Neuroscienze applicate e terapia integrata del disagio psichico. Nuove frontiere per la comprensione e la cura della mente

di Tullio Scrimali, Professore Aggregato di Psicologia Clinica, Università degli Studi di Catania.

(tratto da: Tullio Scrimali, Neuroscienze applicate e terapia integrata del disagio psichico. Nuove frontiere per la comprensione e la cura della mente, in Scienze e Ricerche, n. 5, marzo 2015, pp. 25-29)

 

Introduzione

Ho avuto la fortuna, nel corso della mia carriera scientifica ed accademica, ma anche della mia storia personale, (sono nato all’inizio degli Anni Cinquanta) di assistere e, in una piccola misura, di partecipare in prima persona, come psichiatra, psicoterapeuta e neuroscienziato clinico, ad una vera e propria rivoluzione, iniziata tra la fine del secondo e l’inizio del terzo millennio e tuttora in pieno e tumultuoso svolgimento.

Quando, ancora studente, nel corso degli anni Settanta, frequentavo la Facoltà di Medicina della Università di Catania, deciso a diventare Psichiatra e Psicoterapeuta, cominciai a patire un certo disagio per il fatto che tutte le Psicoterapie, allora in voga, da quelle di orientamento psicodinamico a quelle comportamentali e cognitive, ma anche quelle sistemiche e relazionali, ponessero il cervello “tra parentesi” e non se ne occupassero affatto, talvolta per espresso statuto epistemologico.

Mi chiedevo come si potesse pensare di comprendere e curare la mente, se si sapeva così poco del funzionamento dell’organo, il cervello, che la produce e supporta, come un processo emergente, fatto, non di materia, ma di informazione.

Decisi pertanto di abbracciare l’orientamento cognitivo, che, in Psicoterapia, mi sembrava quello più interessato alle evidenze sperimentali ed al laboratorio e di intraprendere lo studio della Neuroscienze applicate. Iniziai allora a coltivare una nuova disciplina, la Psicofisiologia che, nella metà degli Anni Settanta, stava creando un nuovo paradigma in Psicologia Clinica ed in Psichiatria, grazie alla applicazione di inedite metodologie strumentali. Tali nuove metodologie consentivano di monitorare parametri biologici connessi al funzionamento del sistema nervoso, centrale e periferico, e, soprattutto, di fare apprendere, al paziente stesso, dinamiche di autocontrollo ed autoregolazione, tramite una nuova metodologia, sperimentale e clinica, denominata biofeedback (Scrimali e Grimaldi, 1982).

Così, la mia tesi sperimentale di laurea, a cui lavorai per due anni, in un laboratorio artigianale che avevo allestito presso la Clinica Psichiatrica della Università di Catania, fu basata su Psicofisiologia applicata e Biofeedback, allora considerate ancora topiche quasi esoteriche.

Le mie ricerche, dunque, furono piuttosto avversate dall’establishment Accademico di Psichiatria, che allora si divideva prevalentemente in due grandi correnti, quella abituata ad usare psicofarmaci e metodi biologici, in maniera acritica e massiccia e spesso contentiva (si pensi alla sedazione pesante, indotta da neurolettici ad alte dosi o all’uso indiscriminato dell’elettroshock) e quella, ben felice e del tutto soddisfatta, di parlare ancora di Edipo, Thanatos ed Eros senza riferimento alcuno ai processi del cervello umano. Oggi, invece, lo sviluppo della teoria dell’attaccamento e quella dei sistemi motivazionali interpersonali, ben documentate anche da studi di visualizzazione cerebrale e di Psicofisiologia applicata, ha permesso di comprendere la reale dinamica del rapporto che lega il bimbo ai genitori e cioè l’attaccamento e non certo l’eros, per la madre ed il desiderio di morte (thanatos) per il padre (Siegel, 2013) ! Edipo c’entra poco, infatti, nel bond che lega i figli piccoli ai genitori e, comunque, Freud aveva stravolto il senso del mito, visto che Edipo è piuttosto protagonista di una dramma epistemico e non certo erotico, il cui reale pathos è basato sulla mancanza di consapevolezza e sul discontrollo emozionale e relazionale. Uccide, infatti, senza saperlo, il padre Laio (ed altre persone innocenti) solo perché non sa gestire la propria ira ed una eccessiva aggressività, durante una rissa di strada. Questi, d’altra parte, era, a sua volta, un empio che aveva deciso di esporre il figlio per farlo morire sul monte Citerone, spinto dalla paura superstiziosa di una oscura profezia.

