L’allevamento rurale del coniglio nell’Agro-Nocerino Sarnese

di Michele Cerrato, Dipartimento di Scienze Economiche e Statistiche, Università degli Studi di Salerno.

Si ringrazia la dottoressa Anna Uliano per la collaborazione durante la rilevazione dei dati e la stesura del testo.

 

Premessa

Lo scopo del lavoro è quello di verificare la possibilità di costruire una filiera di un prodotto di qualità a quantità limitate, nell’area dell’Agro-Nocerino Sarnese, a partire dall’allevamento rurale del coniglio. Questo territorio della provincia di Salerno, ai confini con la provincia di Napoli, è caratterizzato sia da un notevole consumo di carne cunicola sia da un gran numero di allevamenti rurali e dalla totale assenza di allevamenti da reddito. L’allevamento di conigli nell’Agro, nel periodo che va dal 1970 al 1990, è stato caratterizzato da una notevole crescita del numero di allevamenti da reddito e dalla nascita di molti macelli aziendali. Successivamente, la crescente concorrenza esercitata dall’industria zootecnica nazionale e, più di recente, il prodotto estero hanno determinato la totale scomparsa degli allevamenti da reddito. Il futuro economico dell’allevamento del coniglio, in quel territorio, ha come fondamenta un miglioramento delle attuali tecniche produttive dei piccoli allevamenti che, con le loro caratteristiche, possono fornire esperienza e  conoscenze  per la nascita di un prodotto di qualità, destinato prevalentemente al mercato locale.

Brevi cenni sulla storia dell’allevamento del coniglio nell’area oggetto dell’indagine

Il coniglio, a differenza delle principali specie zootecniche, è caratterizzato da un recente addomesticamento e il suo allevamento si sviluppa, a partire dal Medioevo, in Francia ed in Germania (Cappelli M., 2002). In Italia, l’allevamento moderno comincia a svilupparsi solo dopo la Prima Guerra Mondiale, per motivi legati alla richiesta di pelli da parte dell’industria conciaria. Il moderno allevamento nazionale ha visto la sua nascita in Lombardia ed in Piemonte. In quel periodo, un notevole impulso alla coniglicoltura è stato dato dall’Istituto Nazionale di Coniglicoltura di Alessandria che, con le sue attività di ricerca e divulgazione, ha diffuso nuove tecniche e nuovi modi di allevamento mirati soprattutto alla produzione della carne (Majocco F., 1926).

Data la scarsa importanza economica attribuita alla produzione di carne di coniglio, non sussistono molti riferimenti bibliografici relativi allo sviluppo della coniglicoltura moderna nell’Agro-Nocerino Sarnese. Infatti, molteplici studi sulla zootecnia campana e del mezzogiorno di Giovanni Scarpitti all’inizio del Novecento, non fanno riferimento all’allevamento di questa specie né ai prodotti derivanti da essa. I motivi di tale assenza vanno ricercati probabilmente sia nella mancata richiesta di pelli da parte della locale industria conciaria (Casaburi V., 1915) sia nel fatto che la produzione di carne era destinata quasi esclusivamente agli autoconsumi e non faceva parte della categoria dei prodotti pregiati.

