Esiste una cultura straniera?

Gian Paolo Caprettini, Università degli Studi di Torino.

Il tema della cultura è oggi, come sempre, controverso e, se lo è, è davvero per un problema di ignoranza o, se preferite, per il fatto che molteplici sono le accezioni con cui si parla della cultura.  Credere, ad esempio, di questi tempi,  che la cultura sia una sorta di zona dell’attività umana astratta, ininfluente  sugli andamenti storico-economici, che non si riferisce a prodotti specifici, negoziabili e commerciabili, tutto questo corrisponde a una falsificazione evidente. Peggio ancora quando si ritiene, in vari ambiti politici, che la cultura sia un atteggiamento, un modo di vedere le cose non agganciato alla realtà, fumoso, irrealista, non attento ai risultati a breve termine ecc.

Trascuriamo il fatto che negli ultimi decenni l’economia della cultura sia diventata una vera sezione importante degli investimenti e degli studi, tutto questo può anche non incidere sul senso comune. Ma allora che rapporto ci può essere tra l’affermare che l’Italia possiede uno dei più grandi patrimoni culturali e poi che la cultura non porta da nessuna parte? E’ l’incapacità di certi politici o è l’inadeguatezza a definire ciò che davvero è cultura? Una statua, una preparazione culinaria, una canzone, uno spettacolo teatrale, una poesia, un film,  un paesaggio, una relazione umana, un quadro, un giardino, un’automobile, un oggetto di design, una cerimonia religiosa,  un vino dalla spiccata identità, un abito, la lista si fa infinita, tutto è cultura, tutto può appartenere a questo universo multiforme e caleidoscopico. Vi appartiene e nello stesso tempo vi si sottrae perché ciascun dato  appartiene a una distinta filiera produttiva o simbolica, sembra reclamare la sua specificità indipendente, sottrarsi a un bisogno di completezza.

La domanda “Che cos’è la cultura?” sembra paradossale ma, come vedremo,  ha una sua ragione. Per anticipare la conclusione di questo scritto, vorrei dire: Si può imparare una cultura straniera così come si impara una lingua straniera ? e, quale premessa o, se si preferisce, quale conseguenza: Si può tradurre da una cultura a un’altra?  Esiste una cultura madre così come esiste una lingua madre?  In altri termini, ‘lingua’ e ‘cultura’ sono termini paragonabili? La cultura si può apprendere come una lingua?

Siamo in grado di apprezzare un vino, un cibo,  un culto religioso, una particolare forma simbolica, una musica, un paesaggio che non appartiene al nostro perimetro culturale di origine, siamo capaci davvero di compiere viaggi simbolici, traversate di senso di questo tipo? Siamo pronti a compiere qualsiasi tipo di viaggio reale, prenotando aerei, alberghi ecc. ma siamo capaci anche di dar vita a contaminazioni nell’ambito del nostro quotidiano vivere comune? Siamo capaci di accogliere, di valutare, di assimilare se occorre o di respingere in analogia a quanto compie la nostra lingua che ogni anno si arricchisce di nuove identità? Abbiamo strumenti interpretativi ed espressivi in grado di gestire differenze, sviluppi, incontri, scoperte sul fronte umano?

Negli anni Ottanta-Novanta del secolo scorso il dibattito in sede semiotica rinviava a un’ alternativa che vedeva schierati celebri studiosi: quella tra la posizione di Émile Benveniste, illustre glottologo e quella di Jurij M. Lotman, valoroso professore di letteratura russa, semiologo e culturologo. Secondo Benveniste era la lingua il sistema simbolico dominante, capace di condizionare e organizzare qualsiasi istituzione sociale e dunque anche il reticolo delle simbolizzazioni, dei valori condivisi, cioè la cultura. Benveniste era tra l’altro l’autore di un’opera strepitosa il Vocabolario delle istituzioni indoeuropee dove si mostrava quanto e come il retaggio delle origini linguistiche fornisse chiavi interpretative allo schema dei nostri valori sociali, giuridici, istituzionali e di pensiero.