Edipo effettivamente sposò la madre Giocasta ma non certamente spinto dall’eros, semmai dal desiderio di potenza, in quanto quel matrimonio lo portava a divenire re di Tebe, città della quale Giocasta era la regina.

Si acceca in fine, comprendendo i tragici errori compiuti e l’orrore della sua condizione ma si presenta a Colono dopo una piena riscrittura narrativa della sua vicenda biografica che lo consegna alla fine di vita più consapevole e maturo. Penso, dunque, che Freud non abbia letto attentamente Edipo Re e, soprattutto Edipo a Colono, dittico inscindibile del grandissimo Sofocle che io invece ho tradotto dal greco antico sui banchi del liceo e goduto tante volte nello spettacolare teatro greco di Siracusa! Ma, si capisce, vivere nella Magna Grecia e percorrere ad Ortigia, le strade calcate da Platone, riserva alcuni indubbi vantaggi!

Grazie agli studi di specializzazione, svolti a Milano, ed alla cruciale esperienza presso il laboratorio di Psicofisiologia clinica, che in quella Università era stato allestito, potei incamminarmi, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, sulla strada delle Neuroscienze applicate in Psichiatria e Psicoterapia. Il percorso di studi, ricerche ed applicazioni cliniche, attuato poi presso la Clinica Psichiatrica della Università di Catania, dove lavoro tuttora, dopo oltre trenta anni di intensa attività, mi hanno consentito di sviluppare una nuovo approccio allo studio della mente umana ed al trattamento del disagio psichico che ho definito Neoroscience-Based Cognitive Therapy (Scrimali, 2010, 2012).

 

Background epistemologico

I grandi padri della psicoterapia moderna, Freud and Jung, avevano tentato di basare le loro concettualizzazioni ed applicazioni cliniche sulla conoscenza del cervello. Entrambi condussero infatti studi in questa direzione, Freud più teorici e concettuali (Nortoff, 2012 ), Jung più clinici ed applicativi (Jung, 1906). Quest’ultimo Autore fu anzi il primo psicoterapeuta ad introdurre, nel setting del lavoro clinico, con i suoi pazienti, una vera e propria strumentazione di Psicologia clinica costituita da un ancora rudimentale psicogalvanometro.

Se Freud e Jung decisero poi di sviluppare le loro teorie, intuitive e geniali, ma niente affatto corroborate da dati relativi alla dinamica funzionale cerebrale, fu solo per l’immaturità della conoscenze sul cervello e delle modalità di studio dello stesso disponibili tra la fine dell’Ottocento e la prima parte del Novecento.

Fu infatti l’avvento delle tecnologie elettroniche, quali il monitoraggio clinico della attività elettroencefalografica, sviluppata d Berger, a partire dalla fine degli anni Venti del ventesimo secolo, a fornire finalmente metodiche affidabili, in grado di cominciare a documentare oggettivamente le attività del cervello. Si pensi al grande balzo in avanti che la elettroencefalografia consentì di effettuare nella comprensione dei processi relativi alla veglia, al sonno ed al sogno (Berger, 1929).

Le tecniche di visualizzazione funzionale della attività cerebrale, quale la fMRI, hanno poi consentito una svolta definitiva a partire dagli Anni Ottanta (Bertolino, Di Giorgio, 2006).

Nel 1991 ho pubblicato, con Liria Grimaldi, un libro che costituisce una pietra miliare del mio percorso verso lo sviluppo di una Psicofisiologia cognitiva e complessa che si allontanava dall’alveo riduzionista della Psichiatria biologica per avvicinarsi alla Psicologia ed alla Psicoterapia Cognitive, secondo un approccio non riduzionista, ma dinamico e complesso (Scrimali, Grimaldi, 1991).

