Geografie e modelli di 50 anni di consumo di suolo in Italia

di Bernardino Romano, Francesco Zullo, Serena Ciabò, Lorena Fiorini, Alessandro Marucci, Università degli Studi dell’Aquila, Dipartimento di Ingegneria Civile, Edile – Architettura, Ambientale.

Trasformare il suolo naturale e agricolo in aree urbanizzate è stata per molti decenni una delle attività più remunerative per l’imprenditoria italiana e un certificato di efficienza per molti amministratori locali.  Il fenomeno ha però assunto oggi proporzioni enormi soprattutto perché presenta rilevanti concentrazioni geografiche in un Paese dalla morfologia tormentata che, inoltre, non ha applicato nel corso del tempo le adeguate procedure di controllo dimensionale e qualitativo. Se il “consumo di suolo” rappresenta oggi in tutto il mondo un problema significativo e attenzionato dalla società civile e dai Governi, l’Italia manifesta alcuni picchi di gravità dovuti soprattutto al modello di crescita insediativa più che alla stretta quantità. Una delle maggiori difficoltà risiede nella misura dei suoli impegnati e della dinamica cronologica a causa della carenza di dati omogenei che si è trascinata per molti anni. La ricerca che viene presentata fornisce un contributo in tal senso in un momento in cui la cultura scientifica, politica e sociale del Paese inizia ad affrontare il tema provando a definire tecniche e criteri di monitoraggio e di controllo.

 

Con la definizione “consumo di suolo” viene individuato il fenomeno della conversione urbana della superficie territoriale, con asportazione degli strati superficiali del suolo e la loro sostituzione con coperture artificiali, dove queste ultime possono o meno estendersi anche in verticale. Sono attualmente in corso diversi tentativi di classificazione delle superfici “artificializzate” che tendono ad individuare le categorie alle quali poi far corrispondere i numerosi effetti ambientali negativi. E’ proprio questa classificazione uno dei punti critici attuali della ricerca sul fenomeno (Comber, 2008), in quanto non ci sono database “istituzionali” a scale adeguate che possano fornire un dato ufficiale, omogeneo e attendibile, mentre c’è invece una discreta proliferazione di informazioni provenienti da metodologie e fonti pseudoscientifiche. Si tratta di una questione che merita, per la sua importanza-chiave, alcune precisazioni.

Un primo aspetto protocollare dei dati riguarda le tipologie di impegno di suolo trasformato da censire e che possono distinguersi per modalità di utilizzazione o di sostituzione dello strato pedologico.

Modalità di utilizzazione: riguardano tipicamente quelle superfici che mantengono, almeno in parte, i loro caratteri pedologici, ma appartengono a tutti gli effetti allo spazio “urbano” per motivi di organizzazione e di fruizione. I giardini pubblici e il verde pubblico attrezzato in genere, così come il verde privato, sono emblematicamente aree “urbanizzate” anche quando non totalmente “impermeabilizzate”. In questi casi vengono indubbiamente mantenute alcune funzioni del suolo naturale, quali il drenaggio delle acque, la evapo-traspirazione, lo stoccaggio del carbonio, ma si riscontrano in generale diffuse forme di disturbo quali le recinzioni, l’illuminazione notturna, la frequentazione antropica intensa. Queste modalità identificano comunemente il “suolo urbanizzato” che corrisponde quindi alle superfici destinate alle funzioni urbane, con sostituzione o con mantenimento del suolo naturale: sono comprese le parti di suolo edificato e quelle destinate a funzioni accessorie dell’insediamento come giardini pubblici e privati, impianti sportivi, strade sterrate e altre aree di servizio permeabili o impermeabili all’acqua.

Modalità di sostituzione: attengono tutti quei casi nei quali lo strato naturale di suolo viene asportato e fisicamente sostituito con altri materiali, permeabili o impermeabili. In tutti i casi si può parlare di superfici “artificializzate” che comprendono i sedimi degli edifici, ma anche i parcheggi e spazi pubblico-privati pavimentati, i piazzali di servizio agli impianti industriali e assimilati, nonché le sedi viarie. Si tratta di aree che talvolta possono non essere “impermeabilizzate” (come è il caso di alcuni parcheggi), ma indubbiamente responsabili della distruzione del suolo originario sul quale incidono spazialmente. La sostituzione del suolo naturale può essere interpretata in vari modi:

“Suolo artificializzato”: Aree nelle quali lo strato naturale è stato sostituito con altri materiali, permeabili o impermeabili all’acqua per consentire usi diversi. Sono comprese le parti di suolo edificato, ma anche strade, piazze e parcheggi (pavimentati o permeabili), così come campi sportivi e aree di escavazione.