Dunque, a causa della scarsa possibilità di reperire informazioni sulle origini dell’allevamento moderno del coniglio nell’area dell’Agro-Nocerino Sarnese, si è ritenuto utile acquisire informazioni sull’argomento attraverso interviste presso alcuni allevatori ed appassionati di conigli in età avanzata. Secondo gli intervistati, durante il periodo fascista, l’allevamento dei conigli era ampiamente diffuso e questi animali mancavano di spazi propri, in quanto venivano allevati nelle stalle dei bovini e dei cavalli. La loro alimentazione era costituita dagli avanzi alimentari di queste grosse specie e le mangiatoie di queste ultime erano costruite in modo da facilitare la formazione dei nidi da parte dei conigli. Un aspetto importante di questo allevamento è rinvenibile nel fatto che la carne prodotta era destinata all’autoconsumo della famiglia dell’allevatore e che spesso rappresentava l’unica fonte di proteine animali, insieme alle uova, alla quale queste persone potevano accedere. A dire degli intervistati in quel periodo venivano allevati due tipi di coniglio: “Lepariell” e “Soreciara”. Il primo aveva il classico colore del coniglio selvatico ed un peso compreso tra 2 e 2,5 kg, mentre il secondo aveva un peso minore ed un colore sorcino. Anche se, nella memoria degli agricoltori locali, questi tipi di coniglio sono ancora diffusi, nella pratica mancano dei veri è propri riferimenti bibliografici. Nel secondo dopoguerra, l’allevamento del coniglio divenne una vera è propria attività economica e nacquero i primi allevamenti costituiti da soli conigli, allevati quasi esclusivamente a terra e raramente in gabbie di legno. L’alimentazione avveniva tramite cereali, leguminose e resti vegetali delle coltivazioni. I conigli prodotti venivano commercializzati come animali vivi nelle fiere e nei mercatini locali. Un intervistato ha precisato che era pratica diffusa che settimanalmente alcuni grossisti locali acquistavano notevoli quantità di animali vivi per poi commercializzarli sul mercato di Napoli. In quel periodo venivano allevati dei conigli di dimensioni più ampie rispetto al “Lepariell”, circa 3 kg, caratterizzati da mantelli di colorazione  molto eterogenea, che andavano dal bianco al grigio scuro, ed un elevato numero di soggetti con mantelli pezzati che comunemente venivano chiamati conigli “Schiani”. Negli anni Settanta si assiste alla nascita della moderna coniglicoltura nell’Agro-Nocerino Sarnese: si costruiscono appositi locali per l’allevamento, vengono impiegate gabbie di ferro e per l’alimentazione si usano quasi esclusivamente i mangimi pellettati di provenienza industriale. I conigli allevati sono quelli appartenenti alle moderne razze da carne (Nuova Zelanda, Californiano, ecc) che hanno sostituito i conigli precedentemente allevati. Questi allevamenti erano caratterizzati sia dalla macellazione in azienda per la vendita diretta al consumatore, sia dalla vendita al grossista di animali vivi. La crescente competitività esercitata dall’industria zootecnica nazionale ed estera, ha determinato la totale scomparsa di questi allevamenti.

Il quadro generale dell’allevamento del coniglio in Italia e in Campania

Secondo i dati dell’ISTAT relativi all’anno 2010, l’Italia rappresenta il 40% della produzione europea di carne cunicola, seguita da Francia e Spagna, ed è il secondo paese nella classifica della produzione mondiale, dopo la Cina.

Dal punto di vista tecnico-strutturale, gli allevamenti del coniglio sono così caratterizzati:

- Al Nord Italia esistono allevamenti tecnologici e di grandi dimensioni;

- Al Centro Italia vi sono allevamenti di medie e di grandi dimensioni;

- Al Sud Italia persistono prevalentemente allevamenti rurali, aziende piccole a conduzione familiare.

Quindi, la filiera produttiva cunicola italiana non risulta essere omogenea, caratterizzandosi in modo diverso in dipendenza della localizzazione geografica, ciò sia per motivi climatici, che per motivi tecnico-strutturali ed organizzativi.

Per quanto riguarda i macelli, si stima che in Italia ce ne siano circa una cinquantina di grandi dimensioni, concentrati soprattutto al Nord, i cui gestori effettuano spesso anche la funzione di grossisti ed importatori/esportatori di carne cunicola. Accanto a questi vi sono anche piccole strutture di macellazione il cui ambito operativo è essenzialmente locale.

L’ultima fase della filiera è la distribuzione. Secondo la stessa fonte, le vendite della carne di coniglio destinate al consumo domestico transitano per circa il 40% attraverso le strutture della grande distribuzione, mentre il peso dei punti vendita tradizionali è stimato intorno al 40%, l’autoconsumo familiare è pari al 7% sul totale ed il restante 13% è da attribuire alle altre forme di distribuzione come la vendita diretta e il commercio ambulante. Tuttavia, il peso dei canali distributivi non è uniforme sul territorio nazionale.

Verso la fine degli anni Sessanta, in Italia, l’allevamento cunicolo era principalmente legato alla famiglia rurale, poi, grazie all’incremento della domanda di tale carne, ha subito una forte crescita fino ad arrivare ad un consumo pro capite annuo pari ai 4,2 kg, quantitativo che attualmente sembra rimanere costante (Grafico 1).

