Pirro Ligorio e la loggia del Nicchione in Belvedere: dal cantiere ai modelli dall’antico

di Yuri Strozzieri Dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’Architettura, Sapienza Università di Roma.

Desidero ringraziare per il supporto prestatomi nello sviluppo del presente studio i professori Maurizio Ricci, Augusto Roca De Amicis, Maria Piera Sette e Maria Grazia Turco del Dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’Architettura della Sapienza Università di Roma, a cui afferisco nell’ambito del Dottorato di Ricerca, e ugualmente il professore Bruno Adorni. Sono molto grato al professore Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, per avermi consentito i sopralluoghi necessari allo studio diretto del monumento.

 

Nell’ambito della complessa processualità edilizia che ha investito il Cortile del Belvedere, una delle fabbriche più significative della magnificenza del Rinascimento romano, un ruolo determinante è stato giocato da Pirro Ligorio (ca. 1513-1583). L’ambizioso progetto da lui ideato, se si eccettuano le contenute modifiche precedentemente apportate da Michelangelo nell’estremità nord[1], determinò di fatto la nuova facies architettonica del complesso rispetto all’assetto previsto da Bramante. Com’è noto, tale riformulazione rientrava nell’ambito del ricco programma promosso dal neo eletto pontefice, Pio IV (1559-1565), “nuovo fondatore” di Roma; questi, infatti, ordì un completo ed esteso progetto edilizio mediante il quale per la seconda volta tornava a reincarnarsi il mito di una ‘traduzione’ marmorea della città, proprio come Augusto aveva dichiarato nel suo testamento[2]. La Roma di Pio IV doveva apparire come uno sterminato cantiere che investiva l’intera Urbe attraverso il tessuto di vie, edifici pubblici, porte e centri del potere pontificio allora in ristrutturazione. Le intenzioni della renovatio imperii, come aveva già fatto Giulio II in veste di nuovo Cesare, tornavano a cadere con molto più zelo sul completamento del cortile, nel tentativo di emulare le imprese del suo predecessore. La riformulazione architettonica del complesso del Belvedere, già ampiamente indagata nella storiografia[3], era stata affidata a Ligorio tra il 1560 e il 1561 e presto messa in atto. Testimonianza di questo momento cruciale resta nei due noti fogli di pergamena conservati nella Collezione Lanciani (1560-1561)[4], i quali raffigurano le principali innovazioni previste dall’artista partenopeo per la parte meridionale del cortile.

Oltre all’aggiunta del teatro nell’estremità sud[5], delle due logge prospettanti sulla terrazza intermedia e alla trasformazione dell’esedra nel fronte settentrionale, il partito bramantesco veniva modificato, al second’ordine, mediante la sostituzione dell’apertura architravata coronata da frontespizio con un grande arco, al terzo, dall’aggiunta del motivo a serliana. Ma un cambiamento ancor più incisivo doveva comportare il nuovo rivestimento previsto a copertura della totalità delle ‘terrose’ cortine laterizie: un’opera pseudo isodoma in stucco, soluzione utilizzata da Ligorio in alcuni edifici realizzati nel corso degli anni Cinquanta, come il Palazzo Lancellotti di Piazza Navona, la casa Delfini, o come la facciata nord del transetto della basilica lateranense, eseguita intorno al 1564. Tale soluzione consentiva in maniera relativamente economica e rapida di inverare il mito della Roma augustea: “Marmoream me facit, erat cum terrea”[6].

A fronte dell’abbondanza di studi sviluppati per via dell’evidente interesse del tema, restano tuttavia aperte alcune questioni legate a momenti specifici, a vicende edilizie e progettuali della fabbrica, aspetti ancora non del tutto chiari; e tra queste vanno certamente annoverate le trasformazioni che investirono l’ala nord del cortile tra i pontificati di Giulio III (1550-1555) e di Pio IV, ovvero, dall’aggiunta degli appartamenti di papa Ciocchi del Monte sino all’edificazione del Nicchione e del suo problematico assetto (fig. 1).

