta.

Preoccupante si rivela la diffusione del Pappagallo monaco (Myiopsitta monachus), specie naturalizzata originaria del Sudamerica, segnalato a Roma fin dal 1996 presso il Parco della Caffarella e successivamente diffusosi in altre aree della città e in particolare nel suo quadrante sud-est (Appia Antica, Farnesiana, Torricola)26,[47].

Una specie ben conosciuta a Roma è lo Storno (Sturnus vulgaris), la cui presenza, nel passato, si era ridotta a causa dell’inquinamento prodotto dalle caldaie a carbone. La Direttiva Quadro 96/62/CE ha ripristinato le condizioni originarie di sopportabilità dell’aria per numerose specie aviarie, favorendo il ritorno degli stormi di storni. Tali condizioni non hanno invece permesso la diffusione della Rondine p.d. (Hirundo rustica), più confinata ad ormai esigue stazioni nella città (e.g. la stazione di Monte Antenne in Roma è ormai percorsa da un sostenuto traffico veicolare). Attualmente sono invece predominanti altre specie insettivore e migratrici che occupano in parte la nicchia ecologica della Rondine, come il Balestruccio (Delichon urbica) e il Rondone (Apus apus).

Per quanto riguarda i Chirotteri (soprattutto Pipistrellus pipistrellus, P. kuhlii, Myotis myotis vel blythi, Hypsugo savii, Eptesicus serotinus, Tadarida teniotis)[48], comunemente conosciuti come Pipistrelli, la città sembrerebbe rappresentare gli stessi vantaggi e svantaggi che si hanno per gli uccelli diurni, ma, poiché si tratta di specie crepuscolari/notturne che occupano una nicchia ecologica notevolmente differente rispetto a quella degli Strigiformi, occorre formulare considerazioni differenti. Solo recentemente, con l’utilizzo delle cassette nido (bat-box) questi micromammiferi volanti stanno acquisendo la giusta attenzione da parte del pubblico, il quale sembra aver compreso l’importanza ecologica di questi animali insettivori, almeno come formidabili cacciatori di insetti notturni, a dispetto di quanto alcune credenze, basate sul loro naturale aspetto terrifico, abbiano nel tempo influito negativamente sulla cultura popolare (se entrano casualmente in casa, va ricordato che non si attaccano ai capelli e che basta spegnere la luce ed aprire le finestre per farli uscire, in quanto essi sono guidati da un sistema sonar naturale che impedisce loro di urtare malamente). I fattori che influiscono maggiormente sulla loro sopravvivenza in ambito urbano sono la mancanza di idonei siti di rifugio (sottotetti, soffitte, grotte, fessure nelle mura) e l’utilizzo di insetticidi che incide, attraverso processi di bioaccumulo e biomagnificazione, sulla componente entomologica (loro fondamentale risorsa trofica) e/o più direttamente su loro stessi.

Ambiente sotterraneo

Gli ambienti sotterranei costituiscono la componente ecologica più assimilabile alla condizione degli animali terragnoli, in quanto in questi ambienti, la mobilità è estremamente ridotta proprio per causa del substrato interessato, altamente eterogeneo dal punto di vista geologico. La città di Roma, costruita sopra e spesso con le emissioni del Vulcano Laziale, è ampiamente caratterizzata da ambienti ipogei (collettori e fognature, condotte d’acqua, cunicoli idraulici ed elettrici, cave, catacombe, altre cavità di interesse archeologico, sottopassaggi, gallerie, canali di servizio, fondamenta, grotte, fungaie, intombamenti)[49],[50], la cui componente faunistica è scarsamente studiata: ci si limita ad interessarsi di alcuni fenomeni infestativi inambienti spazialmente limitati (chiostrine) con posa in opera di sostanze repellenti, spesso ben sostituibili con la canfora del commercio; eppure tali ambienti limitati, come gli affini ed ampi cortili, potrebbero costituire la congiunzione tra ambienti aperti, consentendo un parziale argine alla frammentazione faunistica. L’attenzione ai passaggi dovrebbe essere infatti un compito prioritario nell’edificazione di barriere invalicabili (TAV, linee ferroviarie, strade non sopraelevate), mentre tali accorgimenti vengono prevalentemente ignorati, se non per strumentali servizi per persone invalide (e.g. pericolose e inutili strutture di attraversamento facilitato51).

