L’impiego della terra cruda nelle costruzioni tra passato e futuro

di Alessandro Giorgi, architetto

Le tecnologie costruttive, così come qualsiasi altro settore di ricerca, sono in continuo mutamento e sviluppo: nanotecnologie, demotica, materiali sintetici, architettura high-tech. Tuttavia l’essere proiettati verso il futuro può inaspettatamente comportare la riscoperta di pratiche e conoscenze del passato, talvolta antiche quanto la nostra stessa storia. Il guardare con gli occhi di oggi a certe pratiche già consolidatesi in millenni di sperimentazioni e tentativi può aprire la strada verso nuove e straordinarie scoperte ed applicazioni.

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L’uomo ha sempre costruito con ciò che gli era più vicino ed abbondante, come pietre, legno, terra e paglia, fino al secolo scorso; momento in cui, dopo la seconda guerra mondiale, la necessità di ricostruire rapidamente l’Europa, indirizzò gli istituti di formazione professionale a sostenere lo sviluppo della filiera del calcestruzzo armato, giudicato reperibile ed adattabile, con una conseguente contaminazione coloniale dei paesi in via di sviluppo, non considerando quanto l’impiego di tali tecnologie scientifico-industriali avrebbe compromesso l’indennità di quei luoghi e dei nostri. Straordinari esempi di ingegneria, risalenti ai tempi in cui questo termine non era ancora conosciuto, sono: la città di Shibam nello Yemen, i suoi palazzi di 9 piani in terra cruda sono abitati da circa 2000 anni (immagine 1); il Minareto della moschea di Al-mihdhar, alto 53 m e costruito interamente in mattoni di fango, gli adobe (immagine 2); l’oasi himyarita di Najran, il più grande insediamento cristiano dell’intera penisola araba fino all’arrivo dell’islam, interamente costruito in corsi sovrapposti di terra battuta (immagine 3), tecnica del cob, e tanti altri ancora.

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Il nostro interesse nei confronti di queste opere, così come nei confronti di costruzioni di minor fattura, oltre che per la loro bellezza, deve essere attratto da tre loro caratteristiche: semplicità, durata e comfort. La perfetta sintesi di questi tre fattori, apparentemente utopica, non è che il risultato di ricerche susseguitesi nel corso dei millenni.

Si hanno testimonianze dell’impiego della terra cruda come materiale da costruzione già dal 9000 a.C.. A tutte le latitudini, con ogni tipo di clima e in zone più o meno colpite da eventi sismici, l’uomo ha sviluppato tecniche differenti nel dettaglio ma molto simili nella sostanza. In forma di mattoni, palle irregolari, o semplicemente impilata nella sua forma naturale e costipata, con o senza l’aggiunta di stabilizzanti liquidi o fibrosi, la storia dell’uomo ha sempre seguito questa strada. Le tecniche ad oggi più diffuse e affermate sono essenzialmente cinque: torchìs, adobe, bauge, pisè e blocchi compressi.

Sebbene tali nomi sembrino rimandare a luoghi distanti da noi, a ben guardare, troviamo le medesime metodologie nella storia ormai persa dei nostri luoghi più cari; così i mattoni modellati a mano e lasciati seccare al solo, gli adobe, altro non sono che i ladìri sardi, i brèsti calabresi, la pinciara (o pingiaja) abruzzese e marchigiana; o ancora la tecnica del torchìs, che prevede l’impiego della terra cruda come rivestimento di una struttura leggera in legno e cannucciato, la ritroviamo in Calabria con il nome di casa baraccata, molto simile alla gaiola pombalina portoghese o al bahareque presente in Costa Rica e Nicaragua, tutti posti segnati da una notevole attività tellurica e per questo giunti alle medesime soluzioni costruttive.

Come è stato possibile lo sviluppo di tecniche così simili in luoghi tanto distanti tra loro? La risposta è che tutti questi popoli, dopo secoli e millenni di errori, esperienze e conoscenze tramandate di padre in figlio, giunsero a perfezionare solo le soluzioni più performanti ed efficienti, in Italia così come nel centro America.

Detto ciò, l’apparente esterofilia di coloro che vogliono promuovere l’impiego della terra cruda nelle moderne costruzioni, si traduce ben presto in amore ed interesse per le proprie origini e tradizioni, purtroppo però molte di queste conoscenze sono andate perdute. Abbiamo perso una generazione, quasi azzerato le nostre conoscenze. Dopo secoli siamo tornati al punto di partenza.

“Un muro costruito con mattoni crudi riesce giovevole alla salute degli abitanti dell’edificio, resiste ottimamente agli incendi e non subisce soverchio danno dai terremoti, ma non regge bene gl’impalcati, salvo che non abbia un adeguato spessore”

Leon Battista Alberti , Libro III, cap. XI, 220

Attualmente circa 260 enti, aziende, università ed associazioni in tutto il mondo conducono da diversi anni un percorso di ricerca, attraverso prove meccaniche, chimiche e analisi delle materie prime al fine di stabilire univocamente, o quasi, le effettive prestazioni della terra cruda in tutte le sue forme ed applicazioni. In funzione della presenza, dimensione ed entità di particelle minerali, disgregate o cementate, di acqua interstiziale e di struttura, di elementi organici e similari, ci si rende presto conto che parlare di terra è piuttosto riduttivo e non la si può paragonare al calcestruzzo. La tecnologia della terra cruda sfugge alla standardizzazione rigorosa caratterizzante la concezione industriale. Un semplice adobe seccato al sole supera con difficoltà i test di laboratorio, in quanto la sua resistenza media a compressione, tra 2,4 e 4 N/mm2 , risulta non soddisfacente (il calcestruzzo arriva fino a 120 N/mm2). Basti considerare che quasi tutte le analisi preliminari ed approfondite condotte sulla terra e sugli adobe fanno affidamento ai nostri sensi: verifica al tatto, esame visivo, olfattivo, esame del morso, ecc.

