Le nuove frontiere della scienza applicata all’arte: la Neuroestetica

di Barbara Missana, Storica dell’Arte

(tratto da: Barbara Missana, Le nuove frontiere della scienza applicata all’arte: la Neuroestetica, in Scienze e Ricerche, n. 5, marzo 2015, pp. 88-90)

 

Il nostro secolo, quello dei nuovi “lumi” nel campo tecnologico, medico, scientifico e sociale, ha trasferito lo studio dell’Arte ad una realtà esplorabile mediante le nuove conoscenze sussistenti nell’unicità del Sapere.

L’esperienza estetica viene ormai studiata come esperienza cognitiva e intellettiva: gli storici dell’arte e i filosofi hanno iniziato a pensare che il polo emotivo e quello cognitivo siano connessi tra loro e che quindi le opere d’arte siano analizzabili anche dal punto di vista dell’autore, della sua mente e del suo apparato di conoscenze. L’attenzione è puntata sull’oggetto come prodotto artistico, ossia come mezzo di comunicazione col fruitore, nato per sopravvivere nel tempo conservando quei valori eterni provenienti dalla mente e dal vissuto dell’artista. Recentemente sono stati compiuti incredibili passi in avanti proprio nell’ambito della scienza della percezione e dell’estetica della visione, ed è sorprendente scoprire che una parte di questi siano il risultato dell’apporto di studi così settoriali e così apparentemente lontani dalla Storia dell’arte come quelli neurobiologici.Negli ultimi due decenni, che sono stati decretati appunto i “decenni del cervello”, le scoperte in campo neurobiologico hanno reso il fatto artistico oggetto di indagini di tipo interdisciplinare atte a trovare una risposta concreta all’interrogativo se veramente esista una sorta di cifrario inequivocabile per comprendere i meccanismi cerebrali che sono dietro al processo creativo.

Le neuroscienze hanno dimostrato l’esistenza, nell’ambito della corteccia visiva, di differenti aree in cui l’elaborazione degli stimoli visivi e il riconoscimento dei processi mnemonici, che trapiantano nella nostra mente le forme e i colori categorizzandoli, avvengono simultaneamente.

Queste scoperte hanno fornito uno spunto di riflessione innovativo per pensare al fenomeno estetico in una differente ottica: da un lato i neurobiologi sono desiderosi di scoprire l’esistenza di una solida base scientifica in grado di spiegare i processi di godimento estetico e di creatività, dall’altro i filosofi e gli storici dell’arte offrono loro gli spunti per reinterpretare e confermare il Sapere antico, le cui verità sono sempre più convergenti con quelle che emergono dallo studio della fisiologia del cervello.

La “teoria dell’Einfühlung” (elaborata da Robert Vischer nel 1873 in Über das optische Formgefühl, e da Theodor Lipps in Aesthetik, 1903-06), ad esempio, insistendo sul fondamento psichico dell’esperienza artistica, è stata il primo tentativo di integrare la teoria estetica con un metodo di tipo empirico avviando ad una psicologia dell’arte e allo studio della percezione visiva.

Nasce quindi, per input delle discipline umanistiche, la nuova branca dell’estetica e della critica d’arte col prefisso “Neuro”: la Neuroestetica, un filone di ricerca interdisciplinare che si occupa di analizzare a livello cerebrale quanto accade in un’artista e in un fruitore rivalutando la relazione sociale tra soggetto e oggetto.

E’ un vanto poter dire che in Italia questa nuova disciplina è particolarmente viva e che una grande parte di letterati ha accettato il confronto con il mondo della scienza, non solo per merito di quei dipartimenti universitari come nel Polo di Parma che hanno contribuito attivamente con le loro ricerche a dare conferme, ma anche grazie alla fondazione nel 2005 della Società Italiana di Neuroestetica ad opera del neurobiologo Luca Ticini che l’ha dedicata al padre fondatore della disciplina, il professor Semir Zeki, neurobiologo dello University College di Londra.

Negli anni ’90 nell’ambito dei suoi studi sulla specializzazione funzionale della corteccia visiva, Zeki ha analizzato le sue implicazioni sull’arte moderna: ha quindi affrontato una lettura dell’Arte in chiave scientifica (soffermandosi specialmente sulla vicenda astratta e cinetica) proponendo una sorta di neurologia degli elementi artistici primari, quali forma, colore e movimento. In conclusione a questo suo imponente lavoro di ricerca, ha affermato che la necessità di percepire ed elaborare le informazioni visive è la stessa che guida il gusto estetico, ereditata certamente nel tempo e dall’esperienza. Zeki parla di “specializzazione funzionale dell’estetica visiva” asserendo che nell’uomo coesistano tanti sensi estetici quante sono quelle aree addette al riconoscimento degli stimoli visivi; infatti, l’inefficienza di una particolare zona comporterebbe la mancanza di godimento di un aspetto particolare di un’opera d’arte; questo perché gli attributi di una immagine visiva – i colori, le forme – influenzano gli effetti estetici che essa comporta.