A causa delle condizioni microclimatiche tipiche degli ambienti ipogei (scarsa illuminazione, umidità elevata, frescura), la fauna presenta caratteristiche peculiari, quali lo sviluppo limitato degli organi visivi e la specializzazione di altri (Ortotteri Dolicopodi troglofili, sonar nei pipistrelli, olfatto nelle talpe e nei Soricomorfi, udito raffinato con bulle timpaniche ipertrofiche nei Roditori fossori, vibrisse ad elevata sensibilità in tutti i Mammiferi fossori).

L’ambiente sotterraneo risulta sottoposto a diverse fonti di inquinamento che si accompagnano con diffusioni di organismi patogeni e dei loro vettori: filtrazione di liquidi, deposizione di rifiuti, polveri sottili, gas Radon e organismi saprobi. Il complesso sistema fognario della città, soggetto a scarsa manutenzione e a occasionali e/o sospette contiguità con la rete potabile, rappresenta, con le sue acque a lento deflusso ed eutrofizzate, un ricettacolo per numerose specie infestanti e patogene. Sovente tali specie fanno da tramite o sono vettori di potenziali malattie emergenti in primis negli ambienti di superficie.

Considerazioni conclusive

La molteplicità di condizioni a rischio e le loro possibili interazioni fanno delle città – e in generale degli ambienti urbanizzati – un coacervo di situazioni difficilmente interpretabili da un punto di vista rigorosamente sperimentale. Ciò in parte giustifica la scarsa diffusione di pubblicazioni scientifiche sull’assetto ecologico cittadino, spesso limitate a rilevazioni di carattere osservazionale, le quali dovrebbero invece costituire la base conoscitiva da cui dedurre le connessioni profondamente interattive necessarie alla ricerca ecologica negli ambienti antropizzati, che ancora deve essere adeguatamente sviluppata nel suo complesso. Il criterio inventariale seguito abitualmente dai faunisti, in cui tutte le specie sembrano appiattirsi in un elenco, potrebbe essere quindi superato e reso fruibile ai fini applicativi avvalendosi del principio di pianificazione applicato nel contesto antropico, all’interno del quale va individuato il ruolo caratteristico delle specie, sia delle comunità vegetali (e.g. compresi licheni, funghi, micorrize) che di quelle animali (abitualmente più mobili e pertanto apparentemente più soggette alla banalizzazione faunistica), nonché delle rispettive compatibilità ecologiche20, anche in relazione alla componente microrganismica, la meno percepibile ma sovente la più significativa. In tale contesto le tecnologie di prevenzione, profilassi e recupero ambientale, nonché di difesa dal dissesto territoriale (e.g. ecodiesel, fotovoltaico, energia da Idrogeno, prodotti biologici e/o localistici, abitazioni ecologiche, ecc.) vanno seguite con prudente diffidenza, in quanto orientate anzitutto a soddisfare esigenze del sistema di mercato su cui si basa la società capitalistica tutta, cui si aggiunge il criterio di “consumo del territorio”, sul quale – ricordando in urbanistica il cosiddetto “Sacco di Roma” di Cederna e Insolera – si fonda la cosiddetta “Grande rete” della città interterritoriale, nella quale i sistemi di cablaggio velocizzato tenderebbero ad evolvere, ma creando ulteriori problemi16,50,51,52. Solo secondariamente ad una loro seria sperimentazione preventiva alcune di tali tecnologie “alternative” potrebbero riuscire a soddisfare i bisogni effettivi delle popolazioni conurbate con la fruizione di prodotti utili e mirati. Un cambiamento molto graduale potrebbe essere affidato all’istruzione inferiore e superiore16, anche attraverso le reti museali, per riuscire a collegare gli aspetti umanistici e scientifici, in quanto questi coinvolgono tutti i fenomeni culturali che abitualmente partono dagli stessi conglomerati urbani.