Grafico 1

La Campania è caratterizzata dal più alto consumo nazionale di carne di coniglio pari a circa 16 kg pro capite annui. Ciò deriva da una lunga tradizione che discende principalmente dalle condizioni climatiche ed ambientali, ritenute ottimali per quanto riguarda la nascita e la crescita dell’animale, e sfocia in una vera e propria cultura alimentare.

Un tentativo di riqualificare la produzione della regione Campania è stato messo in atto dal Consorzio Coniglio Campano, nato nel 2002, il quale intende raggiungere l’attestazione di specificità di cui al regolamento CEE 2082/92. La specificità del Coniglio Campano è legata alla presenza sul suo territorio di conigli con gli occhi neri e il mantello colorato, privilegiando tecniche di allevamento volte a tutelare la qualità delle carni, il benessere dell’animale ed un’alimentazione idonea alla produzione di qualità.

Allo stato attuale sembra ancora lontano il raggiungimento di tali obiettivi.

L’agricoltura e l’allevamento  del coniglio nell’Agro-Nocerino Sarnese

Data la mancanza di dati e di informazioni sulla filiera cunicola locale, si è ritenuto opportuno effettuare un’indagine conoscitiva mirata a definire i suoi aspetti generali. Tale indagine ha avuto come punto di partenza le banche dati Istat, Anagrafe Zootecnica Nazionale (BDN) e della Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura di Salerno (CCIAA).

Quest’ultima ci ha fornito l’elenco dei titolari di attività commerciali dedite alla vendita di alimenti per uso zootecnico, sia al dettaglio che all’ingrosso, la BDN ci ha fornito le informazioni in merito ai punti vendita di pollame ed altri animali da cortile vivi, ulteriori utili informazioni sono state invece acquisite dal Censimento Generale dell’Agricoltura italiana del 2010.

Incrociando i dati della CCIAA con quelli presenti in BDN abbiamo identificato 28 attività commerciali interessate alla vendita di mangimi industriali, di pollame e di altri animali vivi.

Per la rilevazione dei dati è stato preparato un questionario, che è stato sottoposto ai titolari di tali attività, suddiviso in tre parti: una prima parte riguardante i dati generali dell’azienda, una seconda parte sull’eventuale commercializzazione di conigli vivi ed una terza relativa ai quantitativi di mangime per conigli commercializzato (la rilevazione dei dati è stata effettuata nel mese di Giugno 2014). Hanno collaborato alla rilevazione del questionario 20 titolari di attività. Il questionario, è stato compilato da un nostro rilevatore che ha acquisito le informazioni e i dati utili alla ricerca attraverso interviste dirette. I dati acquisiti sono stati elaborati utilizzando un apposito pacchetto informatico ed i risultati ottenuti sono stati strutturati in tabelle e grafici. Dalla rilevazione dei dati presso i negozi censiti è stato possibile conoscere il consumo settimanale di mangime per rivenditore, il numero settimanale di allevatori acquirenti per rivenditore e la quantità di mangime settimanale media per allevatore. Da questi dati è stato stimato il quantitativo di mangimi annuo acquistato per allevatore e per l’intero comparto cunicolo locale. Successivamente è stata effettuata un’ulteriore indagine, utilizzando, anche in questo caso, un questionario che è stato compilato da una quarantina di allevatori che ci hanno fornito le informazioni sulla tecnica di allevamento e sulla produzione della carne.

 

Tabella 1: Dati relativi alla coniglicoltura nell’Agro-Nocerino Sarnese

Dati relativi agli esercizi commerciali interessati alla vendita di mangimi

  • Numero di rivenditori intervistati: 28
  • Consumo medio settimanale di mangime per rivenditore (ql): 11,5
  • Numero medio di allevatori acquirenti settimanali per rivenditore: 44
  • 4) Quantità di mangime settimanale per allevatore (kg): 26

Dati relativi agli allevamenti rurali

  • Numero stimato di allevatori: 1230
  • Consistenza media di fattrici per allevamento: 3
  • Numero medio di parti all’anno per fattrice: 4
  • Quantità di carne prodotta (kg) per allevamento: 73
  • Resa alla macellazione (percentuale): 50