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In quel libro si ponevano le basi di una Neuroscienza applicata in Psichiatria e Psicoterapia. Le metodiche, individuate e sviluppate quali la Elettroencefalografica e lo studio della Attività elettrodermica, entrambe studiate mediante metodologie digitali e informatiche, erano però ancora applicate soprattutto in ambio di ricerca, non consentendo agevolmente la loro trasposizione in ambito clinico. Un salto di qualità importante ho potuto realizzarlo grazie allo sviluppo di una nuova branca clinica delle Neuroscienze che ho denominato Neuroscience-Based Cognitive Therapy (Scrimali, 2010, 2012).

Neuroscience-Based Cognitive Therapy

Le metodologie di indagine più tipiche delle neuroscienze contemporanee sono costituite da tutte quelle tecniche che rendono possibile uno studio morfologico e, soprattutto, funzionale, accurato, oggettivo e replicabile del sistema nervoso, centrale, periferico e viscerale.

Tra le tecniche di visualizzazione cerebrale, quelle relative al monitoraggio dell’attività elettroencefalografica, la Elettroencefalografia Digitale Quantitativa (QEEG) e lo studio digitale dell’attività elettrodermica (QEDA) sono oggi le facilmente utilizzabili, abbastanza agevolmente, nel setting clinico (Scrimali, 2012).

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Una vera e propria rivoluzione, nell’ambito delle tecniche di imaging cerebrale, si è registrata con lo sviluppo di nuove metodologie, in grado, non solo di individuare alterazioni strutturali, nella massa cerebrale, ma, addirittura, di visualizzare, in tempo reale, le modificazioni biochimiche che si verificano nelle varie aree cerebrali, quando queste vengono sollecitate a operare.

Si può dire che, con la messa a punto di tali metodologie, si è finalmente concretizzato l’antico sogno dell’uomo di poter disporre di uno strumento di osservazione diretta dell’attività cerebrale, nell’individuo vivente.

Le principali tecniche di imaging cerebrale funzionale sono la tomografia ad emissione di un singolo positrone (Single Positron Emission Tomography, SPECT), la tomografia ad emissione di positroni (Positron Emission Tomography, PET) e la risonanza magnetica funzionale (Functional Magnetic Risonance, fMRI), (Bertolino e Di Giorgio, 2006).

La prime due metodologie rendono possibile visualizzare l’attivazione funzionale cerebrale attraverso l’evidenziazione del flusso ematico. La PET, in particolare, consente lo studio dinamico del metabolismo cerebrale, sia grazie alla visualizzazione del flusso ematico regionale, che del consumo locale di glucosio. Oltre a ciò è possibile l’analisi funzionale dei vari sistemi cerebrali che utilizzano diversi neurotrasmettitori.

La tecnica che, a partire dagli anni Novanta, ha fatto segnare una vera e propria impennata degli studi di visualizzazione dinamica funzionale del sistema nervoso centrale, è la risonanza magnetica funzionale (fMRI).

In particolare, una specifica metodica di fMRI utilizza il sangue come mezzo di contrasto naturale, basandosi sul fatto che l’emoglobina è diamagnetica mentre l’ossiemoglobina è paramagnetica. Nelle aree cerebrali, attivate funzionalmente, si verifica un aumento del consumo di ossigeno e di flusso ematico ossigenato, con conseguente maggiore presenza di emoglobina ossigenata e un decremento di deossiemoglobina. In tal modo la fMRI consente di visualizzare le aree cerebrali attivate, senza la necessità di somministrare alcun mezzo di contrasto. La metodica appare dunque estremamente maneggevole, a parte la necessità di dover inserire il paziente all’interno del tunnel della strumentazione.

Le tecniche di visualizzazione morfologica e funzionale del sistema nervoso centrale restano, per ora, tuttavia, confinate al laboratorio, anche se un recente sviluppo sembra poterne consentire una possibile prossima applicazione proprio in ambito clinico.