Note

[1] Odum E.P. (1983). Basi di Ecologia. Piccin, Padova.

[2] Farah H. I., Vasapollo L., Coord. (2011). Vivir bien: ¿Paradigma no capitalista? CIDEM-UMSA, La Paz (Bolivia): 439 pp.

[3] Giuliani L., Soffritti M., Eds (2010). Non-thermal effects and mechanisms of interaction between electromagnetic fields and living matter. Ramazzini Institute and European Journal of Oncology Library, ICEMS Monograph, Mattioli 1885 S.p.A., Fidenza (PR), 5: 403 pp.

[4] Fresu G. (2008). Lenin lettore di Marx. Collana “La Foresta e gli alberi”, 17. La città del Sole Edizioni Sas, RC: 253 pp.

[5] Tescarollo P. (2009). Basi di Ecologia urbana. Materiale didattico.

[6] Fanelli G., Testi A.M. (2012). L’isola di calore urbana: metodi di studio attraverso le fioriture. In: “L’automobile uccide Roma. La privatizzazione dell’aria e la morte dell’ecosistema urbano” (Roma, Campidoglio, 20 Giugno 2012).

[7] Cristaldi M., Szpunar G. (2012). La componente mobile, animale, dell’ecosistema Roma. In: “L’automobile uccide Roma. La privatizzazione dell’aria e la morte dell’ecosistema urbano” (Roma, Campidoglio, 20 Giugno 2012).

[8] Di Fazio A. (2000). Questioni strategico-militari, negoziati ONU e problema energetico. In: Contro le nuove guerre. Scienziate e scienziati contro la guerra. A cura di M. Zucchetti, Odradek Edizioni SRL, Roma: 151-200.

[9] Triolo L. , Binazzi A., Cagnetti P., Carconi P. Correnti A. De Luca E., Di Bonito R., Grandoni G., Mastrantonio M., Rosa S., Schimberni M., Uccelli R., Zappa G. (2008). Air pollution impact assessment on agroecosystem and human health characterisation in the area surrounding the industrial settlement of Milazzo (Italy): a multidisciplinary approach. Environ. Monit. Assess., 140: 191-209.

[10] Buscemi A., Cignini B., Contoli L. (1995). Aspetti quali-quantitativi delle zoocenosi ad uccelli e mammiferi nell’ambiente urbano di Roma. SITE Atti, 16: 445-448

[11] Lanzara C., coord. (1989). L’ambiente nel Centro storico e a Roma, Rapporto preliminare: 59 pp.

[12] Rivera A. (2008). Cittadini, meteci e nuovi fantasmi. <Sergiobontempelli.wordpress.com>.

[13] Cristaldi M., Aste F., Cagnin M., Costa M., Federici R., Giombi D. Ieradi L.A., Lentini L., Nieder L., Pacilli A.M., Paradisi S., Salucci M.P., Scirocchi A., Tommasi M. (1985). Le infestazioni murine. I problemi igienico-sanitari connessi e le possibilità di limitazione del fenomeno. Ufficio Speciale Tevere e Litorale- Settore Ambiente, Comune di Roma: 76 pp.

[14] Cignini B, Cristaldi M., Sartoretti A. (1997). Lo Scoiattolo Sciurus vulgaris L., 1758 nella città di Roma. Ecologia Urbana, 9 (2-3): 14-15.

[15] Bartolino S., Genovesi P. (2008). Sciurus carolinensis Gmelin, 1788. In: Fauna d’Italia (Mammalia II), a cura di Amori G. Contoli L. & Nappi A. Calderini ed., 2008

[16] Cristaldi M. (1997). A un anno da L’ecosistema Roma. Verde ambiente, anno XIII(1): 60-65.

[17] – Aloise G. Scaravelli D., Bertozzi M., Cagnin M. (2003). Abbondanza relativa del riccio Erinaceus europaeus L. 1758 (Insectivora, Erinaceidae) in ambienti del sud e nord Italia. Hystrix 14: 109

- Reggiani G., Filippucci M.G. (2008). Erinaceus europaeus Linnaeus, 1758. In: Fauna d’Italia. A cura di Amori G., Contoli L., Nappi A., Ed. Calderini de Il Sole 24 Ore, Milano: 70-81.

