Le due facce del selenio: una potenzialità tutta da sfruttare

selenio

di Claudio Santi.

Da quando lo stress ossidativo è stato correlato ad una vasta serie di stati patologici, alimenti e composti in grado di contrastare i danni prodotti dalle specie reattive dell’ossigeno (ROS) hanno iniziato a godere di un sempre più crescente interesse sia dal punto di vista scientifico che da quello più prettamente commerciale. Tra questi c’è senza dubbio il Selenio un elemento che, per un lungo periodo, è stato considerato un veleno e che oggi invece ritroviamo in quasi tutti gli integratori alimentari ed in alcuni alimenti artificialmente arricchiti.

E’ abbastanza curioso ricordare che la tossicità del selenio è un fenomeno riportato prima ancora che Berzelius scoprisse questo elemento nel 1817. E’ Marco Polo, che nel 1285 annota nei suoi diari della perdita di alcuni cavalli avvelenati dal frumento della provincia dello Shanxi nella Cina occidentale descrivendo sintomi che oggi possono essere, con una certa ragionevolezza, attribuibili a selenosi (avvelenamento da selenio). Solo molto recentemente, intorno agli anni sessanta, viene per la prima volta intuito e dimostrato il ruolo che il selenio ha negli esseri viventi come microelemento essenziale, componente di alcune proteine chiave nella regolazione del redox cellulare e che intervengono sia nella protezione dai ROS che nell’attivazione degli ormoni della tiroide. Un elemento quindi fondamentale per il mantenimento delle condizioni ottimali della vita sia per alcuni microrganismi che per i mammiferi e che, nel caso di questi ultimi, può essere adeguatamente assunto con una dieta equilibrata. E’ presente in altissime concentrazioni nelle noci brasiliane e nei semi di senape ma un buon apporto viene anche dalla carne, dalle uova, dai crostacei e da alcuni molluschi (come vongole ed ostriche) così come dai cereali e dalle farine integrali.

La supplementazione, alla luce di numerosi studi, appare una pratica necessaria solo in particolari e rare situazioni e soprattutto non deve essere considerata priva di potenziali effetti collaterali. E’, d’altro canto, innegabile che il business degli integratori alimentari muove una golosa fetta del mercato farmaceutico e parafarmaceutico, proprio quella fetta di mercato che ha permesso al settore di ammortizzare quasi completamente il periodo di crisi economica che stiamo attraversando.

Ma quali sono le reali prospettive per questo elemento? La ricerca scientifica, negli ultimi decenni, sta delineando con sempre maggiore precisione i meccanismi chimici con cui il selenio agisce nei sistemi viventi aprendo vie interessanti per l’utilizzo di piccole molecole seleniorganiche come potenziali farmaci nel trattamento di numerose patologie (come agenti antiossidanti, anticancro, antibatterici ed anti-HIV).

La sfida, tutta ancora da giocare, sta proprio nel riuscire a controllare e sfruttare questa duplice faccia dei composti che contengono selenio e che mostrano interessanti effetti farmacologici associati a non trascurabili effetti tossici con una finestra terapeutica in genere molto bassa. Una sfida che in molti sono portati a ritenere affrontabile e sempre di più sono i gruppi di ricerca che rivolgono il loro interesse in questo settore considerato, sino a pochi anni fa terreno impercorribile.