L’arte può essere quindi interpretata come una finestra sul mondo interiore e sul cervello dell’artista. E’ noto infatti come gli artisti con particolari disturbi hanno avuto una percezione estetica che è stata influenzata da essi e le loro opere rispecchiano questa condizione; basti pensare alla follia di Vincent Van Gogh o alla cataratta di Claude Monet.

L’incontro con il testo di Zeki La visione dall’interno ha rappresentato per me e per quanti si avvicinano allo studio di questa nuova disciplina, lo spunto per pensare ad un’interpretazione critica della storia dell’arte tutta nuova – tanto da poter parlare di “neuro-critica dell’arte”.

La nozione fondante è che, per elaborare gli stimoli visivi esterni in concetti, le cellule specializzate delle differenti aree cerebrali della corteccia visiva hanno la capacità di astrarre gli elementi della visione. Se quindi la visione non è una semplice analisi di stimoli esterni ma un processo di conoscenza profondo, allora l’artista può essere studiato e paragonato a un neuroscienziato che utilizza gli strumenti dell’arte per comprendere come riuscire a stimolare le percezioni dell’osservatore e pertanto quali elementi utilizzare nella sua composizione pittorica.

Le recenti scoperte sul cervello visivo, tra cui prima fra tutte quella dei “neuroni specchio”, sostengono questa tesi e conducono ad esiti ancora più esilaranti: il meccanismo di “simulazione incarnata” nell’uomo funziona anche nel caso di azioni fittizie, simulate e confuse, come può essere ad esempio bere senza un bicchiere. Da questa fondamentale verità ne è conseguita un’altra, scaturita dall’indagine sul manufatto artistico: nel 2007 il neurobiologo Vittorio Gallese dell’Università di Parma ha collaborato con lo storico dell’arte David Freedberg della Columbia University di New York ad un esperimento di fondamentale importanza, pubblicato su Trends col titolo di “Motion, Emotion and Empathy in Aesthetic experience.

Ponendo degli osservatori dinanzi all’immagine di uno dei quattro Prigioni di Michelangelo – la famosa scultura “incompleta” dello schiavo detto Atlante (databile al 1525-1530) e conservata a Firenze nella Galleria dell’Accademia – è emerso che la risposta empatica è valida anche davanti all’opera d’arte rappresentativa: il cervello ha riprodotto in termini motori il movimento di torsione del busto della statua.

Nel dicembre 2012 si è aggiunto un altro tassello importante all’interno del percorso di chiarificazione del valore dell’opera d’arte: l’oggetto preso in esame è stato per la prima volta un quadro informale, uno dei noti “concetti spaziali” di Lucio Fontana, più volgarmente ricordato come il “taglio”. Grazie all’ausilio dell’Elettroencefalografia, degli spettatori sono stati stimolati con tale immagine e quanto è emerso è stato incredibile: la percezione di quel tratto di tela squarciato è stata interpretata dal cervello in termini senso-motori ossia di ricostruzione del gesto del pittore. E’ straordinario sapere che chiunque, osservando un’opera d’arte, sta inconsapevolmente entrando in empatia “carnale” con essa, a livello cerebrale. Ciò significa che il nostro cervello non solo è in grado di ricreare i gesti compiuti dai grandi artisti della storia, ma di entrare in empatia con essi al di là del tempo e dello spazio. Ecco perché l’Arte è fondamentale: perché è un linguaggio che non conosce limiti.

Quindi, ripercorrere questa piccolo ma rilevante capitolo di conquiste scientifiche è senz’altro utile per comprendere l’importanza del ruolo sociale dell’artista nella sua accezione di comunicatore universale grazie alla fisiologia stessa dell’uomo che si può definire un “animale empatico”.

Partendo da una panoramica sulla fisiologia del cervello visivo, è evidente che il momento della creazione artistica coincida quasi con quello della fruizione, come se l’osservatore divenisse egli stesso un artista nel momento in cui esperisce l’opera d’arte. Zeki, infatti, considera l’arte come una ricerca di costanti attraverso un simile processo di selezione degli elementi essenziali del mondo. Riprendendo l’accezione poco fa espressa, l’arte può essere per ciò interpretata come una finestra sul mondo interiore dell’artista, una finestra che consente di vedere e di rivivere un’esperienza da lui vissuta, intrisa del suo pensiero, delle sue idee e della sua visione cerebrale ma, aggiungo, anche una finestra sul mondo del fruitore, su noi stessi.

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schiavo detto atlante. Michelangelo. 1525-1530- Galleria dell'Accademia Firenze

S. Zeki, La visione dall’Interno, Bollati Boringhieri, Torino, 2003, pag. 17.

D. Freedberg, V. Gallese, Motion, emotion and empathy in aesthetic experience, TRENDS in Cognitive Sciences, Vol.11, No.5.1, maggio 2007.

B. Missana, Verso una nuova critica d’arte. La neuroestetica e Kandinsky, Sentieri Meridiani Edizioni, Foggia, 2013.

M. A. Umiltà, C. Berchio, M. Sestito, D. Freedberg, V. Gallese, Abstract art and cortical motor Activation: an EEG study, Frontiers in Human Neuroscience, 16 novembre 2012, vol. 6, art. 311.