[18] Fattorini S. (2011). Insect extinction: A long-term study in Rome. Biological Conservation, 144: 370 – 375.

[19] Fattorini S. (2011b). Insect rarity, extinction and conservation in urban Rome (Italy): a 120 – year -long study of tenebrionid beetles. Insect Conservation and Diversity: 1- 9.

[20] Cristaldi M. (1997). Le aree fluviali nella gestione della fauna della città di Roma. Verde Ambiente, Anno XIII(6): 77-79.

[21] Dinetti M. (2009). Le infrastrutture di trasporto: un fattore di pressione sui mammiferi. Road Ecology, Rete IENE. In : Amori G., Battisti C., De Felice S. (2009). I Mammiferi della Provincia di Roma. Provincia di Roma, Roma: 319-320.

[22] De Nicola C., Guidotti S., Fanelli G., Pignatti S., Serafini-Sauli A., Testi A. Ecologia della vegetazione dei boschi di Castelporziano. In: Il sistema ambientale della Tenuta Presidenziale di Castelporziano. Ricerche sulla complessità di un ecosistema mediterraneo. Accademia Nazionale delle Scienze, Roma, 2.s. II: 565-605

[23] Amori G., Cristaldi M., Fanfani A., Solida L., Luiselli L. (2010). Ecological coexistence of low-density populations of Apodemus sylvaticus and A. flavicollis (Mammalia: Rodentia). Rendiconti Lincei, 21 (2): 171-182.

[24] Cattaneo A. (2005). L’erpetofauna della Tenuta Presidenziale di Castelporziano. Atti Mus. Stor. Nat. Maremma, 21: 49-77.

[25] Ieradi L.A., Locasciulli O., Bravo J., Annesi F., Szpunar G., Cristaldi M. (2010). Genotoxic monitoring on wild rodents living in protected areas. Fresenius Environmental Bulletin, 19: 2318-2323.

[26] Comitato per il Parco della Caffarella. (1997). La Valle della Caffarella. Spiccioli di Natura. Comune di Roma, Dipartimento X. Fratelli Palombi Editori, Roma: 127 pp.

[27] AA. VV. tutti aderenti all’Associazione di volontariato Comitato per il Parco della Caffarella e all’Associazione Humus_onlus. (2013). Il sacro Almone, da fiume a discarica. Mito, storia, scienza e impegno civile per ridare vita al fiume del Parco dell’Appia Antica. Tipolitografia Tipostil pp.112.

[28] Piccari F., Szpunar G. (2012). I micromammiferi del Parco Regionale dell’Appia Antica. Collana Atlanti Locali, Edizioni ARP, Roma: 68 pp.

[29] Fanelli G.(1995 ). La vegetazione e la flora infestanti. In: Cignini B., Massari G., Pignatti S.( a cura di) . Ecosistema Roma, Ambiente e Territorio. Conoscenze attuali e prospettive per il 2000. Fratelli Palombi Editori: 91-96.

[30] Mortelliti A. (2009). Mammiferi e frammentazione ambientale. In : Amori G., Battisti C., De Felice S. (2009). I Mammiferi della Provincia di Roma. Provincia di Roma, Roma: 293-296.

[31] Battisti C. (2003). Habitat fragmentation, fauna and ecological network planning: Toward a theoretical conceptual frame work. Italian Journal of Zoology, 70 (3): 241-247.

[32] Pasini A. [a cura di] (2006). Kyoto e dintorni. I cambiamenti climatici come problema globale. Franco Angeli Editore, Milano: 214 pp.

[33] Lin T., Yu Y., Bai X., Feng L., Wang J. (2013). Greenhouse gas emissions accounting of urban residential consumption: a household survey based approach.Plos One, 8(2).

[34] Betocchi A. (1878). Del Fiume Tevere. Tipografia Elzeviriana del Ministero delle Finanze, Roma: 81 pp.

[35] Cataudella S. e coll.(1991). La pesca fiumarola e il mercato ittico a Roma. Amm. Prov. Roma, Uff. Pesca: 96 pp.

