Rosmini. Il silenzio della libertà

Andrea Gentile, Università degli Studi Guglielmo Marconi.

 

Ognuno di noi è un’individualità irripetibile. Ognuno è un universo. «L’anima umana è un individuo nel regno degli spiriti, che sente secondo la sua costituzione singolare, è una particolarità viva che si manifesta dall’intero fondo oscuro della nostra interiorità, nella cui imperscrutabile profondità dormono forze ignote come re mai nati». «Noi non conosciamo nemmeno noi stessi e solo ad istanti, come in sogno, cogliamo qualche tratto della nostra vita profonda».

«Ognuno solleva una grande o una piccola onda». La nostra esistenza, nella sua concretezza, irripetibilità e singolarità, è sempre un’esistenza particolare, singola, irripetibile e inconfondibile. L’esistenza è «inoggettivabile» nella sua autenticità, non è un dato di fatto, ma è una questione personale. Da ciò scaturisce che anche l’uomo non è un dato di fatto: egli può essere. La sua scelta libera sta nel riconoscimento e nell’accettazione di quell’unica possibilità che è la «situazione» particolare in cui si trova. L’uomo non può essere e non può divenire se non quello che è nella sua autenticità, nel suo «essere se stesso» e nell’esprimere la sua libertà creativa.

1. La natura dell’uomo e la libertà creativa

La libertà indica l’«essere» libero: è la facoltà dell’uomo di agire e di pensare in piena autonomia, è la condizione di chi può agire secondo le proprie scelte. La libertà è una qualità fondamentale e specifica dell’uomo, che lo costituisce come persona e che consiste nel non essere assoggettato a un ordine chiuso e precostituito, ma nell’avere una natura aperta che, pur nei limiti derivanti dalla sua caratteristica di essere finito, gli consente di autoprogettarsi e autorealizzarsi in base alle scelte che compie. La novità di ognuno ci dice che ciascuno di noi, fedele alla propria natura, è libero di scegliere e, dunque, si deve anche assumere la responsabilità morale e politica delle proprie scelte. La novità di ognuno ci guida alla scoperta di questa verità insieme antica e rivoluzionaria, intimamente legata ad una delle questioni filosofiche capitali e attualissima, quella del libero arbitrio, oggi messo in discussione dal «riduzionismo» radicale di molti scienziati. E’ proprio grazie alle nostre decisioni – attraverso ciascuna delle nostre decisioni, piccole e grandi – che definiamo la «nostra unicità» irripetibile nella sua autenticità. Siamo noi stessi, in ogni istante irripetibile della nostra vita, in ogni momento in cui facciamo delle scelte e diamo un senso alla nostra esistenza nel fluire del tempo.

La manifestazione dinamica e libera della singolarità della persona è l’originalità, la qualità che permette di considerare qualcuno «origine» di qualcosa. Essere originale significa essere creativo: originalità e creatività sono strettamente legate tra loro. Se si considera che la creatività si manifesta nella soluzione nuova di un problema pratico o espressivo, si deduce che solo grazie alla sua capacità creativa e libertà creativa l’uomo è in grado di progredire, perfezionarsi, dare forma in modo autentico alla sua personalità. La creatività emerge come capacità di esprimere ciò che si è (l’essere se stessi), mediante l’agire ed il pensare, dove l’«essere se stessi» viene intesa come una dimensione profonda e autentica della nostra soggettività.

Ognuno di noi è un universo in cui «dormono forze ignote come re mai nati». Nella nostra soggettività risiedono enormi potenzialità che nel corso dell’intero arco della nostra vita e della nostra esistenza spesso rimangono nell’ombra: in uno stato oscuro, implicito, latente.

Ognuno ha una sua ombra. L’ombra indica tutto ciò che non riusciamo ad accettare di noi stessi, tutto ciò che non ci piace o che rifiutiamo di vedere. Mentre tendiamo a caratterizzare il nostro lato «oscuro» con qualche forza imprevedibile, l’ombra è più accuratamente descritta come il deposito di tutto il materiale personale non «riconosciuto», compresi i talenti non sviluppati.