Il presente contributo è scaturito da uno studio che da tempo conduco proprio in merito a questa parte del complesso e, precisamente, alla loggia sovrapposta al grande catino[7] (figg. 2, 3). Queste indagini presero le mosse dal riconoscimento della loggia sommitale raffigurata in due fogli (14r e 15r) anonimi conservati nella nota raccolta di disegni appartenente al Fondo dell’Ospedale di S. Giacomo degli Incurabili dell’Archivio di Stato di Roma (ASR) (figg. 4, 5)[8]. Il nesso che intercorre tra i due documenti è piuttosto evidente, inoltre, ulteriore conferma viene anche dalla coincidenza del formato del supporto cartaceo (mm 440×590). Nel foglio 15r è raffigurata la pianta della loggia sovrapposta al Nicchione del Belvedere scrupolosamente quotata. L’elaborato, chiaramente frutto di una mano avvezza al disegno ma poco raffinata, è stato eseguito a penna con inchiostro bruno applicato sulla base di una previa costruzione geometrica, piuttosto articolata, eseguita a punta secca. Nel foglio sono presenti, inoltre, numerosi ripensamenti e profonde cancellature, di cui quelle più evidenti sono in corrispondenza delle nicchie aperte lungo il muro dell’esedra e delle colonne relative alle testate tetrastile. Nel centro del recto del disegno compare l’iscrizione «Masitio sup[erior]e a tutti li volti/ g[rand]e ca[nne] 79:80» mentre nel verso, con grafia ancora più rapida e obliqua, «Adì 13 di xdicebre 1564./ P[e]r M[astr]o Ant[oni]o ditto il/ mato alemecigalo»[9]. Quest’ultima informazione dà conferma del fatto che l’elaborato, dopo essere stato piegato in otto parti, fu inviato sopra al Nicchione dove lavorava il mastro muratore Antonio, il cui epiteto trova pienamente riscontro nella persona di «Antonio da Sanvico alias Matto Muratore»[10] il quale, come attestano i documenti della fabbrica, si occupò delle opere di muro della loggia.

Il secondo foglio presenta, invece, un disegno più schematico eseguito con inchiostro bruno e relativo al sistema di copertura previsto. Come attestano le piegature, anch’esso fu probabilmente inviato insieme al disegno della pianta. L’elaborato è corredato di iscrizioni apposte da una mano allenata e abile, come la scritta «Giro nel mezzo d[e]lla Volta» inserita in corrispondenza dell’arco di circonferenza. Una rapida sovrapposizione dei due fogli consente di constatare la curva suddetta quale mezzeria della loggia coperta e, quindi, cervello della botte prevista in luogo dell’attuale soffitto ligneo piano. Tale volta trova riscontro, inoltre, nei due piccoli schemi apposti sulla parte sinistra del foglio 15r, i due archi di circonferenza il cui diametro corrisponde alla luce della loggia coperta che misura «P[almi]:18», come indicato nella parte destra dello stesso documento. In aggiunta, le misure di 6 e 3 palmi indicate nel piccolo triangolo posto in sommità del secondo grafico (dall’alto), danno ulteriore conferma del fatto che la scala metrica del disegno di queste parti sia la medesima di quella impiegata per la restante pianta. Evidentemente, la piccola sezione schematica, relativa al sistema di soffitto e di copertura previsto, costituiva un rapido mezzo di verifica del tetto e delle relative pendenze delle falde[11]. Le iscrizioni inserite nella parte alta del foglio 14r annotano una sommatoria relativa alle aree (espresse in canne romane) degli undici poligoni in cui è stata scomposta la falda esterna della copertura. A queste si sommano, inoltre, le aree previste «p[er] la mità della volta e spiov[ent]i dre[n]to», ovvero, quelle della falda interna più regolare e non raffigurata in pianta, e infine, quelle «p[er] lo acrescime[n]to», molto probabilmente l’incremento dovuto alla pendenza delle falde che la proiezione ortogonale della pianta non consente di verificare. Portando a conclusione quanto appena osservato, in questa fase doveva essere prevista una copertura a capanna, al contrario del doppio sistema di falde con pendenza rivolta verso l’esterno della loggia, soluzione effettivamente realizzata (fig. 6). Ciò doveva grossomodo corrispondere alla raffigurazione dello stesso Nicchione fornitaci da Mario Cartaro (1574) (fig. 7), evidentemente una rappresentazione più schematica rispetto a quanto all’epoca era stato realizzato. Infatti, come ha già osservato James Ackerman[12], la raffinata cornice di antefisse marmoree messa a coronamento dell’attico esistente veniva eseguita tra aprile e giugno del 1565, poco dopo il grande torneo del 5 marzo con cui il cortile era stato formalmente inaugurato, seppure ancora incompleto.