“Suolo impermeabilizzato”: superfici coperte da strati di materiale impermeabile che impediscono l’assorbimento delle acque superficiali. Sono comprese sia le parti di suolo edificato, sia quelle parti destinate ad altri usi civili che necessitano di una pavimentazione come strade, piazze e parcheggi e tutti i casi in cui gli strati di suolo naturale vengono completamente asportati per sostituirli con altri materiali che migliorano la stabilità e la indeformabilità delle superfici.

“Suolo edificato”: superfici coperte da edifici e individuabili dalla proiezione a terra del perimetro di questi ultimi. Il suolo naturale è completamente asportato per consentire la costruzione delle opere di fondazione.

Le informazioni distinte secondo i criteri appena illustrati sono molto difficili da reperire sull’attuale mercato dei dati che si basa in netta prevalenza sulla cartografia di uso del suolo regionale e sulle carte tecniche regionali (CTR). Se le CTR forniscono di regola almeno le superfici coperte dagli edifici (talvolta differenziati per tipologia) e dalla viabilità, nel caso dei dataset di uso del suolo alla scala regionale (generalmente derivate da fotointerpretazione 1:10.000 o 1:5.000) vengono normalmente individuate le superfici urbanizzate nel loro complesso, come già definite in precedenza.

Anche la questione della scala di dettaglio del rilevamento non è secondaria in quanto già sta provocando alcuni problemi in merito all’aggiornamento dei dati, seppur tutti informaticamente gestiti, dell’ultimo decennio: si assiste cioè ad una produzione di foto aeree con definizioni molto più accentuate che non quelle di dieci anni fa, il che comporta una difficile confrontabilità tra le mappature di uso del suolo estratte dalle basi attuali e quelle, pur digitali, ottenute con i telerilevamenti precedenti (Dall’Olio e Cavallo, 2006; Czúni et alii, 2012).

Come si può intuire da queste preliminari considerazioni i problemi tecnici di elaborazione dei dati sul “consumo di suolo” sono ancora molto pronunciati e piuttosto lontani da una auspicabile omologazione su scala nazionale in grado di restituire una fisionomia del fenomeno con accettabili tolleranze e minute distinzioni sinottiche. Nella attuale condizione di carenza informativa non sarà possibile, in particolare, attuare alcuni contenuti, quand’anche incardinati su una legge nazionale che riuscisse ad emergere dai molteplici disegni in corso di esame, come il Registro di Suolo, il Bilancio di Suolo (WWF, 2013, 2014), le compensazioni trasformative o l’interscambio di crediti e i dispositivi fiscali. La qualità dei dati a disposizione condiziona fortemente le prospettive di limitazione del fenomeno in futuro e quindi di controllo dei numerosi impatti negativi che provoca.

Opinioni scientifiche consolidate indicano ormai nel consumo di suolo causato dalla urbanizzazione una delle principali cause di conflitti economici, politici e sociali (Plotkin, 1987; Capello, 2001; Borfecchia et alii, 2012) e di alterazione di delle qualità ambientali del territorio (Sala et alii, 2000; Ellis and Ramankutty, 2008; Steffen et alii, 2015; Santolini et alii, 2010).

Gli aspetti che vengono coinvolti direttamente ed indirettamente dalla eccessiva conversione urbana dei suoli sono complessivamente i seguenti:

Sfera economico-energetica:

· diseconomie dei trasporti.

· sovraconsumo energetico;

· riduzione delle produzioni agricole.

Sfera idro-geo-pedologica: 

· destabilizzazione geologica;

· irreversibilità d’uso dei suoli;

· alterazione degli assetti idraulici ipo ed epigei.

Sfera fisico-climatica;

· accentuazione della riflessione termica e dei  cambiamenti climatici;

· riduzione della capacità di assorbimento delle emissioni;

· effetti sul sequestro del carbonio;

· propagazione spaziale dei disturbi fisico-chimici.

Sfera eco-biologica

· erosione fisica e la distruzione degli habitat;

· frammentazione ecosistemica;

· distrofia dei processi eco-biologici;

· penalizzazione dei servizi ecosistemici dell’ambiente;

· riduzione della «resilienza» ecologica complessiva.

Alcuni Paesi europei, più sensibili verso le conseguenze elencate, hanno già prodotto norme tese a limitare il fenomeno e una delle esperienze più significative è quella della Germania (Bundesregierung, 1985; Illy et al., 2009).