Dati stimati per il comparto cunicolo locale

  • Consumo annuale di mangime (ql): 17388
  • Quantità di carne annua prodotta dagli allevatori (ql): 924
  • Valore relativo agli acquisti di mangimi industriali (euro): 660744
  • Quantità totale di carne prodotta dagli allevamenti (t): 89,8

Dati economici (in euro)

  • Prezzo medio settimanale del coniglio vivo: 1,58
  • Prezzo medio settimanale del coniglio macellato nei supermercati intervistati: 4,4
  • Valore della produzione di carne a prezzi di mercato (per peso vivo): 282084
  • Valore della produzione a prezzi al consumo: 395120
  • Costo per kg di coniglio riferito al solo mangime industriale: 4

Relativamente agli allevamenti abbiamo acquisito le seguenti informazioni:

  • a. gli allevamenti hanno una consistenza compresa tra uno e quattro fattrici, raramente superano questo numero;
  • b. l’allevamento si realizza esclusivamente in gabbia;
  • c. il numero dei parti medi è di quattro all’anno per singola fattrice;
  • d. la vita media di una fattrice è di un anno;
  • e. l’alimentazione è formata prevalentemente da mangimi di provenienza industriale a cui si associano in molti casi sfarinati di cereali e fieno;
  • f. i riproduttori sono frutto prevalentemente di uno scambio di animali vivi tra gli allevatori;
  • g. assenza di soggetti appartenenti alle vecchie popolazioni di conigli locali (Lepariell, Soreciara, ecc).

Grazie a questa indagine è stato possibile stimare la quantità di conigli prodotti sia per allevamento che per l’intero comprensorio (circa 180 tonnellate di coniglio nell’anno 2014). Moltiplicando la quantità annua prodotta per i prezzi dei conigli vivi sui mercati all’ingrosso, riferiti al solo mese di Giugno 2014, è stato stimato il valore della produzione dei conigli vivi a prezzo di mercato che risulta di circa 300mila euro, nell’anno 2014. Utilizzando, invece, i prezzi al consumo praticati in 10 punti vendita locali della grande distribuzione, il valore della produzione annua supera i 500mila Euro. Si specifica che si è fatto riferimento al prezzo di mercato del prodotto della grande distribuzione e dei mercati all’ingrosso dei conigli vivi, in quanto mancano i prezzi dei conigli rurali nel territorio oggetto dell’indagine.

Tra gli scopi dell’indagine c’è quello di determinare il costo di produzione (De Benedictis M. e Cosentino V., 1979) della carne di coniglio in alcuni allevamenti rurali. Il calcolo del costo di produzione non è stato effettuato, sia perché gli allevatori contattati non erano provvisti di una vera e propria contabilità aziendale, sia perché dato il numero ridotto di capi allevati è stato difficile quantizzare gli impieghi sia dei capitali che del lavoro. Infine, con riferimento al letame, non è stato calcolato il suo valore di mercato (De Benedictis M. e Cosentino V., 1979) sia perché viene utilizzato dagli stessi allevatori nei propri terreni, principalmente orti, sia perché non esiste un vero e proprio mercato. L’analisi economica si è limitata semplicemente a fare un confronto  tra il costo per l’acquisto di alimenti di provenienza extra aziendali, in quanto rappresenta l’unico costo certo fornitoci dagli allevatori. Quest’ultimo è pari a circa 4 euro per kilogrammo di coniglio vivo. Il primo elemento che emerge è che da solo il costo degli alimenti acquistati è il doppio del prezzo di mercato del coniglio industriale. La riduzione del costo di produzione non può essere effettuata solo ed esclusivamente evitando l’acquisto dei mangimi industriali, in quanto gli agricoltori dell’Agro-Nocerino Sarnese sono prevalentemente orticultori, quindi, qualora decidessero di non acquistare mangimi, dovrebbero comunque acquistare cereali o altri alimenti di provenienza industriale. Gli unici alimenti che potrebbero essere utilizzati a buon mercato sono gli scarti dell’agricoltura locale e delle coltivazioni di leguminose e brassicaceae. Questi ultimi, però, da soli non riescono a coprire i fabbisogni alimentari di un coniglio in allevamento.