I due fogli, chiaramente riferibili alla piena fase progettuale ed esecutiva dell’opera, presentano, come già detto, discrete qualità grafiche accompagnate da non poche incongruenze relative ad alcune soluzioni progettuali rappresentate nella pianta (f. 15r): è il caso dell’incoerente rapporto delineato tra le aperture delle porte e le contigue paraste, e dell’irrisolta soluzione profilata per la quinta nicchia (da sinistra) e per il relativo sodo murario. I due elaborati sono in gran parte eseguiti da mano ferma, come evidente dal tratto delle linee tirate con righello o con compasso, la quale diviene più approssimativa e imprecisa nella rappresentazione dei fusti colonnari sezionati, eseguiti invece a mano libera e con segno meno netto. Il disegno, essenziale e sintetico, volge attenzione solo agli spessori murari e ai piedritti della loggia, senza contemplare le proiezioni dei dislivelli e dei gradini delle scale. Quanto detto rientra a pieno titolo nella natura tecnica degli elaborati, volti a comunicare solo le informazioni relative ai lavori che interessavano le maestranze coinvolte in questa fase.

Il foglio 15r, come anticipato, presenta iscrizioni apposte probabilmente da due mani diverse, mentre una terza grafia decisamente più raffinata compare nel 14r. Nonostante la loro analisi non abbia consentito di riscontrare la mano dell’artista partenopeo tra quelle presenti sui due documenti – neppure l’autore delle quote può identificarsi con Ligorio, il quale era solito segnare in maniera differente il simbolo impiegato per esprimere il palmo quale unità di misura-[13], risulta evidente la forte pertinenza di quanto rappresentato con l’attività ligoriana prestata per il Cortile del Belvedere, operazioni inevitabilmente condotte con l’ausilio e la collaborazione di tecnici e architetti esperti come Sallustio Peruzzi (1551/12 ?-1573)[14]. D’altronde Ligorio già dal 1558 rivestiva la carica di architetto dei Sacri Palazzi e dal luglio 1564 aveva acquisito quella di Architetto della Fabbrica di S. Pietro[15], le massime cariche che un progettista potesse raggiungere all’epoca. Il ruolo chiave giocato dall’artista nell’ambito del pontificato di Pio IV è ormai ben noto, così come indiscussa è l’eminenza del suo incarico di ‘regista’ e direttore dell’intero quadro artistico delineato nell’ambito del pontificato mediceo[16].

Le modalità grafiche analizzate suggeriscono comunque alcuni elementi di continuità con quelle riscontrate nel corpus dei disegni del partenopeo, specialmente quelli relativi all’attività progettuale di cui non ci restano molti elaborati. Tra questi ricordo i più pertinenti, quelli probabilmente destinati ai tecnici, al contrario dei fogli di presentazione, e in particolare: le piante per la fabbrica del Sant’Uffizio, cui l’architetto attese tra il 1566 e il 1569 (GDSU 1896 A e 1897 A)[17]; quella del Castello Estense di Ferrara, raffigurata nel foglio 90r conservato a Torino (ASTo, vol. XX); e i disegni per la «libraria» e per l’«antichario» nello stesso edificio (ASTo, XX, ff. 87-88)[18]. Mentre i primi, relativi alla fase romana e cronologicamente più vicini ai disegni della loggia, rivelano modalità analoghe a quelle espresse nei documenti analizzati – è il caso del f. GDSU 1896 A, non acquerellato e analogamente redatto con tratti tirati a righello a cui si aggiungono linee meno precise apposte a mano libera – gli ultimi, appartenenti al successivo periodo ferrarese, mostrano un ductus grafico a tratti molto impreciso e rapido.