Gli aspetti negativi del fenomeno sono ancora marginalmente considerati sia nelle sedi scientifiche, sia in quelle della comunicazione e del governo del territorio (Emiliani, 2007; Pileri, 2007; Mercalli, 2009), al contrario di altri Paesi dove le informazioni e le pubblicazioni sono ben più consistenti (Hall et al., 1973; Mellor, 1983; Yanitsky, 1986; Irwin and Bockstael, 2007; Zaninetti, 2006; Garcia-Call, 2011; Hauri et al., 2006).  Solamente da pochissimo tempo è emersa la necessità di allestire dispositivi di monitoraggio della dinamica di trasformazione urbana, ma si è ancora molto lontani da una raccolta di dati sistematica e coerente che permetta di effettuare confronti e valutazioni credibili (Lowry, 1990; Batty, 2008; Nolè et alii, 2014).

 

I dati sulla evoluzione nazionale

Diverse fonti producono dati sul fenomeno da alcuni anni (Politecnico di Milano, ISTAT, ISPRA) ripresi anche da documenti periodici di aggiornamento prodotti da associazioni nazionali come il WWF e Legambiente (Sambucini, 2009; Berdini, 2009; Salvati et alii, 2012)

Qualche autore, fin dalla fine degli anni ’80, ha evidenziato le modalità di modificazione del paesaggio utilizzando basi di dati nazionali (CNR-IPRA, 1988; Astengo e Nucci, 1990; Bonifazi e Heins, 2001) o di standard europeo come il CLC (Corine Land Cover) derivante da un telerilevamento satellitare in scala nominale 1:100.000 (Bossard et al., 2000; APAT, 2005; Falcucci and Maiorano, 2008). Alcuni organismi internazionali, come l’European Environmental Agency (EEA, 2006), hanno stimato per l’Italia, sempre in base ai rilevamenti satellitari CLC, circa 8000 ettari all’anno di territorio artificializzato tra il 1990 e il 2000.

In questo articolo ci si riferirà alla ricerca nazionale condotta dall’Università degli Studi dell’Aquila dal 2006 per allestire un quadro evolutivo attendibile sulla conversione urbana dei suoli in Italia dal dopoguerra ad oggi, utilizzando delle basi cartografiche omogenee per periodo sull’intero territorio del Paese e ad una scala di dettaglio sufficiente per evidenziare le parti urbanizzate anche più disperse e frammentate.

Per questo motivo la ricerca ha come sorgente temporale di riferimento per gli anni ’50-60 la cartografia italiana pubblicata in scala 1:25.000 dall’IGMI (Istituto Geografico Militare Italiano) tra il 1949 e il 1962 (Romano & Zullo, 2010). Il confronto con la condizione odierna è stato effettuato utilizzando le già citate carte di uso del suolo regionale e CTR ormai molto diffuse a scale dell’1:10.000 e superiori.

Le Figg. 1, 2 e 3 mostrano i dati provenienti dalla ricerca aggiornati a 15 regioni italiane che rappresentano il 75% del territorio nazionale (sono ancora in corso di elaborazione i dati relativi a Sardegna, Basilicata, Calabria e Campania). Nel corso dello studio pluriennale i dati via via presentati hanno risentito statisticamente degli stati di avanzamento, ma ora, a tre quarti del territorio nazionale completato, gli effetti inerziali stanno naturalmente stabilizzando i valori.

Nei cinquanta anni trascorsi dall’ultimo dopoguerra, con una tolleranza stimabile nel 5% (dovuta a diverse disomogeneità tecniche di rilevamento, soprattutto dell’urbanizzato recente), hanno cambiato stato quasi 1 milione e 256.000 ettari di suolo con una velocità media dell’ordine dei 70 ha/giorno. Ipotizzando di estendere tale velocità di trasformazione in modo lineare all’intero Paese si otterrebbero oltre 90 ha/giorno (circa 10 m2/sec) di conversione urbana, corrispondenti a quasi 660.000 ettari nei prossimi 20 anni (un quadrato di 80 km di lato) se il fenomeno proseguisse con la stessa intensità.

Si deve notare come un ritmo medio di 90 ha/g rappresenti quasi il 70% del valore di picco della Germania che, quasi vent’anni fa, ha fatto scattare le drastiche precauzioni di limitazione verso i 30 ha/g. Ma la Germania, pur essendo solo poco più estesa dell’Italia, ha oltre venti milioni di abitanti in più e una economia industriale indubbiamente più dinamica.