La stessa esperienza non può avere significato se non incontra una lingua che la sostenga, le permetta di svilupparsi e di essere successivamente narrata; di conseguenza la soggettività umana rappresenta uno dei quadranti essenziali, affermava Benvensite, assieme alla lingua, alla cultura e all’esperienza. Tra queste quattro polarità si deve formare una circolarità fruttuosa e dunque la nostra capacità interattiva è messa continuamente alla prova. Quarant’anni fa eravamo lontani dall’idea di social network, cioè dall’orizzonte in cui ogni esperienza è comunicativa, dalla forma di una soggettività che ogni volta pone in atto e in questione i propri orizzonti.

Oggi la cultura è ecologica, i quattro aspetti del quadrante sono l’ossigeno delle nostre relazioni: la politica, l’economia fanno fatica perché la rivoluzione simbolica, cioè la caduta delle frontiere è diventata inarrestabile e non è soltanto la conseguenza di guerre o carestie ma del bisogno di cercare spazi nuovi. L’idea stessa di mediazione è alle corde perché nessuno accetta competenze e autorità in campo comunicativo, chiunque vuole diventare interprete anche se non conosce le lingue (reali o simboliche) che sono in gioco.

I social network hanno creato la quinta dimensione di una verità sempre più trasversale, sempre più invasiva. Aveva ragione  Jurij Lotman a parlare di semiosfera, accanto alla vecchia idea di biosfera di Vernadskij: semiosfera come complessità, come bisogno di tradurre continuamente ciò che arriva dall’esterno: persone, valori, notizie, informazioni da trasformare nella nostra nuova vita simbolica come le parole di una lingua, come neologismi che alludono a nuove sfumature, a nuovi oggetti dell’inventario reale.

Diventare intelligenti come è una lingua, capace di raccontare le scoperte, le invenzioni, i nuovi arrivi di ogni tipo, di ripensare i confini, di rinegoziare le frontiere, di accogliere e di respingere distinguendo nella realtà gli aspetti semiotici, dotati di senso, da quelli extrasemiotici che appaiono come provocazioni, guasti, malattie o novità assolute, anche straordinariamente benefiche ma non di immediata comprensione. La cultura, scriveva Lotman, conosce continuità ma anche esplosioni, persistenze e novità assolute. Come l’arte, che mantiene canoni classici assieme a performances imprevedibili.

Nuove personalità semiotiche sono le nostre culture, l’universo semiotico è composto di testi, di individualità, di esistenze separate e distinte, l’omogeneità e l’individualità sono difficili da definire, la semiosfera è un continuum privo di segni isolati.  Lotman concludeva uno dei suoi scritti splendidi ricordando i versi dei poeti, i segnali dei satelliti, i versi degli animali come segni di una complessità e varietà che ci interpella, che è in continua espansione, che richiede dialogo e reciprocità, senso della costanza e della sorpresa.

Insomma, proviamo a credere che la nostra identità dipenda dal tipo di traduzioni che siamo in grado di compiere, dalla capacità che abbiamo di farle capire ad altri.  Nella simmetria di ogni scambio umano ma anche nell’asimmetria di nuovi orizzonti da comprendere e di fraintendimenti da superare.

Consumiamo i nostri cibi a chilometri zero ma ospitiamo gente che proviene chissadadove. E a loro offriamo le nostre tradizioni come un abito caldo se fa freddo o un bagno ristoratore se c’è invece troppo caldo. Iscriviamoci in fretta a una scuola di traduzioni, di interpretariato, di doppiaggio se occorre. L’universo simbolico è illimitato ma ricorrente. Come sappiamo, anche le fiabe sono universali, sono dappertutto eguali e differenti, chiunque ha strumenti per ascoltarle e per capirle. Ci sono fiabe lontane, remote ma non straniere. Tragicamente, per l’umanità l’estraneità è un punto d’arrivo non di partenza.

Leggi l’articolo sul Magazine di Scienze e Ricerche: Gian Paolo Caprettini, Esiste una cultura straniera?, in Scienze e Ricerche Magazine, supplemento a Scienze e Ricerche n. 45, febbraio 2017, pp. 7-8