Ad ogni modo, come già significato, i due fogli qui discussi rivelano con certezza la presenza di mani diverse. Quanto detto lascia quindi aperta la più specifica questione attributiva, ma tuttavia consente di rimandare i due documenti grafici direttamente all’attività progettuale prestata dall’architetto per il cantiere del Nicchione, e ai collaboratori che lo affiancavano, professionisti comunque chiamati ad agire sotto la sua guida e direzione.

Le differenze che si evincono da un primo confronto tra lo stato attuale dei luoghi e la pianta raffigurata nel foglio 15r, potrebbero a prima vista indurre a relegare il disegno a una fase del tutto preliminare e di studio. Infatti, il foglio rivela non solo un diverso numero di colonne, ventidue in luogo delle venti esistenti[19], di cui quindici di marmi mischi e cinque in travertino, ma anche un differente assetto distributivo dei vani disposti dietro la parte occidentale dell’esedra. L’ingresso alla loggia, al contrario di quello attuale, era pensato in asse con l’ultima rampa della scala triangolare che, assieme alla piccola lumaca sul lato opposto, sale alla quota del piano; ciò determinava l’apertura di tre porte lungo l’esedra, in luogo delle due attualmente esistenti. Ma il suddetto foglio guadagna pertinenza non appena viene messo a sistema con altre fonti: il rilievo fornito da Paul-Marie Letarouilly (fig. 8), il quale rivela un assetto molto prossimo a quello raffigurato nella pianta dell’Archivio di Stato, e una foto d’epoca, la quale mostra ancora la porta che dalla scala dava accesso alla loggia, passaggio evidentemente murato e sostituito da una nicchia nel corso di lavori condotti probabilmente nella prima metà del XX secolo (fig. 9). Ma non sono queste le sole trasformazioni subite dalla fabbrica nel corso degli anni; nella fattispecie, di non poco conto è la rimozione di un gradino in travertino che dalla loggia coperta scendeva a quella scoperta[20], grossomodo come lascia intuire Letarouilly nella sua pianta (fig. 8). Quest’intervento, probabilmente, coincise con una cospicua campagna di lavori precedenti a quelli in cui veniva modificato l’assetto distributivo, come rivela la foto d’epoca in cui il gradino risulta già mancante (fig. 9). Forse, sempre in questa occasione venivano sostituite con elementi in travertino le soglie interne delle nicchie e delle finestre[21], alcune contenute porzioni lapidee della balaustra, specialmente quelle in corrispondenza dei tetrastili, e probabilmente cinque colonne, quelle oggi in travertino, le cui basi della stessa pietra si distinguono dalle altre, tutte in marmo[22].

Alla luce di quanto emerso appare evidente che le principali differenze tra edificato e quanto raffigurato nei fogli dell’Archivio di Stato riguardano essenzialmente la loggia coperta e la relativa scansione dell’ordinanza, così pure il suo sistema di soffitto e di copertura; il primo, come già detto, viene previsto a botte in luogo di quello piano esistente, e la seconda a doppio spiovente, soluzione poco compatibile con l’attico ora presente. Se in aggiunta, secondo quanto delineato nella pianta, si considera l’assetto dell’ordine architettonico dell’esedra e le sue numerose incongruenze, ovvero le diverse profondità delle nicchie, ma soprattutto l’ambiguo rapporto delineato tra le aperture e la scansione delle paraste, si comprende chiaramente come i termini della riflessione progettuale, evidentemente ancora in atto nei due fogli, siano essenzialmente limitati alla formulazione della loggia coperta. Inoltre, come sembrano suggerire alcune soluzioni ‘forzate’ – è il caso della quinta nicchia da sinistra e del suo spessore murario, o delle posizioni eccentriche delle porte che facilmente l’architetto avrebbe potuto di poco spostare e centrare rispetto alle nicchie laterali – il muro dell’esedra doveva forse essere già in parte eseguito e impostato.

