Il nuovo ordine medievale della politica internazionale

Federico Castiglioni, Gioventù Federalista Europea

Il castello di Schönbrunn non è il più bello dei palazzi costruiti nell’Europa del XVIII secolo, eccezion fatta per la gloriette, un padiglione monumentale che, con una gloriosa prospettiva appunto, domina il parco circostante. Eppure fu qui che per un anno, tra il 1814 e il 1815, si tenne il congresso di Vienna,  quel congresso che ripensò il mondo intero e gli equilibri tra i popoli, le persone e gli Stati. Fu qui che i Metternich e i Talleyrand, ma anche i Consalvi, pensarono un equilibrio europeo che, per un automatismo all’ epoca scontato, sarebbe stato globale. Era un’idea del mondo basata sui principi e i valori dell’ aristocrazia e dell’alta borghesia europee, ormai toccati irrimediabilmente dal portato della rivoluzione francese. Veniva supportato un sistema di tutele crescenti, che rappresentava un compromesso universalmente applicabile tra popoli e classi dirigenti: iniziava il secolo della supremazia del diritto, interno ed internazionale, di un progresso ragionato che non  stridesse con la tradizione e l’affermarsi definitivo dello Stato (non nazionale) come soggetto giuridico, portando a compimento il processo iniziato due secoli prima con la pace di Westfalia. Quest’ordine internazionale resse per quasi un secolo, nonostante la parentesi della guerra franco-prussiana che portò all’ unificazione tedesca. I principi che reggevano il mondo nel 1913 erano, in larga parte, ancora quelli del 1815. 

Come sappiamo la prima guerra mondiale, oltre a spostare il centro del mondo fuori dal continente europeo, ebbe la responsabilità anche di mettere in crisi gli assunti stessi del sistema precedente. Chi era incaricato di tenere la leadership e con che diritto? Quale forma poteva assumere lo Stato per non diventare solo un guscio vuoto e continuare a regolare la vita degli individui? Due potenti risposte vennero dai confini dello spazio europeo, da quella che era stata la periferia del precedente sistema internazionale.  Una venne redatta dal presidente americano Wilson nel 1918 e l’altra da Vladimir Lenin, con una serie di scritti elaborati tra il 1905 e il 1917. Entrambe le proposte partivano dalla stessa premessa, arrivando ad opposte conclusioni. Per entrambi lo Stato, perno della politica precedente, diventava un fardello necessario per garantire un miglioramento delle condizioni economiche e sociali.

Per Wilson lo Stato era funzionale al nuovo ordine globale da lui immaginato, un tramite naturale tra gli  individui. La cooperazione tra gli Stati, come quella tra le persone, si sarebbe dovuta basare sull’ utile reciproco e sulla non competizione per le risorse, liberalizzate in un mondo in cui la crescita dell’uno non era a scapito ma a vantaggio di quella dell’ altro. Assunto di partenza molto simile a quello di Lenin: gli Stati sarebbero stati mediatori di un nuovo ordine mondiale, basato sulla non competizione per le risorse e la crescita reciproca, indirizzato verso il superamento della proprietà. Entrambi consideravano lo stato nazionale uno strumento ideale per raggiungere il tipo di società auspicato.

La combinazione di queste due idee, cavalli di battaglia di quelle che erano già prima della guerra superpotenze, schiacciò il tentativo antistorico del nazismo di riportare le lancette dell’ orologio indietro, ad un’idea elitista e legata alla differenza tra gli individui e i popoli, più che alla loro eguaglianza. Fu un tentativo, principalmente europeo, che non va sottovalutato: il consenso per la visione del mondo nazista fu diffusa e a ciò si deve, se non altro, la sorprendente arrendevolezza di tutti (anche dei conquistati) al dominio del terzo Reich.  Dopo la parentesi nazista l’Europa, si può vedere chiaramente, seguì più o meno lo stesso percorso che aveva iniziato tra le due guerre, portando avanti un’ integrazione europea interna e al contempo dividendosi tra il modello sovietico e quello americano.

Come sappiamo il confronto della guerra fredda ebbe un vincitore, gli Stati Uniti. Il trionfo dell’ idea wilsoniana nella società e nel mondo è ben visibile intorno a noi: sugli schermi dei nostri pc, nei film che passano in tv, nel lavoro che facciamo e spesso nel mondo in cui comunichiamo. Negli anni ‘90 sembrava che si fosse alle soglie di un mondo globale e globalizzato, in cui il ruolo degli Stati nazionali nella vita degli individui sarebbe stato minimo. Sembrava insomma di veder affiorare davvero l’inizio di una società globale. Questo mastodontico esperimento, possiamo ormai dirlo , è fallito. Il mondo ha rigettato l’idea wilsoniana di società globale, con un collasso che, rispetto a quello sovietico di trent’anni fa, è solo un poco più ordinato.

Il fallimento non è stato certificato dalle Torri gemelle, né dal crescere della minaccia terroristica del mondo e men che mai dall’ emergere del modello cinese alternativo. No, la sconfitta del sogno wilsoniano, dopo un secolo dalla sua concezione, è stato certificato da un presidente americano, durante un semplice discorso d’insediamento. Gli Stati Uniti non hanno più un’idea di come gestire questo mondo. Non devono averla, giacché solo l’interesse nazionale e non le idee muovono da oggi le azioni della politica americana. Lo Stato nazionale, strumento e nota a margine del grande disegno di Wilson, portatore sano di valori universali e non di tradizioni particolari, è forse per la prima volta nella storia, fine a sé stesso. Non lo era stato nel mondo cristiano ed elitario di Vienna, non lo era stato mai nelle idee di Wilson e di Lenin, e non lo era stato neanche nel pensiero di Hitler, misto tra l’elitismo patriottico novecentesco e l’idea del razzismo universale (per il quali egli spese le prime e le ultime parole della sua vita politica).

Quest’assenza oggi apre un vuoto. Infatti se i rapporti internazionali sono mossi solo dalla convenienza, senza più il misto di forma ed idealismo che aveva contraddistinto i sistemi precedenti, quale legittimità può avere un qualsiasi sistema internazionale? Se è la nazione il nuovo centro della politica cosa può spingere alla cooperazione invece che al conflitto, rendendo duratura anche una semplice alleanza?

Si è aperto un vuoto, di leadership e di idee, nella politica internazionale. E’ chiaro infatti che non si può strutturare un sistema internazionale senza una ratio di fondo che aspiri ad un modello, per quanto semplice o astratto. In un mondo in competizione e senza un nesso di fondo il tutti contro tutti domina incontrastato, ricordando uno stato di conflitto permanente precedente non solo alla pace di Vienna, ma anche a quella di Westfalia, che vide l’inizio dello Stato moderno.

Vero vincitore di questo mondo è la finanza mondiale, e per due ragioni. Il primo è a livello pratico e concreto. Una competizione tra gli Stati, invece che una loro cooperazione, porta ad una rincorsa per attrarre maggiori capitali, a scapito degli altri e quindi garantisce ai detentori di capitali crescenti margini di profitto. Una seconda vittoria, ben più importante, è etica. Se infatti lo Stato nazionale inizia a pensare al proprio utile, senza curarsi di una comunità internazionale più ampia e senza aspirare ad avere una visione del mondo, senza farsi quindi sistema, allora non è molto diverso dai lupi di wall street.

Leggi l’articolo sul Magazine di Scienze e Ricerche: Federico Castiglioni, Il nuovo ordine medievale della politica internazionale, in Scienze e Ricerche Magazine, supplemento a Scienze e Ricerche n. 45, febbraio 2017, pp. 9-10