Infatti, è stato da poco sviluppato negli Stati Uniti, un nuovo sistema di analisi funzionale, limitata al lobo frontale, che può applicarsi, non più inserendo il paziente, disteso, in un tunnel, ma solo applicando alcuni piccoli dispositivi sulla fronte (Biopac, 2009). Il sistema è anche in grado di attivare, mediante uno schermo, posto dinanzi al paziente, funzioni cognitive ed esecutive tipiche dei lobi frontali e di registrare i correlati funzionali interni di pattern di attività nervose, sia in condizioni normali, che patologiche, il tutto in un setting quasi clinico con il paziente comodamente seduto e pochissimo disturbato dalla sola presenza di piccoli dispositivi fissati sulla fronte. Il costo del sistema, di circa 30.000 euro, è piuttosto accessibile e lo rende, almeno sulla carta, uno strumento in grado di promuovere lo sviluppo delle ricerche di Psicologia clinica, fondate sull’analisi e la modificazione funzionali dei lobi frontali.

Questa nuova tecnologia è stata denominata Functional Optical Brain Imaging e viene individuata dall’acronimo fNIR. Essa si basa, come la risonanza magnetica funzionale, sulla possibilità di analizzare in tempo reale le modificazioni metaboliche, relative all’attività dei neuroni, quantificando i livelli regionali di ossiemoglobina e di deossiemoglobina. L’analisi non viene effettuata con una metodologia riferibile al comportamento magnetico delle molecole di emoglobina ma grazie all’applicazione di tecniche spettroscopiche. Questa nuova e rivoluzionaria metodologia non richiede l’inserimento del paziente in un tunnel e consente di utilizzare solo una cuffia nella quale sono allocati 16 sensori.

Scopo specifico di Neuroscience-Based Cognitive Therapy è quello di consentire, ad ogni clinico, di acquisire (per il basso costo) e di utilizzare agevolmente (grazie alla semplicità di impiego) strumentazioni per Psicofisiologia applica e per Biofeedback, nel setting clinico, con i pazienti, come si vede nella figura che rappresenta uno dei setting clinici che ho sviluppato.

Lo scopo applicativo di Neuroscience-Based Cognitive Therapy è stato raggiunto anche grazie allo sviluppi di originali sistemi integrati di hardware e software che ho denominato MindLAB Set, NeuroLab Set e CardioLAB Set (Scrimali, 2012).

Negli ultimi anni ho potuto disseminare la Neuroscience-Based Cognitive Therapy, in molti Paesi di quattro Continenti.

L’ambito di applicazione più complesso ed integrato del nuovo modello Neuroscience-Based Cognitive Therapy in Psichiatria, Psicoterapia e Riabilitazione, può essere individuato nel mio lavoro sulla schizofrenia per la quale ho sviluppato un nuovo modello denominato Entropia della Mente ed un inedito protocollo terapeutico e riabilitativo, a cui ho attribuito il nome di Entropia Negativa (Scrimali, 2008).

 

Entropia della Mente ed Entropia Negativa

La schizofrenia costituisce tuttora il problema centrale della Psichiatria, sia per quanto concerne l’aspetto psicopatologico e clinico, che terapeutico e riabilitativo. Se si considera, infatti, che la prevalenza, life time, di tale affezione si aggira intorno all’uno per cento della popolazione, senza sostanziali differenze, nelle varie regioni del pianeta, si realizza facilmente che tale drammatica condizione affligge oggi milioni di persone.

Tenendo conto del carico di sofferenze, che questa patologia comporta, per i familiari, e degli enormi costi sociali che essa provoca, si comprende chiaramente come la terapia della schizofrenia costituisca una delle più importanti sfide in Psichiatria e Psicoterapia.

A fronte di tale drammatica e complessa realtà, si è costretti ad ammettere una persistente arretratezza delle conoscenze scientifiche sulla dinamica della malattia e, soprattutto, la carenza di un approccio terapeutico, sistematizzato e soddisfacente.

Negli anni recenti, tuttavia, alcuni Autori della Psicoterapia Cognitiva hanno cominciato a proporre protocolli terapeutici e riabilitativi la cui efficacia ed efficienza appaiono dimostrate da convincenti evidenze sperimentali.

Ancora in ombra resta comunque la dinamica eziologica e psicopatologica di questa condizione della mente umana che homo sapiens non condivide con nessuna altra creatura della Terra.

Nella monografia, che ho pubblicato in Italia e, successivamente, in Inghilterra, in Inglese (Scrimali, 2006 e 2008) ho descritto una nuova prospettiva, sviluppata nel corso di numerosi anni di studi e ricerche, svolti presso la Clinica Psichiatrica della Università di Catania e l’Istituto Superiore per le Scienze Cognitive e già ampiamente discussa ed apprezzata in ambito internazionale, in America, Europa, Africa ed Asia.