Sicuramente al 10 di dicembre 1564, data in cui i disegni venivano spediti, la struttura non aveva ancora ricevuto una copertura e le colonne non erano ancora state issate. Quindi, se si considera che mancavano meno di due mesi al torneo del 5 marzo 1565, quando la loggia risulta già coperta, come documenta la nota incisione di Etienne Dupérac, è molto probabile che all’epoca dei disegni buona parte della struttura muraria, quella raffigurata, fosse già eretta, e che mancasse da definire solo l’assetto della loggia, come conferma lo sforzo progettuale delineato in particolar modo nel foglio 15r.

A questo punto, è opportuno notare alcuni aspetti prettamente linguistici dell’opera realizzata, che in maniera evidente riflettono la personalità del suo ideatore e la sua raffinata erudizione antiquaria. L’ordine impiegato da Ligorio è un esile dorico (il rapporto è 1:9, come aveva già fatto nel Casino di Pio IV[23]) con base attica e capitello con echino a gola diritta (fig. 10). Quest’ultimo costituiva un dotto antichismo all’epoca maggiormente diffuso nell’Italia settentrionale, dove era stato ampiamente usato da Michele Sanmicheli (1484-1559)[24], da Giulio Romano (ante 1496-1546)[25] e meno da Palladio[26]. Invece, in ambito romano questo particolare aveva trovato impiego soprattutto nell’opera di Antonio da Sangallo il Vecchio (1453/55 ?-1534)[27] e, in tempi più vicini a Ligorio, del nipote Antonio il Giovane (1484-1546) che lo aveva usato nel vestibolo d’ingresso dei palazzi Farnese e Baldassini. Un capitello simile, inoltre, era stato adottato da Bramante nel prim’ordine delle Logge Vaticane, ma ancor più pertinente sembra forse quello usato da Baldassare Peruzzi (1481-1536), padre di Sallustio, nel puteale del pozzo di S. Stefano Rotondo dove, in aggiunta, il binato di colonne è sormontato da una trabeazione contratta, similmente a quella usata da Pirro nella loggia del Nicchione[28]. Tra le antichità che presentavano un siffatto capitello dorico, come ha sottolineato Bruno Adorni, un caso romano pertinente potrebbe essere quello dell’esedra dei Mercati di Traiano[29].

Un altro antichismo che confermerebbe l’attenzione di Ligorio nei confronti dell’opera di Peruzzi è la cornice sommitale con antefisse marmoree scolpite a palmette, soluzione che il senese aveva impiegato in forma di acroteri angolari nel portale di S. Michele in Bosco a Bologna (1522)[30] e nelle finestre del Palazzo Orsini a Bomarzo (1522-1523)[31]. Inoltre, come ha osservato Maurizio Ricci in merito al portale bolognese di Baldassarre, appare molto probabile che anche Ligorio trovasse riferimento principalmente nei coronamenti dei monumenti funebri antichi e dei sarcofagi, com’è noto, più volte ridisegnati dall’architetto[32].

Le ragioni del ‘particolare’, finora trattate, trovano stretta connessione con quelle del generale, in cui il modello dall’antico assume un ruolo altrettanto determinante, assieme ad altri aspetti di ordine compositivo, siano essi intenti scenografici o evocativi. Questi temi, già indagati nella storiografia per la globalità del cortile, meritano invece una specifica trattazione finalizzata alla comprensione delle ragioni e delle logiche sottese alla formatività della parte del complesso in esame, sviluppo che rimando ad un prossimo studio.

Note

[1] A. Bedon, Architetture minori di Michelangelo a Roma, in Michelangelo architetto a Roma, a cura di M. Mussolin, Milano 2009, pp. 46-57.