È necessario un altro tipo di approccio. Ne vale la pena! Sono troppi i punti a favore di queste tecniche, dal momento che, nonostante quanto detto in questi ultimi righi, abbiamo testimonianza di architetture mirabili che per millenni hanno resistito alle intemperie e al tempo, ovviamente non senza opere di manutenzione ordinaria e straordinaria. Consci dell’importanza che uno studio multidisciplinare sta avendo nell’evoluzione delle ultime tecnologie, ci si rende presto conto che gli aspetti più delicati, e forse più importanti della terra, siano proprio le sue dimensioni culturali, sociali ed economiche, differenti in ogni luogo e tradizione. Insito nelle costruzioni in terra, così pensate, è la loro bio-compatibilità ed eco-sostenibilità. Esse possiedono intrinsecamente quei requisiti di comfort ed economicità (tanto gestionale quanto energetica) richiesti oggi dalle moderne tecnologie.

I vantaggi dell’impiego dell’argilla e di altri materiali di origine naturale come paglia, legno o sughero sono molteplici: l’argilla è facilmente reperibile, il suo impiego come principale materiale edile consente un risparmio di energia (anche in termini di costi) 20 volte superiore ai normali mattoni; non comporta sfabbricidi; una parete di 40 cm in terra, paglia e trucioli di legno o pietra pomice soddisfa l’ordinaria richiesta di isolamento termico ed acustico con un’insonorizzazione fino a 48 dB ; regolarizza l’umidità dei locali mantenendola entro i limiti di comfort del 50-70%; assorbe le radiazioni elettromagnetiche fino al 98% ; trattiene polveri, gas, odori ed agenti inquinanti mantenendo l’aria salubre; presenta una resistenza al fuoco codificata in R90, ovvero fino a 90 minuti, proprio come il calcestruzzo armato con un copriferro minimo di 30 mm ; le murature sono estremamente duttili, lo dimostrano i violenti terremoti del 2003 e del 2004, rispettivamente in Iran e in Marocco, dove le strutture in sola terra, e non quelle maldestramente restaurate, resistettero al sisma.

La verità è che non ci sono motivi per non accettare questo nuovo tipo di costruzioni nel nostro paese, basterebbe guardarsi intorno. Gli spunti normativi possono venire da paesi già dotati di un manuale governativo delle strutture in terra cruda, come: l’Uniform Building Code Standards, degli anni ’40, negli Stati Uniti ; i manuali ufficiali, Blocs de terre comprimée, REEF DTC 2001, del 1945, in Francia; i Lehmbau Regeln in Germania; il Reglamento Nacional de Construcciones – Norma Tècnica de edificacion NTE E.80 ADOBE, del Perù; il New Mexico State Building Code, del 2006; oppure il codice della Nuova Zelanda, NZ Code, forse uno tra i più completi attualmente, che consta di tre documenti correlati, gli Earth Building Standards, emanati a fine anni ‘90 e molto simili alla nostra normativa in quanto si rifanno alla teoria degli stati limite per la verifica delle murature.

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Grazie a questi ed altri testi, e regolamenti, possiamo ammirare notevoli esempi di architettura moderna e contemporanea. La Pottery House, dell’architetto Frank Lloyd Wright, uno dei padri dell’architettura moderna, interamente realizzate in legno ed adobe (immagine 4).

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La casa in terra battuta dell’architetto Martin Rauch, vincitrice del Premio Architettura Sostenibile Fassa Bortolo 2008, reinterpreta in chiave contemporanea l’antichissima tecnica costruttiva del pisè, la cui struttura portante è stata realizzata interamente sfruttando la terra ricavata dallo scavo di fondazione, utilizzando strati di granulometrie differenti, sempre più fini, di cui l’ultimo è stato trattato con olio di lino per renderlo più elastico, per completare la resistenza all’abrasione e l’effetto idrorepellente si è poi finito il tutto con cera d’api (immagine 5).

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La cantina Port Phillip, situata sulla cima di un crinale, si dispiega da dentro il terreno con una lunga serie di pareti in terra battuta che, tra spirali e risalite, definiscono il lato orientale della struttura, mentre gli ampi cornicioni ad ovest, insieme alle pareti in terra, mantengono costante la temperatura interna dei laboratori contenenti le botti, evitando variazioni giornaliere e stagionali di riscaldamento e raffreddamento (immagine 6).

Tolto quel velo di incertezza non si può non accorgersi dell’inestimabile potenziale costruttivo di tale materiale, confermato da un patrimonio architettonico mondiale, tanto diverso quanto notevole.