Scienza e politica tra modernità e postmodernità

di Aldo Zanca

Modernità/postmodernità

La politica e la scienza sono le polarità che hanno generato il campo della modernità e la loro crisi ha generato quello della postmodernità. La prima polarità, da Hobbes in poi, si esprime eminentemente nello Stato, la seconda, da Cartesio in poi, si esprime nel meccanicismo galileiano-newtoniano.

Dunque un tratto fortemente caratterizzante della modernità è la costruzione della Stato nazionale, che è il pivot intorno a cui si sono sviluppate molte altre grandi narrazioni. E probabilmente la crisi dello Stato e dell’efficacia del suo diritto è un tratto evidente della postmodernità. Lo Stato e la scienza dominano tutte le narrative della modernità prodotte negli ultimi due secoli dalle scienze sociali. Essi sono stati oggetto di così tanta attenzione da definire in larga misura il terreno di indagine delle scienze sociali stesse. Essi sono stati percepiti come i produttori stessi dei fenomeni che definiscono la modernità come esperienza storica.

Per cercare di cogliere il rapporto, assai controverso, tra modernità e postmodernità, si può utilmente prendere in considerazione la nozione kuhniana di paradigma [Kuhn, 1962], trasferendola, in modo non acritico, dal campo delle scienze naturali al campo delle scienze sociali. Anzi, è lecito affermare che la crisi paradigmatica della scienza moderna è parallela alla crisi paradigmatica del diritto dello Stato moderno. Ovviamente, le condizioni dell’una non sono quelle dell’altra, ma le due crisi insieme possono far luce sulle direzioni possibili della transizione verso un nuovo paradigma sociale.

Sulla scorta di de Sousa Santos [de Sousa Santos, 1995], si può definire la modernità come un paradigma socio-culturale, emerso tra il XVI secolo e la fine del XVIII e basato sul principio politico dello Stato (Hobbes) e sul principio economico del mercato (Locke, Smith). Il tempo storico attuale sarebbe un periodo ditransizione paradigmatica, epistemologica e sociale, che definiamo postmodernità.

Nella contemporaneità sono sorti problemi che sfuggono al paradigma della modernità e che sono nati al suo stesso interno, problemi che causano la crisi del paradigma moderno e la conseguente transizione paradigmatica postmoderna.La transizione da un paradigma in crisi a uno nuovo si configura come un’articolazione del campo di indagine su nuove basi. Durante il periodo di transizione si registra un’ampia sovrapposizione tra i problemi che possono venir risolti col vecchio paradigma e quelli che possono essere risolti col nuovo, ma vi sarà anche una netta differenza nei rispettivi modi di risolverli.

I termini “modernità” e “postmodernità”, soprattutto sotto il profilo storico, contengono un alto tasso di fluidità ed anche di ambiguità e, di conseguenza, hanno generato problemi e controversie circa il senso da attribuire loro. Alcune delle principali caratteristiche considerate essenziali della “modernità”, intesa soprattutto come “età moderna”, sono: la rivoluzione scientifica, l’affermazione del modo di produzione capitalistico, la strutturazione dello Stato-nazione, l’invenzione di strumenti tecnici di controllo sociale, la razionalizzazione e il disincantamento del mondo, la secolarizzazione, la razionalità comunicativa. La modernità si caratterizza per la discontinuità con l’epoca precedente. Rispetto al passato i rapporti e le relazioni sociali vengono decontestualizzati e portati su una dimensione astratta e di definizione formale.

La postmodernità si caratterizza prevalentemente per l’analisi di alcune conseguenze della modernità: la fine dei “grandi racconti”, la crisi dell’idea di progresso, il superamento dell’industrialismo, la globalizzazione, la desecolarizzazione. Dice Giddens:

Andare incontro a una fase di postmodernità significa che la traiettoria dello sviluppo sociale si allontana dalle istituzioni della modernità e punta verso un nuovo e diverso tipo di ordine sociale. […]

il concetto di postmodernità […] presenta di solito uno o più dei seguenti significati: la scoperta che nulla è dato conoscere con certezza, dal momento che tutti i precedenti «fondamenti» dell’epistemologia si sono rivelati inattendibili; il fatto che la «storia» è priva di ogni teleologia e che di conseguenza non si può difendere plausibilmente alcuna versione di «progresso»; e infine la nascita di un nuovo programma sociale e politico in cui assumono crescente importanza le preoccupazioni ecologiche e forse i nuovi movimenti sociali in genere. […]

la postmodernità [appare] come una serie di transizioni immanenti che ci allontanano dai vari agglomerati istituzionali della modernità […]

Le sue caratteristiche più appariscenti – il declino dell’evoluzionismo, la scomparsa della teleologia storica, la consapevolezza di una riflessività assoluta e costitutiva, insieme al venir meno della posizione privilegiata dell’Occidente – ci introducono in un universo di esperienze nuove e preoccupanti [Giddens, 1990, tr. it.: 52-59 passim].

Per molti versi la postmodernità può essere interpretata come lo sviluppo fino alle estreme conseguenze della modernità, come la maturazione di certi suoi germi incubati nella sua propria intima essenza enigmatica. Forse la postmodernità non è altro che la radicalizzazione della modernità: «la modernità non è solo una civiltà tra le tante […]. L’allentarsi del controllo dell’Occidente sul resto del mondo non è il risultato del diminuito impatto delle sue istituzioni, ma piuttosto il prodotto della loro diffusione globale» [Giddens, 1990, tr. it.: ibid.].

Per Fredric Jameson [Jameson, 1984]il postmoderno è l’età storica del compimento del processo di modernizzazione: «Il Postmoderno è quello che si ha quando il processo di modernizzazione è terminato e la natura è sparita per sempre». Esso è una categoria storica che descrive un’epoca caratterizzata dall’esaurimento del movimento moderno e del suo processo di trasformazione sociale, economica e culturale.

Il tema della modernità si presenta, dunque, come problema sociologico fondamentale proprio per il fatto che la discussione sul postmoderno trae alimento dalle svariate interpretazioni della modernità. Se la disparità di pareri è un tratto evidente nelle interpretazioni della modernità, questo vale ancor di più per la postmodernità. Parlare di postmodernità significa, comunque, affermare che c’è stato un passaggio da un’epoca a un’altra che ha implicato «l’emergere di una nuova totalità sociale, con propri principi organizzativi distinti» [Featherstone, 1990, tr. it.: 112].

Se la modernità è vista come positivistica, tecnocentrica, razionalistica, come fede nel progresso lineare, nelle verità assolute e universali, come pianificazione razionale di ordini sociali, come standardizzazione della conoscenza e della produzione, la postmodernità, al contrario, si configura come eterogeneità, differenza, frammentazione, indeterminatezza, sfiducia in tutti i linguaggi totalizzanti o universali, discontinuità, pluralità, riemersione dell’etica, rispetto dell’alterità. David Harwey [Harvey, 1993] parla di un mutato modo di sentire.La modernità può essere vista come una costellazione di paradigmi: lo Stato nazionale costituisce un paradigma in senso stretto che, nell’orizzonte culturale della modernità, assume un ruolo eminente rispetto ad altri paradigmi (la scienza, il capitalismo, l’illuminismo, il socialismo ecc.). Analogamente, la crisi dello Stato nazionale segna fortemente la formazione dei paradigmi della postmodernità.

(…segue…)

Leggi l’articolo: Aldo Zanca, Scienza e politica tra modernità e postmodernità, in Scienze e Ricerche n. 54, dicembre 2017, pp. 13-30