Tale prospettiva, costruttivista e informata alla logica dei sistemi complessi, si basa sui più recenti sviluppi delle Scienze contemporanee quali psicofisiologia, informatica, cibernetica, teoria dei sistemi complessi ed etologia, sia animale, che umana.

Dopo aver delineato una nuova teoria sistemica del cervello e processuale della mente, fondata sulle concezioni del cervello modulare e della mente coalizionale, ho sviluppato una concettualizzazione multifattoriale della dinamica eziologica e un punto di vista complesso ed evolutivo della condizione psicotica, definita Entropia della Mente o Frenentropia.

Successivamente, ho sviluppato un innovativo protocollo integrato, per la terapia e la riabilitazione del paziente, afflitto da schizofrenia, chiamato Entropia Negativa.

Entropia della Mente ed Entropia Negativa costituiscono nuove e promettenti prospettive per la comprensione della condizione schizofrenica e per il suo trattamento basate appunto sulle Neuroscienze contemporanee. Grazie al protocollo Entropia Negativa, molti pazienti hanno conseguito, negli ultimi anni la guarigione clinica dalla malattia.

Un’altra area clinica nel quale ho ampiamente sperimentato le tecniche della Neuroscience-Based Cognitive Therapy è quella delle dipendenze, specie per quel che riguarda la comprensione e la gestione dei processi biologici connessi al craving della sostanza o del comportamento (Scrimali, 2011).

Per finire, l’adozione di tecniche di Neuroscienze applicate mi ha consentito anche di rivoluzionare la diagnostica, passando da una visione meramente categoriale della diagnosi and una più compiutamente processuale nell’ambito della quale i processi disfunzionali della mente sono valutati mediante tecniche di Psicofisiologia applicata e strumentazioni di QEEG e QEDA (Scrimali, 2007).

 

Conclusioni

Come ho cercato di dimostrare, molto sinteticamente, in queste pagine, la possibilità di una applicazione quasi routinaria delle metodiche e delle conoscenze provenienti dalle neuroscienze, in ambito clinico, per la migliore comprensione del disagio psichico e per la implementazione di terapia integrate evidence-based, sembra a portata di mano.

Sono presenti tuttavia, sul campo, alcune criticità. La più importante è individuabile nelle resistenze, opposte da molti Psicologi e Psichiatri, alla adozione di nuovi strumenti euristici brain-based e di in nuove metodologie neuroscience-based da applicare in ambito clinico per la valutazione ed il trattamento del paziente quali Psicofisiologia applicata e Biofeedback.

Neuroscience-Based Cognitive Therapy, basata sulla epistemologia della complessità e sulla teoria dei sistemi dinamici non lineari, si deve confrontare oggi con il riduzionismo biologista sta che sta alla base della Psichiatria biologica, basata solo sul controllo dei sintomi e l’abuso di prescrizioni di psicofarmaci. Dall’altra parte, un diverso ostacolo, in ambito di Psicoterapia, sono gli atteggiamenti dei Colleghi Psicoterapeuti che mai vorrebbero accogliere l’innovazione tecnologica nella sacralità dei loro setting, sviluppati oltre cento cinquanta anni fa ma ancora attuati pedissequamente.

Il confronto è tutt’ora in pieno svolgimento ed il successo della mia Neuroscience–Based Cognitive Therapy è attualmente molto più elevato in Asia (Cina, Taiwan, Corea e Giappone) dove la Psicoterapia non è appesantita dall’obsoleto e dogmatico patrimonio psicoanalitico e dove la tecnologia è vissuta come una importante risorsa, e non come un inutile fardello.

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Credo, comunque, che il trend sia irrimediabilmente orientato verso una ineludibile integrazione delle Neuroscienze in ogni articolazione del setting clinico per il trattamento del disagio psichico, come, appunto, ho cercato di dimostrare con questo articolo!

 

Bibliografia

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Scrimali T., Alaimo, S.M., Grasso F. (2007). Dal Sintomi ai Processi. L’orientamento cognitivista complesso in Psicodiagnostica. Franco Angeli, Milano.

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