Come già detto l’urbanizzazione italiana dagli anni ‘50 è quadruplicata ed è oggi valutabile intorno al 7,5%, equivalente ad una artificializzazione di suolo di circa 2.300.000 ha, ad esclusione della viabilità extraurbana. Con il ricorso alla simulazione campionata si tratta della somma delle intere superfici regionali dell’Umbria, della Basilicata e del Trentino Alto Adige. I comportamenti insediativi delle regioni hanno subito una netta variazione: l’indice di urbanizzazione pro-capite, che registra meglio di altri tale comportamento, passa dai 120 m2/ab agli oltre 370 attuali. E’ ancor più interessante valutare la deviazione standard rispetto alla media di questo parametro che era pari al 61% negli anni ’50 ed è passato al 28% dopo il 2000, a testimoniare una estesa convergenza dei modelli di urbanizzazione in tutti i casi analizzati rispetto a quanto accadeva nell’immediato dopoguerra ancora connotato da una netta distinzione tra regioni ancora agricole e già industriali. L’industrializzazione stessa, ma anche la deflagrazione spaziale delle periferie, la terziarizzazione delle campagne e la sostanziale indifferenza localizzativa di servizi pubblici e di mercato, ha coinvolto progressivamente tutte le regioni, livellando le originarie differenze di origine storica e morfologica (Pileri & Maggi, 2010). Si deve notare come il valore italiano dell’urbanizzazione pro-capite attuale sia piuttosto allineato con la media dei Paesi dell’Europa Occidentale (Romano e Zullo, 2013), anche se cambia nettamente il modello configurativo dell’insediamento che, a parità o anche in difetto quantitativo, provoca in Italia più che altrove gli effetti negativi della dispersione urbana.

Effetti che peraltro vanno geograficamente concentrandosi, con fenomeni di carico urbanistico che interessano da alcuni anni pressoché esclusivamente le pianure e alcune zone collinari: secondo i dati Corine Land Cover tra il 1990 e il 2006 il 94% del nuovo urbanizzato italiano si è collocato su aree agricole, il quale fatto è indubbiamente stato colto dal DDL sul “Consumo di suolo” già approvato da due CDM il 14 settembre 2012 e il 15 giugno 2013.

La Tab. 1, proprio su base Corine Land Cover, mostra come, negli ultimi 15 anni, le trasformazioni urbane abbiano inciso mediamente per l’83% sulle aree agricole e come l’Italia detenga uno dei più alti valori europei.

tabella 1

Tabella 1 Variazione nelle aree urbanizzate tra il 1990 e il 2006 nei Paesi dell’Europa Occidentale e tasso di incidenza sulle aree agricole (fonte: Corine Land Cover).

 

Alcuni risultati geograficamente focalizzati

Alcuni dei dati presentati sono stati elaborati su alcuni settori territoriali (Romano e Zullo, 2014a/b), nei quali si sono riscontrate delle convergenze e delle singolarità rispetto ai valori medi nazionali stimati.

Italia centrale

Tra le regioni studiate, in particolare quelle dell’Italia centrale (Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo e Molise) mostrano grandi differenze di urbanizzazione tra gli anni ’50 e dopo il 2000, per motivi indubbiamente legati sia alle politiche territoriali storiche dominanti, sia alle caratteristiche climatiche, geografiche, morfologiche e produttive. Si è comunque sempre in presenza di variazioni quantitativamente ragguardevoli, con tassi di incremento minimi di circa il 100% nel caso dell’Umbria, di oltre il 200% nelle Marche, ma di oltre il 400% per Lazio, Molise e Abruzzo.

Nel Molise, una delle regioni italiane più piccole, i suoli sono stati urbanizzati alla velocità media di oltre mezzo ettaro al giorno, mentre in Umbria la velocità di conversione è stata di poco inferiore ad 1 ettaro al giorno. Valori di velocità decisamente superiori hanno manifestato l’Abruzzo e le Marche con oltre 1,7 ettari al giorno, ma al primo posto si colloca il Lazio (la regione che contiene Roma) con oltre 5 ettari giornalieri.

Nel complesso di queste regioni l’area urbana si è mediamente moltiplicata di 3 volte con un aumento di quasi 200.000 ettari in circa 50 anni, cioè una superficie artificializzata pari a quella di un grande parco nazionale europeo. Il consumo giornaliero di suolo è riferito a periodi variabili di rilevamento, ma un valore medio si attesta intorno ad un totale di oltre 10 ha/giorno.

Su questo territorio, che costituisce un campione esteso oltre il 17% della intera superficie nazionale, la densità di urbanizzazione si è mediamente quasi quintuplicata tra la metà del secolo scorso e i primi anni del 2000, mentre sono più che triplicati i valori pro capite delle aree convertite a funzioni urbane.