[2]  Per quanto riguarda le politiche promosse da Pio IV cfr. M. Fagiolo, M. L. Madonna,La Roma di Pio IV: la «Civitas Pia», la «Salus Medicea», e la «Custodia Angelica». Parte I: il programma, in «Arte Illustrata», 51, 1972, pp. 383-402, in part. p. 385; Eidem,La Roma di Pio IV. II: il sistema dei centri direzionali e la rifondazione della città, in «Arte Illustrata», 54, 1973, pp. 186-212.

[3]  I principali contributi sull’attività di Ligorio nel Cortile del Belvedere sono in J. S. Ackerman, The Cortile del Belvedere, Roma 1954, pp. 87-97 e 138-141; D. R. Coffin, Pirro Ligorio: the Reinassance Artist, Architect and Antiquarian, University Park (Pennsylvania) 2004, pp. 55-63; cfr. anche B. Adorni, Jacopo Barozzi da Vignola, Milano 2008, pp. 153-157.

[4]  I due disegni, una pianta e un alzato prospettico, sono pubblicati in Ackerman 1954, op. cit., figg. 31-32 (cat. 39°, cat. 39b), con bibliografia precedente.

[5]  Una soluzione di corte all’antica delimitata da doppia terminazione ad esedra viene ripresa da Ligorio nel progetto per il Palazzo della Sapienza, recentemente ridiscusso in Sa. Benedetti, La “Sapienza” di Roma nel Secondo Cinquecento, in L’Architettura del Cinquecento romano, a cura di L. Marcucci, Roma 2011, pp. 653-659; Ead., La “Sapienza” di Roma: un problema interpretativo, in L’Università di Roma “La Sapienza” e le Università italiane, a cura di B. Azzaro, Roma 2008, pp. 13-18.

[6]  R. Lanciani, Storia degli scavi di Roma e notizie intorno le collezioni romane di antichità, vol. III, Roma 1912, p. 212; ripreso in M. Fagiolo, M. L. Madonna 1972, op. cit., p. 385.

[7]  Ulteriori approfondimenti e sviluppi sono in corso di pubblicazione in un saggio, redatto da chi scrive, all’interno del volume Lusingare la vista. Il colore e la magnificenza a Roma tra tardo Rinascimento e Barocco, a cura di A. Amendola, nell’ambito della collana Dentro il Palazzo, a cura di A. Rodolfo e C. Volpi.

[8]  ASR (Archivio di Stato di Roma), Ospedale di San Giacomo degli Incurabili, b. 1505, ff. 14r e 15r, rispettivamente inventariati come «Disegno costruttivo di una volta» e come «Chiesa». Il f. 15r è stato recentemente pubblicato in V. Zanchettin Un nuovo prezioso tassello sotto il cielo di Roma, in «L’Osservatore Romano», 14 febbraio 2015, p. 4, fornendo un’interpretazione quasi sempre profondamente diversa da quella qui presentata.

[9]  Diversamente legge Zanchettin: «Adi 13 de dicembre 1564. Io mastroantonio detto o firmato allemecirchulo», cfr. Ivi. Se non erro, la dicitura “firmato” trova scarso riscontro nella lingua del tempo; inoltre, i lemmi “firma” e “firmare” non compaiono nella prima edizione del Dizionario degli Accademici della Crusca (1612). A errate letture possono seguire aberranti interpretazioni; è il caso di quella fornita da Federica Bertini che, evidentemente individuando in «firmato» una dichiarazione di paternità, ha attribuito la progettazione della loggia a mastro Antonio, lo stesso muratore che fisicamente la costruì, cfr. F. Bertini, Pirro Ligorio, “Maestro Antonio” e l’”emicircolo” del Vaticano. La scoperta di Vitale Zanchettin, recensione a Zanchettin 2015, op. cit., in «Horti Hesperidum» (rivista telematica), 8 marzo 2015 (http://horti-hesperidum-recensioni.weebly.com/).

