La Curcuma: dalla cucina al laboratorio

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di Salvatore Sutti.

Nonostante tutti gli sforzi fatti da medici e scienziati, la prevalenza di patologie multi-geniche complesse tra cui le malattie cardiovascolari, neurologiche ed il cancro non risulta essere significativamente diminuita negli ultimi anni.

Un numero elevato di farmaci “intelligenti” (smart drugs), mono-bersaglio, sono stati sperimentati nel decennio appena trascorso; tuttavia, le patologie croniche sopra menzionate sono caratterizzate dalla “perturbazione” di vie di segnalamento biologico multiple (multiple signaling pathways). Pertanto, agendo su un solo meccanismo è altamente improbabile che tali farmaci possano essere efficaci. Inoltre, le “smart drugs” sono molto spesso costose e associate a svariati effetti collaterali. Sulla base di queste considerazioni è facile comprendere l’importanza di identificare sostanze di origine alimentare con una funzione benefica sulla salute umana (nutraceutici), che agiscano contemporaneamente su più bersagli, siano innocui, poco costosi ed efficaci per il trattamento di patologie croniche.

La curcumina è uno dei nutraceutici più studiati, scoperta circa due secoli fa da Vogel e Pelletier, isolata dai rizomi essiccati di una pianta erbacea il cui nome scientifico è Curcuma Longa.

La Curcuma è una spezia Indiana, molto comune, composta per il 2-5% in peso da curcumina, una molecola bio-attiva, utilizzata come colorante alimentare dalla tinta gialla, generalmente identificata dalla sigla E100. Dal punto di vista chimico la curcumina è un polifenolo con proprietà antimicrobiche note sin dal 1949, mentre solo successivamente è stato dimostrato come questa molecola possieda anche un’azione anti-infiammatoria, ipoglicemica, ipolipidemica, anti-ossidante e benefica nel rimarginamento delle ferite. Numerosi studi pre-clinici, realizzati nelle ultime tre decadi, hanno dimostrato come la curcumina abbia una potenziale azione terapeutica nei confronti di un ampio spettro di patologie umane, data la capacità di interagire direttamente con numerose molecole di trasmissione di segnali biologici.

Tali studi hanno fornito basi solide dalle quali si è partiti per valutare l’efficacia della curcumina mediante sperimentazione clinica.

L’uso terapeutico della Curcuma è stato ipotizzato già a partire dal 1748; tuttavia, la prima pubblicazione scientifica concernente l’uso della curcumina come “farmaco” per il trattamento di una patologia umana risale solo al 1937. Oppenheimer esaminò gli effetti del “curcumen” o “curcunat” nel trattamento di patologie biliari trattando 67 pazienti affetti da colecistite subacuta, ricorrente o cronica, mediante somministrazione orale di “curcunat”, per 3 settimane, dimostrando l’efficacia di tale medicamento nella cura della patologia. Tutti i pazienti tranne uno rimasero liberi dai sintomi della malattia durante l’intero periodo di osservazione durato da 3 mesi a più di 3 anni post terapia. Nessun effetto negativo fu riscontrato anche quando la terapia fu somministrata per molti mesi consecutivi.

A partire da questi studi preliminari l’interesse per la curcumina è aumentato considerevolmente, tant’è che nel Luglio 2012 erano già stati pubblicati i risultati di quasi 67 trials clinici, mentre altri 35 erano ancora in esecuzione. La sperimentazione clinica ha dimostrato la sicurezza, la tollerabilità e la non tossicità della curcumina anche se somministrata ad alte dosi.

Per gli scienziati rimane, tuttora, un enigma come un singolo agente farmacologico possa avere così tanti effetti biologici diversi. Numerose evidenze sperimentali hanno sottolineato la capacità della curcumina di modulare svariate molecole di segnalamento intercellulare, tra cui citochine pro-infiammatorie (IL-1β, IL-6), ma anche di avere un’azione sui livelli del colesterolo totale, trigliceridi, creatinina e transaminasi ALT.

Sebbene la curcumina abbia una efficacia benefica verso molteplici disturbi patologici, la scarsa biodisponibilità, imputabile al ridotto assorbimento, al rapido metabolismo ed eliminazione sistemica, ne limita l’efficacia terapeutica. Diversi studi sono stati realizzati per migliorare la biodisponibilità della molecola e, a tal fine, l’uso di adiuvanti (sostanze addizionate al farmaco per completarne o aumentarne l’azione) che ne bloccano il metabolismo risulta essere una delle più comuni strategie per incrementare la concentrazione plasmatica della curcumina.

Curiosamente tra i così detti adiuvanti possiamo annoverare un’altra molecola di origine alimentare la piperina, un alcaloide contenuto nel pepe nero e responsabile del suo gusto piccante. La piperina è un noto inibitore della glucuronidazione, un processo biochimico attraverso il quale le molecole vengono rese maggiormente idrofile e di più facile eliminazione dall’organismo, sia a livello epatico che intestinale.

L’uso combinato della curcumina e della piperina, in soggetti volontari sani, ha dimostrato che quest’ultima incrementa la biodisponibilità della prima del 2000%.

Sebbene la curcumina abbia numerosi effetti benefici, associati ad una minima tossicità, in diverse patologie umane, tuttavia alcuni autori hanno riportato l’esistenza di effetti avversi indesiderati come la comparsa di nausea, diarrea, mal di testa.

Quindi, ulteriori studi sono necessari per valutare la tossicità della curcumina a lungo termine prima che l’uso terapeutico di questa affascinante molecola possa essere approvata sull’uomo.

 

Fonti Bibliografiche:

  • Therapeutic roles of curcumin: lessons learned from clinical trials. Gupta SC, Patchva S, Aggarwal BB. AAPS J. 2013 Jan;15(1):195-218.
  • A systematic review and meta-analysis of randomized controlled trials investigating the effects of curcumin on blood lipid levels. Sahebkar A. Clin Nutr. 2013 Sep 25. doi:pii: S0261-5614.
  • Polyphenols: benefits to the cardiovascular system in health and in aging. Khurana S, Venkataraman K, Hollingsworth A, Piche M, Tai TC. Nutrients. 2013 Sep 26;5(10):3779-827.