E’ piuttosto interessante notare come, pur partendo da valori pro capite di urbanizzazione molto diversi negli anni ’50, ci sia stato un riallineamento di tutte le regioni intorno a circa 350 m2/ab negli anni 2000, segnando di fatto uno standard di esigenza di spazi urbanizzati al livello regionale per la società contemporanea. Tale indicatore sembra inoltre indipendente dalle variazioni demografiche e dalle diverse dotazioni delle regioni in termini di industrie e di servizi. Infatti, nel mezzo secolo considerato, c’è stata una sostanziale stabilità demografica per l’Umbria, le Marche, l’Abruzzo e il Molise (il tasso medio annuo è pari a circa l’1‰ con il Molise che presenta il -3‰). L’unica regione con significativo aumento di popolazione è stata il Lazio (con tasso medio annuo dell’8‰), ma va precisato a questo proposito che la regione che contiene Roma ha accolto per molti decenni una consistente immigrazione proveniente dal centro-meridione italiano e attratta dalle numerose occasioni di lavoro offerte dall’area metropolitana della Capitale. Anche a fronte di queste differenze il valore pro capite attuale dell’urbanizzazione si è però attestato su livelli analoghi.

In queste regioni centrali ci sono 1155 comuni dei quali la maggior parte hanno registrato un calo demografico nel periodo 1956-2000. Nell’intero territorio analizzato solo 2 di questi comuni negli anni ’50 erano urbanizzati oltre il 20%, mentre circa 700 non raggiungevano neanche l’1%. Dopo il 2000 i comuni urbanizzati oltre la soglia del 20% diventano ben 32, mentre oltre 350 sono collocati intorno al valore del 5%, e solamente 175 restano al di sotto del livello dell’1% (Fig. 4).

Le coste

Le coste adriatica e tirrenica sono, come è noto, state protagoniste di una urbanizzazione convulsa (Sargolini, 2010) (Fig. 5), e dagli anni ’50 al 2000 la densità di costruito e spazi accessori è aumentata di circa 4 volte, assumendo un valore attuale di oltre l’11%. Un tasso di aumento che è stato quasi analogo anche lungo la costa tirrenica centro-settentrionale (Fig. 6).

Le velocità di trasformazione del suolo sono state molto pronunciate: nei comuni costieri adriatici si può stimare una conversione urbana di oltre 4 ha/g, ma, prendendo in considerazione lo sviluppo del fronte lineare della costa, siamo di fronte ad una velocità di urbanizzazione di quasi 10 km/anno dal dopoguerra ad oggi.

La pianura padana

La pianura padana è uno dei territori europei sottoposti in assoluto alla maggiore pressione insediativa unitamente alle già citate coste. Negli anni ’50 dei 2489 comuni analizzati della pianura ben 571 erano sotto al 2% di urbanizzazione (22%), mentre solo 11 comuni erano posti sopra il 45% (0,4%). Attualmente le superfici urbanizzate superano complessivamente gli 800.000 ha con una densità media del 15,2%, cioè anche qui quasi 4 volte il valore del secondo dopoguerra. Solamente 3 comuni sono rimasti sotto al 2% di urbanizzazione, mentre 163 comuni sono sopra il 45%, ma ben 14 comuni hanno superato il 75% del proprio territorio amministrato costituito da aree urbanizzate a vario titolo.

In mezzo secolo sono stati trasformati più di mezzo milione di ettari, cioè una superficie come quella della intera regione Liguria o circa la metà dell’Abruzzo, con destinazione sostanzialmente agricola.

Sempre confrontando i dati con uno dei campioni europei più monitorati, cioè la Germania, la velocità media di trasformazione negli ultimi 50 anni in pianura padana è stimabile in circa 30 ha/giorno, cioè quanto attualmente concesso dalla legge tedesca (Illy et alii, 2009). Ma la Germania si estende per 35.700.000 ha (cioè quasi 7 volte la pianura padana).

Come è stato già riferito, la rapidità giornaliera media nazionale di conversione urbana negli ultimi 50 anni è stata valutata di 90 ha/giorno: un terzo di questa trasformazione quotidiana si è registrata quindi in Pianura padana, su un territorio che occupa però un sesto della superficie nazionale. Nel 1950 la superficie urbana pro capite era pari a una media di 209 m2/abitante, ma nel 2000 è diventata di 719 m2/abitante (quasi 3,5 volte) che è un valore doppio di quello medio italiano ed europeo occidentale, il che dipende, almeno in parte, dalla cospicua accelerazione industriale di questa area geografica.

Le Alpi

L’area alpina possiede una notevole energia economica, alla quale si associa una pronunciata condizione di rischio di eccessive pressioni insediative.