La riduzione dei costi può essere realizzata attraverso le seguenti modalità:

  • - un miglioramento della tecnica di allevamento, che prevede un aumento dei numeri di parti all’anno;
  • - un piano di profilassi sanitaria che permette la riduzione della mortalità dei conigli;
  • - la costruzione di razioni alimentari bilanciate, in cui sono presenti i sottoprodotti dell’orticultura locale;
  • - l’aumento della resa delle carni, realizzato migliorando i conigli locali con quelli di razza estera, che hanno sia dei buoni incrementi di peso sia una buona rusticità.

Ai fini della pianificazione delle azioni mirate alla nascita e allo sviluppo di una filiera di coniglio locale, i risultati ottenuti dall’indagine sono stati applicati allo strumento dell’analisi SWOT.

L’analisi SWOT rappresenta  uno strumento di pianificazione strategica usato per valutare i punti di forza (Strengths), debolezza (Weaknesses), le opportunità (Opportunities) e le minacce (Threats) in un progetto, in un’impresa o in ogni altra situazione in cui un’organizzazione o un individuo debba prendere una decisione per il raggiungimento di un obiettivo.

Punti di Forza

  • La consolidata tradizione dell’allevamento e del consumo di carne di coniglio nel territorio dell’Agro-Nocerino Sarnese.
  • L’interscambio tra gli allevatori di animali vivi con conseguente consolidamento di un patrimonio genetico locale.
  • Possibilità di utilizzare il letame come concime nell’agricoltura.

Punti di Debolezza

  • Piccoli allevamenti in cui non sempre agli animali vengono assicurati adeguati livelli sia igienico-sanitari che alimentari.
  • Alti costi di produzione.
  • Impossibilità di poter commercializzare anche sul mercato locale i quantitativi di prodotto eccedenti agli autoconsumi.

Opportunità

  • Elemento per l’aggregazione sociale.
  • Consolidamento di un patrimonio genetico autoctono che è utile per il miglioramento della specie stessa.
  • Possibilità di far nascere filiere corte.
  • Possibilità di utilizzo, da parte della ristorazione locale, di ricette che pongono il coniglio quale elemento protagonista.

Minacce

  • La scomparsa di una tradizione consolidata.
  • Perdita di una base genetica.
  • Venir meno di una notevole quantità di carne di buone qualità.
  • Mancanza di sostanza organica per l’agricoltura.
  • Penalizzazione, in termini di reddito, degli operatori tuttora presenti nella filiera cunicola locale.

Conclusioni

In Italia, la Campania è la regione che si caratterizza per il maggior consumo pro capite annuo di carne di coniglio, che è pari mediamente a 16 kg e sfiora i 40 sull’Isola di Ischia. Nonostante un così alto consumo per abitante, la carne è di provenienza quasi del tutto extraregionale, in quanto, attualmente, la produzione campana è realizzata quasi esclusivamente dagli allevamenti per autoconsumo.

In Campania, nonostante vi sia una così ampia diffusione del consumo di carne di coniglio, non ci sono tracce dell’esistenza dell’allevamento del coniglio prima della Seconda Guerra Mondiale, e lo dimostrano gli scritti di numerosi autori che, nel descrivere la zootecnia della Campania e del mezzogiorno in quel periodo, non fanno cenno all’esistenza di questo tipo di allevamento. I motivi di tale assenza vanno ricercati nel fatto che si trattava di un allevamento per autoconsumo e che le carni non erano considerate dei prodotti di qualità. Secondo le informazioni acquisite durante la nostra indagine, prima della Seconda Guerra Mondiale, i conigli erano allevati nelle stalle dei bovini e dei cavalli e, la loro alimentazione era basata unicamente sugli avanzi di queste grosse specie. Questa tecnica, molto primitiva, la si poteva realizzare perché vi erano dei tipi di coniglio molto rustici, il “Lepariell” e la “Soreciara”, e perché i consumatori non erano molto esigenti in termini di qualità delle carni. L’allevamento da reddito nasce nel dopoguerra, quando la carne di coniglio comincia ad essere un prodotto richiesto dai consumatori, per cui nascono allevamenti specializzati. Gli animali sono nutriti con alimenti più ricchi dal punto di vista nutrizionale e sono introdotti tipi di coniglio, quali lo “Schiano”, che per dimensione e resa in carne risulta essere migliore rispetto a quelli precedentemente allevati. In Campania, come nel resto dell’Italia, l’allevamento da reddito trova un suo sviluppo solo a partire dagli anni Settanta, ed ha una durata relativamente modesta in quanto, già all’inizio del ventunesimo secolo, gran parte di questi allevamenti cessano la loro attività a causa della competitività esercitata dal prodotto industriale. La possibilità di far incontrare la qualità dei prodotti degli allevamenti rurali con la domanda di mercato esercitata dai consumatori, può essere un elemento importante per l’economia agricola del territorio,  per la tutela dell’ambiente e dello spazio rurale.

