Ritrovata la lettera “eretica” di Galileo Galilei.

La lettera del 1613, lunga sette pagine e firmata in calce G. G. , era indirizzata all’amico Benedetto Castelli, matematico dell’università di Pisa. Qui Galileo sostiene per la prima volta che la ricerca scientifica deve essere libera dalla dottrina teologica. Una lettera che scatenò un putiferio, ma che si tinse anche di giallo.

Il testo venne inviato all’Inquisizione il 7 febbraio del 1615 dal frate domenicano Niccolò Lorini e la copia di quella lettera è custodita ora negli Archivi Segreti Vaticani. Una settimana dopo, Galileo scrisse all’amico Piero Dini, suggerendo che la versione spedita dal Lorini all’Inquisizione fosse stata alterata. Galileo allegò anche una versione “edulcorata” della lettera spedita a Castelli, presentandola come la versione originale, e gli chiese di farla avere ai teologi vaticani.

Scrivendo a Dini, Galileo – che nel 1633, dopo la pubblicazione del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, sarebbe stato processato e condannato per eresia – si lamentava della malvagità e dell’ignoranza dei suoi nemici e si diceva preoccupato che l’Inquisizione potesse essere ingannata “da questa truffa, coperta dal mantello dello zelo e della carità”.

Com’era andata davvero? Galileo affidò davvero all’amico Castelli il suo sfogo contro le ingerenze e le pressioni della Chiesa o qualcuno inviò una lettera falsa all’Inquisizione contro lo scienziato?

Tutto era nato il 13 dicembre 1613, quando Castelli viene convocato alla Corte Medicea (che in quei mesi usava trasferirsi a Pisa). I dubbi sull’ortodossia delle idee di Galileo avevano iniziato a insinuarsi, e l’allievo-amico Castelli, che insegnava matematica nell’università della città, cercò di calmare le ansie di Cosimo II e della granduchessa madre Cristina di Lorena. Intuendo però la gravità della situazione, avvertì subito il suo maestro. Galileo rispose con la lettera appena ritrovata, salvo poi emendarla due anni più tardi con le correzioni appena ritrovate.

Il documento ritrovato da Ricciardo mostra che lo scienziato avrebbe corretto ed edulcorato le proprie parole, per evitare l’ira dell’Inquisizione. Il testo – Castelli a un certo punto aveva rimandato a Galileo la sua lettera – è puntellato da correzioni, con modifiche significative, come nota Nature, che ha anticipato la scoperta. In un punto, ad esempio, l’aggettivo “falso” attribuito ad “alcune affermazioni della Bibbia” è sostituito con un “appare diverso dalla verità”. Ma sotto le modifiche e le cancellature, il testo originale risulta proprio quello trasmesso da Lorini al Tribunale dell’Inquisizione.

Ricciardo, insieme al suo supervisore Franco Giudice e allo storico Michele Camerota dell’università di Cagliari, ha verificato l’originalità della lettera confrontando singole parole con altre simili scritte da Galileo nello stesso periodo. La scoperta è descritta in un articolo che sarà pubblicato sulla rivista Notes and Records della Royal Society.

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