Ciò è certificato dal fatto che negli anni del secondo dopoguerra la popolazione delle Alpi è aumentata del 22% (quasi 1.200.000 abitanti) e oggi sfiora quasi i 6 milioni e mezzo di abitanti (ISTAT, 2011) che costituiscono l’11% della intera popolazione nazionale su un’area che copre il 18% del Paese. Con oltre un terzo di aumento la densità di popolazione è oggi, con 115 ab/km2, circa il 60% di quella media nazionale e pari a quella di stati come la Francia, il Portogallo o la Danimarca. Si tratta di un incremento decisamente significativo per un’area montuosa (Fig. 8) dato che lo stesso indice medio per l’Italia nel medesimo periodo è dell’ordine del 28% e che la dorsale montuosa dell’Appennino ha, al contrario, perso il 10% della sua popolazione. Il trend demografico è inoltre positivo anche rilevato nell’ultimo decennio (2001-2011) dove assume un valore del 5% contro il 4% italiano.

La densità di urbanizzazione nello stesso arco di tempo studiato è triplicata, passando da meno del 2% a quasi il 5%. La trasformazione del suolo per scopi urbani ha interessato oltre 1600 km2 pari a quasi il 30% del suolo urbanizzato in totale nell’insieme delle regioni alpine. La triplicazione dell’urbanizzato è peraltro quasi uno standard per tutti i settori regionali delle Alpi a meno della Valle d’Aosta e del Friuli V.G. che si sono fermati ad un più modesto raddoppio. Nelle sezioni alpine di Piemonte, Lombardia e Veneto la densità odierna è compresa tra il 6 e il 7%, cioè molto prossima alla media nazionale stimata intorno al 7,5%.

Sebbene quest’area geografica sia così impervia ha contribuito per l’11% alla conversione urbana media giornaliera dei suoli italiani, con quasi 10 ha/giorno su circa 93 stimati per l’intero territorio nazionale dal secondo dopoguerra ad oggi.

Un ormai classico indice di comportamento insediativo, l’urbanizzazione pro capite, è raddoppiata allineandosi successivamente al 2000 su valori un po’ superiori alla media nazionale ed europea occidentale: 414 m2/ab contro 370 (Romano and Zullo, 2013).  Nel caso delle Alpi, però, al contrario di quanto è accaduto in altre aree geografiche italiane, i modelli insediativi nei vari settori regionali sono restati confrontabili e caratterizzati da una deviazione standard rispetto alla media che in entrambe le sezioni cronologiche esaminate è restata inalterata e pari al 43%.

Negli anni ’50 i comuni al di sotto dell’1% di urbanizzazione erano quasi 700 mentre quelli sopra al 25% erano 7. Dopo il 2000 restano al di sotto dell’1% poco più di un terzo (222), mentre salgono a 116 quelli oltre il 25% e 16 superano ben il 50%.

 

Aspetti diagnostici e di controllo

La ricerca sinteticamente illustrata nei passaggi precedenti e tutt’ora in corso (se ne prevede la conclusione entro il 2015), denuncia indubbiamente un fenomeno di dimensioni enormi che, in Italia, è stato molto poco percepito e solo in tempi recentissimi ritenuto degno di entrare nelle agende politiche (si ricorda a tal proposito l’inserimento “storico” della questione nel sesto punto del programma del poi mancato Governo Bersani). La deriva de-pianificatoria subita dal Paese negli ultimi 30 anni non ha certamente giovato al controllo di questa forma di modificazione insediativa dall’impatto elevatissimo che, come già detto nell’introduzione, coinvolge molte sfere di valori ambientali e sociali. L’insistenza nel delegare alle amministrazioni comunali (che sono in Italia più di 8.000 con una dimensione media di 6×6 km) ogni forma di decisione trasformativa del territorio produce la impossibilità di impostare strategie decisionali di area vasta e, di conseguenza, una ridondanza sistematica di alcune dotazioni con ampia incidenza spaziale, quali quelle industriali, direzionali e commerciali.

Se si accetta l’ipotesi che la conversione urbana dei suoli è oggi una patologia territoriale, cosa peraltro sempre più condivisa in sede scientifica mondiale (Barnosky et alii, 2012), ma anche politica e sociale, appare piuttosto chiaro che, per frenare o invertire questo trend, diventa indispensabile ricorrere a metodologie di controllo delle trasformazioni molto più sofisticate del passato, per privilegiare il “come”, il “dove” e il “quando” possono avvenire le modificazioni rispetto al semplice “quanto” (De Santis & Romano, 2013). Tutto ciò comporta il ricorso a risorse tecnologiche, strumentali, sensoristiche e professionali degli enti locali per introdurre procedure avanzate e innovative, anche mediante la partecipazione di amministrazioni disposte a sperimentazioni.