Per verificare la possibilità di costruire una filiera di qualità, ci siamo limitati ad effettuare un’indagine conoscitiva sugli allevamenti rurali dell’Agro-Nocerino Sarnese con lo scopo di dare una dimensione numerica alla filiera cunicola locale e una strategia di sviluppo alle attività di allevamento. Abbiamo percorso la strada di conoscere il numero di allevamenti attraverso i rivenditori di mangime. Per fare ciò abbiamo strutturato dei questionari che sono stati somministrati ai titolari dei punti vendita di mangimi presenti sul territorio. Per definire meglio la struttura degli allevamenti, ulteriori informazioni sono state acquisite presso allevatori locali, anche in questo caso tramite questionario. Questi ultimi ci hanno fornito elementi relativi alla tecnica di allevamento, ai quantitativi di carne prodotta ed alla destinazione della stessa. I rivenditori di mangime ci hanno quantizzato il mangime consumato, il numero degli allevatori ed il consumo medio di mangime settimanale per singolo allevatore. La grande distribuzione, invece, ci ha fornito elementi in merito alla presenza sul banco del prodotto coniglio, questa volta di provenienza industriale, e ai prezzi di commercializzazione.

Acquisite tutte queste informazioni abbiamo ottenuto i seguenti risultati: sono presenti sul territorio oltre 1200 piccoli allevamenti; la quantità di mangime consumata da ogni singolo allevatore settimanalmente è pari a circa 26 kg; la quantità di mangime industriale media annua consumata da ogni singolo allevatore è pari a circa 14 quintali mentre circa 17mila sono i quintali del consumo totale del territorio.

Dunque, con riferimento alla produzione di carne, si può affermare che la produzione locale ammonta a circa 90 tonnellate all’anno con un valore prossimo ai 400000 euro, se consideriamo il prezzo del coniglio al consumo presente nella grande distribuzione. Un dato importante emerso dalla ricerca è rappresentato dal costo di produzione, solo per gli acquisti di mangime, pari a circa 4 euro/kg che, da solo, rappresenta il doppio del prezzo dei conigli sul mercato all’ingrosso.

Di conseguenza qualsiasi proposta relativa alla nascita di una filiera, deve passare per la riduzione di tale costo. Tale obiettivo potrà essere realizzato agendo sulle seguenti leve: un miglioramento della tecnica di allevamento, che prevede un aumento dei numeri di parti all’anno; un piano di profilassi sanitaria che permette la riduzione della mortalità dei conigli; la costruzione di razioni alimentari bilanciate, in cui sono presenti i sottoprodotti dell’orticultura locale; l’aumento della resa delle carni, realizzato migliorando i conigli locali con quelli di razza estera, che hanno sia dei buoni incrementi di peso sia una buona rusticità.

In ogni caso, la riduzione dei costi non potrà mai registrare un’uguaglianza tra i costi di produzione di questi allevamenti con quelli relativi alla produzione del coniglio negli allevamenti intensivi, in quanto questi ultimi possono realizzare continuamente tecniche più competitive e conseguire delle economie di scala. Infine, risulta utile adottare tutte quelle azioni finalizzate alla valorizzazione del prodotto (marketing, promozione, divulgazione, ecc) in quanto queste ultime, rendendo nota la qualità delle carni, possono permettere la fissazione di prezzi più alti rispetto ai prezzi di mercato del prodotto di provenienza industriale.

Tutti questi fattori insieme possono creare una filiera che risulta essere un elemento utile per lo sviluppo economico sostenibile del territorio.

 

Bibliografia e sitografia

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(tratto da Michele Cerrato, L’allevamento rurale del coniglio, tra economia e sostenibilità ambientale, in un’area agricola quale l’Agro-Nocerino Sarnese, in Scienze e Ricerche n. 6, aprile 2015, pp. 118-124)