[10]  ASR, Camerale, parte I, Fabbriche, b. 1520, f. 26r, si tratta del primo documento in cui il nome esteso di Antonio da San Vico viene associato all’appellativo «Matto». Più genericamente «M[astr]o Antonio Matto» compare già nel f. 3r della stessa busta. Vedi anche Ackerman 1954, op. cit., p. 175.

[11]  I due schemi vengono invece interpretati come probabili studi grafici finalizzati al dimensionamento degli spessori della volta del Nicchione in Zanchettin 2015, op. cit.

[12]  Cfr. Ackerman 1954, op. cit., p. 176.

[13]  Si veda anche G. Vagenheim, “Manus epigraphicae”. Pirro Ligorio et Jean Matal, in M. Deramaix, G. Vagenheim (a cura di), L’Italie et la France dans L’Europe latine du XIV° au XVII° siècle. Influence, émulation, traduction, Mont-Saint-Aignan 2006, pp. 233-270.

[14]  Un quadro biografico in merito alla figura di Sallustio Peruzzi è in M. Ricci, Fu anco suo creato…” l’eredità di Baldassarre Peruzzi in Antonio Maria Lari e nel figlio Sallustio, Roma 2002, pp. 73-76.

[15]  Coffin 2004, op. cit., pp. 27-28.

[16]  M. Fagiolo, M. L. Madonna 1972, op. cit., pp. 386-387; cfr. anche C. Volpi, Il teatro del mondo: Pirro Ligorio “architetto” papale nelle Logge Vaticane, in «Bollettino d’Arte», 84,1999, pp. 83-102.

[17]  Coffin 2004, op. cit., pp. 77-79.

[18]  Da ultimo si veda A. Ranaldi, Tracce di Ligorio nel ducato estense: la “libraria” nel castello di Ferrara e un disegno per il castello di Mesola, in La Festa delle Arti, a cura di V. Cazzato, S. Roberto, M. Bevilacqua, I, Roma 2014, pp. 16-21, con bibliografia precedente.

[19]  Sembra errare Zanchettin nel contare nel f. 15r sedici colonne affiancate «da otto più piccole poste sui fronti rettilinei». Altrettanto errata sembra la notizia di sedici fusti in marmi mischi e quattro in travertino realizzati per la loggia; infatti, se tali indicazioni derivano da quanto ancora in opera ed evidente nel costruito, i piedritti contano rispettivamente quindici e cinque, cfr. Zanchettin 2015, op. cit.

[20]  Del gradino si fa diretta menzione in G. P. Chattard, Nuova descrizione del Vaticano osia […], Roma 1767, pp. 154-156; questo va chiaramente ricondotto ai lavori eseguiti da«m[astr]o Bast[ian]o Valenzani» per l’opera dello «scalino di travert[in]o qual va locato sopra l’hemiciclo in Belv[ede]re». Il documento è trascritto ma non interpretato in Ackerman 1954, op. cit., p. 176.

[21]  Come sembra suggerire lo stato di conservazione della materia.

[22]  Una conferma di quest’ipotesi si trova nella già citata descrizione della loggia lasciata da Chattard (vedi supra n. 20), il quale menziona unicamente colonne in marmi mischi, «greco, bigio, pavonazzetto e giallo antico» a cui si aggiungano serpentino e cipollino tutt’ora evidenti. Inoltre, si consideri che la logica compositiva delineata dalla soluzione di fusti di marmi diversi disposti a coppie rispetto all’asse centrale della loggia, viene infranta dal numero dispari delle cinque colonne in travertino (tre inserite lungo la metà orientale dell’esedra e due lungo quella occidentale). Infine, si consideri anche la presenza lungo l’emiciclo di capitelli esclusivamente marmorei a cui corrispondono altrettante basi in marmo, ad eccezione delle cinque in travertino poste sotto i fusti della stessa pietra.

[23]  C. L. Frommel, Pirro Ligorio e l’architettura del Casino di Pio IV, in La Casina di Pio IV in Vaticano, a cura di D. Borghese,Torino 2010, pp. 28-43, in part. p. 31.

