La filologia romanza e lo studio dei manoscritti: considerazioni sulla tradizione dei trovatori occitani

Abstract

L’autore propone un’indagine filologica della complessa tradizione manoscritta medievale romanza avendo in mente i metodi dell’archeologia stratigrafica e dell’antropologia, in linea con le tendenze della multidisciplinarietà caldeggiate dagli studi umanistici contemporanei. Vengono offerti alcuni spunti interpretativi per l’analisi della tradizione manoscritta dei trovatori occitani, in particolare relativi a questioni di attribuzione e di autorialità, e viene affrontato in una prospettiva nuova il problema storico-letterario delle prime attestazioni scritte. L’autore mette altresì in luce come alcune delle cosiddette “certezze” della filologia sono in realtà riconducibili a ipotesi critiche tramandate, sancite e non più discusse dalla bibliografia specialistica.

 

Premessa: i manoscritti come tracce

Vorrei partire da una considerazione generale e in sé banale: i manoscritti sono reperti, e dunque come reperti vanno trattati. Essi ci forniscono dati imprescindibili per capire i poeti medievali, per guardarli da vicino, per ascoltare la loro voce. Ma non sono i poeti, non sono la loro voce, e non sono nemmeno – per molti aspetti – i loro testi. Scrive Renato Serra: «Un documento è un fatto. La battaglia un altro fatto (un’infinità di altri fatti). I due non possono fare uno. L’uomo che opera è un fatto. Ogni testimonianza testimonia soltanto di se stessa; del proprio momento, della propria origine, del proprio fine, e di nient’altro»[1].

Il rapporto tra un documento e la realtà, cioè, è sempre problematico, mai diretto. Esiste la realtà. Esistono i documenti. In questo senso, bisogna riconoscere che la scienza filologica, più che ultracentenaria, può considerarsi ancora agli albori. Essa è progredita, certo, nei campi dell’osservazione, della descrizione, della collazione, della congettura guidata; per il resto, in qualche modo, è ancora oggi ai primi passi. In particolare, sembra che non sia ancora giunta a una valutazione della complessa natura delle proprie fonti. Quando Leroi-Gourhan[2] insisteva sulla scarsità e frammentarietà delle fonti utilizzabili dallo studioso di preistoria, e sulla necessità di comprendere questa natura discontinua dei reperti per fondare una scienza consapevole dei propri metodi di indagine, stava avviando una riflessione che anche gli studiosi del Medioevo trarrebbero vantaggio a fare propria.

In un libro di Ananda Kentish Coomaraswamy ho letto: «L’atteggiamento odierno nei confronti dell’opera d’arte si può paragonare a quello di un viaggiatore che, al cospetto di un cartello indicatore, ne ammira l’eleganza, si dà da fare per sapere chi l’ha fatto, e infine lo stacca e decide di usarlo come soprammobile. Tutto questo può andar bene, ma è difficile scambiarlo per una comprensione dell’opera»[3]. È per caso forzato ravvisare una qualche somiglianza tra l’atteggiamento descritto dal pensatore cingalese e l’attitudine del filologo nei confronti del manoscritto? Non capita forse, anche in questo caso, che anche noi scambiamo un cartello indicatore con ciò a cui dovrebbe rimandare? Viaggiamo verso dove? Abbiamo spesso dimenticato i luoghi per concentrarci sul cartello che ce li indica. La confusione tra il testo e la realtà è la stessa che potrebbe esistere tra un film e ciò che è stato filmato. La confusione tra il testo e il manoscritto la stessa che esiste tra un film e il televisore che lo trasmette.

Una delle domande che dovremmo porci di fronte al reperto manoscritto potrebbe essere: quale relazione mentale si stabilisce in questo tipo di supporto tra ciò che possiamo decifrare e la memoria cui esso rimanda? In altri termini: in che modo il manoscritto può essere studiato come un reperto di codificazione formale nella propagazione di certe immagini e di certi modi di essere?

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Leggi l’articolo: Francesco Benozzo, La filologia romanza e lo studio dei manoscritti: considerazioni sulla tradizione dei trovatori occitani, in Scienze e Ricerche n. 52, ottobre 2017, pp. 31-43