[36] Cignini B., Massari G., Pignatti S., a cura di (1995). Ecosistema Roma, Ambiente e Territorio. Conoscenze attuali e prospettive per il 2000. Fratelli Palombi Editori. 292 pp.

[37] Ravaglioli A. (1995). Il Tevere fiume di Roma. Storia, curiosità, prospettive. Tascabili Economici Newton, Trento: 66 pp.

[38] Cristaldi M, Ieradi LA. 1995. Infestazioni da ratti e topi. In: Cignini B, Massari G, Pignatti S, editors. L’ecosistema Roma ambiente e territorio. Fratelli Palombi ed.: 175-182.

[39] Romi R., a cura di, 1996 – Convegno Aspetti tecnici, organizzativi e ambientali della lotta antimurina (17 ottobre 1995, Roma). Rapporti ISTISAN, 96/11: 126 pp.

[40] Burgio E. (2007-2014). La “pandemia silenziosa”. Trasformazioni ambientali, climatiche, epidemiche. ISDE (Medici per l’Ambiente).

[41] Cignini B., Zapparoli M. (1997). L’ “ecosistema Roma” e la sua fauna. In: Ecologia Urbana. La fauna della città di Roma, Comune di Roma, Ufficio Diritti Animali, 2-3: 3-4.

[42] Dell’Omo G., Costantini D., Di Lieto G., Casagrande S. (2005). Gli uccelli e le linee elettriche. Alula XII (1-2): 103-114.

[43] Sarrocco S., Battisti C., Brunelli M., Calvario E., Ianniello L., Sorace A., Teofili C., Trotta M., Vicentini M., Bologna M.A. (2002). L’avifauna delle aree naturali protette del comune di Roma gestite dall’ente Roma Natura. Alula, 9: 3-31.

[44]Cignini B., Zapparoli M. (1996). Atlante degli uccelli nidificanti a Roma. Palombi Editori, Roma: 126 pp.

[45] Del Lungo A. (1937). Abitatori alati dei monumenti e dei parchi di Roma. Rassegna faunistica, 4 (XVI): 3- 33.

[46]- Albonetti P. , Bozzano M., Causa A., Fidora S., Orecchia S., Petroni P., Zanardi S., Zanoni G. (2002). Strategie di monitoraggio e contenimento delle popolazioni di Columba livia a Genova. Biologi Italiani, 8: 58-61.

- De Vita F. (2009). L’uso dei dissuasori, leggenda e realtà. www.agireora.org/

[47] Taffon D., Giucca F., Battisti C. (2008). Atlante degli uccelli nidificanti nel Parco Regionale dell’Appia Antica. Gangemi Editore S.p.A., Roma: 192 pp.

[48] Amori G., Battisti C., De Felici S. (a cura di) (2009). I mammiferi della Provincia di Roma. Dallo stato delle conoscenze alla gestione e conservazione delle specie. Provincia di Roma, Assessorato alle Politiche dell’Agricoltura, Stilgrafica, Roma: 347 pp.

[49] Luciani R. [a cura di] (1984). Roma sotterranea. Porta San Sebastiano 15 ottobre – 14 gennaio 1985, Fratelli Palombi Editori – Roma/Cataloghi: 300 pp.

[50] Cerlesi E. E. (1999). Problematiche di stabilità in reti caveali adibite a fungaia e di reti caveali di tipo catacombale ed il loro silente ed insidioso rapporto con le possibili costruzioni soprastanti. Atti del Convegno “Le cavità sotterranee nell’area urbana di Roma e della Provincia. Problemi di pericolosità e gestione”(Roma, 13/03/1999), Servizio Geologico e Difesa del Suolo – Provincia di Roma / Società Italiana di Geologia Ambientale – Sezione Lazio, Sistema Informativo Provinciale: 32-45.

[51] A.C.I. (2011). Linee guida per la progettazione degli attraversamenti pedonali.

[52] Maltese C. (1986). Roma consumata, dall’Urbanistica all’Ecologia. “Il Bagatto” Soc. Coop. Libraria a r.l., Roma: 172 pp.