[24]  P. Davies, D. Hemsoll, Michele Sanmicheli, Milano 2004, pp. 328-329; Eidem, Michele Sanmicheliand the facade of Ss. Biagio e Cataldo in Venice, in «Annali di Architettura», 8,1986, pp. 115-126, in part. p. 116.

[25] B. Adorni, Giulio Romano Architetto: gli anni mantovani, Milano 2012, pp. 85, 89, 97, 103.

[26]  Se non erro l’architetto utilizza questo particolare unicamente nell’ordine interno al piano terra della Loggia del Capitaniato a Vicenza.

[27] A. Bruschi, L’architettura a Roma al tempo di Alessandro VI: Antonio da Sangallo il Vecchio, Bramante e l’antico. Autunno 1499 – autunno 1503, in «Bollettino d’Arte», 70,1985, pp. 67-90.

[28]  C. L. Frommel, Architettura e committenza da Alberti a Bramante, Firenze 2006, pp. 36-41.

[29]  Cfr. supra n. 25.

[30]  M. Ricci, Portale di San Michele in Bosco a Bologna, inJacopo Barozzi da Vignola, a cura di R. J. Tuttle, B. Adorni, C. L. Frommel, C. Thoenese, Milano 2002, p. 120.

[31]  C.L. Frommel, Un’opera riscoperta di Baldassarre Peruzzi: il palazzo per Giovanni Corrado Orsini, in «Rômisches Jahrbuch der Bibliotheca Hertziana», 32, 1997/98 (2002), pp. 7-36, 1997/98, pp. 7-36, in part. p. 28; Id., La porta ionica nel Rinascimento, in Studi in onore di Renato Cevese, a cura di G. Beltramini, A. Ghisetti Giavarina, Paola Marini, Vicenza 2000, pp. 251-292, in part. pp. 269-270.

[32]  Si vedano, ad esempio, i disegni dell’architetto relativi al monumento «DEI SABULEI» e a quello dei «CAII LIVII»; soprattutto in quest’ultimo caso viene delineato un coronamento di antefisse, cfr. F. Rausa, Pirro Ligorio: tombe e mausolei dei Romani, Roma 1997, pp. 111-113, 74-75.

 

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Figura 1 – Roma, Cortile del Belvedere, particolare del Cortile della Pigna (foto dell’A.).

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Figura 2 – Roma, Cortile del Belvedere, loggia del Nicchione (foto dell’A.).

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Figura 3 – Roma, Cortile del Belvedere, loggia del Nicchione (foto dell’A.).

4

Figura 4 – Pirro Ligorio (cerchia di), schema per la copertura della loggia sopra al Nicchione, disegno, 1564, ASR, Ospedale di S. Giacomo Incurabili, b. 1505, f. 14.

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Figura 5 – Pirro Ligorio (cerchia di), pianta della loggia sopra al Nicchione, disegno, 1564, ASR, Ospedale di S. Giacomo Incurabili, b. 1505, f. 15.

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Figura 6 – Roma, Cortile del Belvedere, Cortile della Pigna, particolare (collezione privata).

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Figura 7 – Mario Cartaro, 1574, Vero dissegno deli stupendi edifitii giardini boschi fontane et cose maravigliose di Belvedere in Roma, incisione, da Ackerman 1954, op. cit.

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Figura 8 – Plan general du 3em etage du Palais du Vatican, Tav. IX, particolare (da P.-M. Letarouilly, A. Simile, Le Vatican et la basilique de Saint-Pierre de Rome, Parigi 1882).

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Figura 9 – Roma, Cortile del Belvedere, loggia del Nicchione, foto d’epoca (collezione privata).

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Figura 10 – Roma, Cortile del Belvedere, loggia del Nicchione, particolare dell’ordine (foto dell’A.).

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Figura 11 – Roma, Cortile del Belvedere, loggia del Nicchione, particolare della cornice dell’attico (foto Antonella Festa).