In tal senso va notato come proprio la qualità delle fisionomie di crescita urbana incide su alcune questioni centrali, come l’efficienza energetica e dei trasporti, ma anche la funzionalità degli ecosistemi e la loro connessione via reti ecologiche (Gambino, 2001; Battisti, 2003; Ferroni, 2010; Ciabò, 2010), ma le politiche ambientali in Italia, espresse al livello periferico degli enti locali, hanno recepito solo in minima parte queste istanze, che stentano ad affermarsi nel dibattito sul governo urbanistico. I riferimenti principali della gestione ambientale restano le aree naturali a regime speciale, nelle varie loro declinazioni, come strumento prevalente, ma molto limitato superficialmente (attualmente meno del 15% del territorio nazionale). Però le procedure gestionali di queste aree non hanno alcuna possibilità di incidere sulle dinamiche trasformative delle “matrici”, ovvero del territorio “ordinario” che circonda ed inviluppa le eccellenze naturalistiche riconosciute.

In una situazione di tradizione debole le sperimentazioni prima tratteggiate sono irrinunciabili in quanto, fatte salve le considerazioni espresse poco sopra, una eventuale politica fondata su “zero consumo di suolo”, provoca effetti di rebound molto vasti nella portata economica e nei coinvolgimenti sociali, soprattutto in un Paese come l’Italia dove negli ultimi decenni una consistente parte di PIL è stata alimentata proprio dall’industria delle costruzioni (Lo Nardo & Vedaschi, 2011), il che rende molto più consigliabile il ricorso a tecniche di “bilancio di suolo”.

L’attuazione di procedure di bilancio di suolo implica problemi estremamente complessi che coinvolgono le sfere comportamentali, sociali ed economiche della collettività e non è sufficiente la acquisizione di una consapevolezza politica e gestionale per giungere ad una soddisfacente soluzione. Pur potendo contare su esempi internazionali già avviati da qualche tempo, questi stessi non possono ritenersi efficienti al 100%, oltre che non semplicisticamente traslati sul caso italiano per una serie di motivi, tra cui la tipologia delle fisionomie espansive.

Analizzando infatti le differenze che intercorrono tra i modelli dei vari Paesi, si perviene ad una riflessione secondo la quale, se in tutto il mondo si parla di “sprawl” (Gibelli & Salzano, 2006), in l’Italia, e in alcuni altri Paesi di area balcanica e della penisola iberica, sarebbe più giusto parlare di “sprinkling” (Fig. 9).

Secondo il dizionario Merriam-Webster lo sprawl traduce “the spreading of urban developments (as houses and shopping centers) on undeveloped land near a city”, ma lo “sprinkling” esprime “a small quantity falling in scattered drops or particles”.

Gli schemi riportati nella Fig. 10 mostrano le differenze che intercorrono tra i vari modelli: lo standard internazionale dello sprawl, contraddistinto da vasti comparti in adiacenza, con unità edilizie mono-bifamiliari, o anche a schiera, con pertinenza esclusiva e disegno complessivo della viabilità e degli spazi pubblici, è stato relativamente poco praticato dall’urbanistica italiana degli ultimi decenni, anche per ragioni legate alla morfologia e alle dimensioni geografiche, nonché al costume sociale e alle tecniche costruttive degli edifici.

Il prototipo definibile “sprinkling” si differenzia molto dallo standard internazionale dello sprawl, sia per ciò che concerne la regia urbanistica, sia per l’impegno di suolo e di dispendio energetico che comporta. Lo sprinkling, nella condizione in cui si manifesta oggi, sia nella sua fisionomia estesa che lineare, è probabilmente una conformazione non compattabile, unicamente frenabile, forse recuperabile con il disegno di alcune sezioni urbane densificate che possano fare da elementi di coagulo per i servizi principali, migliorando le condizioni di “massa critica” per questi necessarie. In tali settori, che comunque richiedono una pianificazione accurata, dovrebbe essere possibile anche ospitare le eventuali espansioni di costruito derivanti dalle normali esigenze incrementali, però nell’ambito di tessuti a loro volta “disegnati”, nei quali sia privilegiata/incentivata la rioccupazione di sezioni di territorio già usate in precedenza usando le tecniche di “bilancio di suolo”. In altre parole, quando il riutilizzo dei sedimi pre-urbanizzati dovesse risultare molto difficile da attuare, che almeno si persegua un obiettivo minimo dove le nuove parti di suolo impegnato lo siano in forma aggregata e progettata, in continuità con le aree urbane preesistenti (Falqui et alii, 2014).

