Principio di libera concorrenza, e tutela dei diritti sociali a proposito di alcune recenti sentenze del giudice amministrativo.

di Francesco Zammartino.

La concorrenza è oggi da tutti considerata elemento necessario per lo sviluppo di un’economia di mercato basata sul pluralismo nell’accesso ai mezzi di produzione nella diversità dei prodotti offerti ed infine nella libertà di scelta del consumatore finale.

Nel nostro ordinamento non esiste una definizione di concorrenza, sebbene sia pacifico che detto concetto tragga origini dal concetto di libertà di iniziativa economica.

Il primo vero e proprio intervento legislativo in materia di iniziativa economica privata si ha con il Codice Civile del 1942 laddove l’attività dell’imprenditore assume un rilievo giuridico autonomo.

Così l’art 2595 cc che recita: “La concorrenza deve svolgersi in modo da non ledere gli interessi dell’economia nazionale e nei limiti stabiliti dalla legge [e dalle norme corporative]”, riconosce il libero esercizio dell’attività imprenditoriale attraverso la libertà contrattuale e la libertà di commercio riconosciuta ai privati, ben potendo comunque lo Stato intervenire massicciamente attraverso imposizioni e regole.

L’art.41 della Costituzione italiana riconosce la libertà di iniziativa economica privata.

L’Assemblea Costituente, che rispecchiava perfettamente la società articolata e complessa del tempo, opta per una soluzione di compromesso e nel sancire il principio della libertà di iniziativa economica, ne precisa i contenuti, stabilendone limiti passivi all’art. 41, 2 comma, laddove precisa che l’iniziativa privata “Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” e limiti attivi al 3 comma, laddove dispone che “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.

Detta formulazione non ha mancato di provocare, già all’indomani dell’entrata in vigore della Costituzione, numerose e contrastanti interpretazioni.

L’esplicita proclamazione della libertà di iniziativa economica connessa (ex art.42 Cost) alla proprietà privata ed alle libertà individuali perché intesa come espressione della personalità umana, ha indotto autorevole dottrina a considerare riconosciuto quel liberismo tanto agognato da Einaudi, costituendo il cardine del sistema di “economia mista” ove la libertà di iniziativa economica assurge a diritto fondamentale.

Al contrario, è stato precisato che l’art. 41 Cost. non ha inteso affermare alcun principio di libera concorrenza, rilevate le limitazioni poste all’iniziativa economica in settori nevralgici dell’economia, che rimanevano dello Stato ispirate ad un modello economico non dedito al conseguimento del profitto quanto più al pareggio del bilancio.

Differenze di vedute circa l’oggetto tutelato dalla norma che taluni autori hanno ricondotto unicamente all’attività di impresa, cioè l’attività di colui che esercita professionalmente un’attività economica organizzata ex art 2082 cc, altri, invece, vi hanno ricompreso la libera professione e la prestazione di lavoro subordinato sulla base della considerazione della libertà economica come espressione del diritto di libertà.

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Leggi l’articolo: Francesco Zammartino, Principio di libera concorrenza e tutela dei diritti sociali a proposito di alcune recenti sentenze del giudice amministrativo, in Scienze e Ricerche n. 55, ganniao-febbraio 2018, pp. 8-16