In ogni caso per poter applicare i criteri illustrati è necessario avere la capacità di registrare, censire, calcolare, e quindi controllare, la conversione urbana dei suoli, con metodi e metriche omologati nelle definizioni e nei processi, il che, tecnicamente, non è ancora oggi attuabile in Italia. Ciò ostacola seriamente il raggiungimento dell’obiettivo europeo di riduzione del consumo di suolo per il 2050 (Commissione Europea, 2011). Come è stato già anticipato nei passaggi introduttivi, sono poche e ancora scoordinate le strutture nazionali o regionali di monitoraggio dei suoli urbani, non ci sono protocolli definitori condivisi (ISPRA, 2014), i dati disponibili sono piuttosto approssimati e anche questa condizione è imputabile alle forme distributive dell’insediamento. Altri Paesi, con urbanizzato più aggregato, possono avvalersi di prodotti di telerilevamento a gestione europea, come il CORINE Land Cover (CLC) già citato. Sappiamo che ciò non è possibile per l’Italia a causa delle dimensioni estremamente ridotte di alcuni nuclei urbani che non possono essere intercettati dalle tecniche di rilevamento CLC dove l’unità minima cartografabile è di 25 ettari e la larghezza minima dei poligoni rilevabili di 100 m. Sulle 15 regioni testate la differenza tra le tecniche di rilevamento CLC e quelle utilizzate correntemente per l’elaborazione di Carte Tecniche Regionali o di uso del suolo a scala di dettaglio è mediamente del 60% in meno, con punte, in qualche caso, di oltre l’80%, quando i nuclei insediati sono molto piccoli, al livello del singolo edificio residenziale annegato in una matrice agricola. A ciò va inoltre aggiunta la già accennata variabilità dei rilevamenti regionali recenti delle coperture urbane: si va dai singoli edifici, agli isolati di maggiori dimensioni fino alle superfici trasformate anche da cave e discariche.

 

Ringraziamenti

Si ringrazia la Regione Umbria per il supporto dato alla ricerca nell’ambito delle attività dell’Osservatorio per la Biodiversità, il Paesaggio Rurale e la Progettazione Sostenibile. Si ringraziano inoltre per i materiali, i documenti e le informazioni fornite il WWF Italia, il Prof. G. Paolinelli dell’Università di Firenze, il Prof. M. Sargolini dell’Università di Camerino, l’Ing. S. Cirone della Regione Sicilia, la NEMO s.r.l. di Firenze,  il Prof.  F. Schilleci dell’Università di Palermo, la Regione Piemonte, la Provincia di Torino e la Prof.ssa C. Cassatella del Politecnico di Torino, la Regione Valle d’Aosta e la Regione Marche e i collaboratori alla ricerca F.C. Bignotti, D. Bruno, M. Cargini, S. Ciabò, C. D’Ambrosio, A. D’Andrea, M. Dell’Aguzzo, D. Febo, V. Fiordigigli, L. Fiorini, C. Giuliani, C. Iezzi, M. Mazzola, P. Rollo, A. Santarelli, D. Tullio.

 

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Figura 1 Tassi di incremento dell’urbanizzazione (%) su base comunale tra gli anni ’50 e il 2000 nelle 15 regioni italiane già completate.

 

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Figura 2 Tasso di incremento dell’urbanizzazione (%) e velocità media di conversione urbana dei suoli (m2/giorno) tra gli anni ’50 e il 2000

 

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Figura 3 Variazione della superficie urbana pro capite (m2/abitante) tra gli anni ’50 e il 2000 con l’indicazione dei due valori medi rispettivi

 

figura 4a

 

figura 4b

 

Figura 4 La variazione dei tassi di urbanizzazione in Italia centrale tra gli anni ’50 e il 2000

 

 

 

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Figura 5  Esempio di tentativo estremo (e fallito) di edificazione lungo la costa adriatica.

 

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figura 6b

 

Figura 6  Variazione della densità di urbanizzazione tra gli anni ’50 e il 2000 nei comuni della costa adriatica (in alto)  e tirrenica centro-settentrionale (in basso) rispetto ai valori medi regionali corrispondenti.

 

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Figura 7  Variazione della geografia di urbanizzazione tra gli anni ’50 e il 2000 nell’area della pianura padana

 

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Figure 8 – Evoluzione del tasso di urbanizzazione negli ultimi 50 anni in quattro delle più famose e frequentate valli alpine. 

 

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Fig. 9. Esempio del modello espansivo italiano delle aree urbanizzate a bassa densità ed elevata dispersione (sprinkling)

 

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Figura 10  Schemi tipologici nazionali e internazionali dello sprawl e dello sprinkling

 

(tratto da Bernardino Romano, Francesco Zullo, Serena Ciabò, Lorena Fiorini, Alessandro Marucci, Geografie e modelli di 50 anni di consumo di suolo in Italia, in Scienze e Ricerche n. 6, aprile 2015, pp. 17-28)