Ognuno di noi è seguito da un’ombra. Questo mondo, che sta sotto e dietro la maschera della persona e dell’agire umano, possiamo chiamarlo, con un’espressione che ricorda Dostoevskij, «sotterranei dell’anima». E’ la notte della coscienza, ma anche fertile limo terrestre, sottosuolo da cui si risorge. Dunque, l’ombra non è un qualcosa di negativo. E’ piuttosto qualcosa di primitivo, autentico, originario, infantile, che renderebbe l’esistenza umana più autentica, se non urtasse contro l’apparenza, il formalismo e l’ipocrisia della società in cui viviamo.

Il fluire inesorabile del tempo nella nostra vita e nella nostra esistenza ci porta a vivere dei «conflitti interiori» e spesso ci porta a sperimentare delle «situazioni-limite» e a fare «esperienza del limite». Queste «situazioni-limite» ci possono portare fino «al limite», fino a sperimentare un «punto-limite» che, nella sua natura, è qualitativamente e inevitabilmente diverso in ogni individualità. Ognuno ha il suo «punto-limite», poiché ogni persona è una individualità irripetibile, profondamente diversa sia sotto il profilo emotivo-affettivo-motivazionale, sia nell’orizzonte cognitivo-razionale e metacognitivo. Nello sperimentare il proprio «punto-limite», la nostra soggettività è «al limite» ed entra in quella zona di confine, che si configura come un limen, come una soglia. Il «limine» può essere identificato come una «soglia» o come un lungo corridoio o un tunnel che rappresenta il necessario passaggio della nostra soggettività verso un nuovo orizzonte: il «limine» è una fase o uno stato soggettivo di passaggio, di transizione, di trasformazione che si configura e si caratterizza nella sua dinamicità.

Nel momento in cui la nostra soggettività arriva al suo «punto-limite», nella sua istantaneità, immediatezza e simultaneità, il nostro essere si configura come un «essere sulla soglia»: nella sua natura più autentica, originaria e irripetibile, nel suo «punto-limite», la soglia è la «terra di nessuno». E’ proprio qui, sulla soglia, transitando nella «terra di nessuno», che si giocano dei momenti profondi, inevitabili, autentici e, forse, determinanti e irripetibili per la nostra esistenza. La «terra di nessuno» è ciò che sta tra le due sponde, tra i margini di due realtà, di due spazi differenti. E’ il luogo dove la norma, la regola che il confine stabilisce non vale più; è la terra selvaggia, autentica e originaria dove ognuno, nella sua solitudine, può ritrovare se stesso: è il luogo, la terra, l’orizzonte da dove poter ricominciare a sperare, dove cercare una soluzione per ridare un senso alla propria vita. Vale la pena affrontare i disagi e i pericoli del transito e le incognite sulle mete che si raggiungeranno per attraversare la terra di nessuno. La terra di nessuno è una soglia per tentare di risolvere, per oltrepassare lo stato di crisi provocato dal confine, uno spazio e un orizzonte dove provare a liberare le potenzialità creative connaturate nella nostra soggettività e dove poter ritornare alla vita autentica: ritornare ad essere se stessi. Nell’essere sulla soglia la nostra soggettività entra nel territorio delle «situazioni-limite» e sperimenta il valore profondo e irripetibile del «punto-limite», che si caratterizza nella sua istantaneità, immediatezza, puntualità e simultaneità: qui l’uomo riesce ad avvertire, sentire, intuire e a riscoprire alcuni valori profondi e alcuni aspetti della realtà che prima erano sconosciuti, che prima erano costantemente nell’ombra. Il paradosso è che solo passando attraverso una «situazione-limite» e sperimentando l’autenticità irripetibile del «punto-limite», l’uomo può ritrovare l’autenticità della vita, solo passando attraverso un «punto-limite» e una «situazione-limite» l’uomo può ritrovare se stesso, riscoprire se stesso ed essere se stesso.

2. L’io, l’ombra e la lotta interiore

Nel corso del fluire del tempo, ci sono momenti in cui la nostra vita s’interrompe bruscamente lasciandoci del tutto disorientati. E’ come se ci fossimo smarriti. La mappa della nostra esistenza da un giorno all’altro presenta un rilievo alterato, perdiamo l’orientamento e con esso anche la meta. La vita subisce una battuta d’arresto, assume una nuova forma, i cui contorni ci sfuggono. La fiducia ci abbandona e la perdita della fiducia in noi stessi inaridisce la nostra speranza. Tutto ciò da cui ci aspettavamo sicurezza, i punti di riferimento, le ragioni per andare avanti, tutto sembra svanire. Tutto sembra avvolto nell’ombra.

In questo orizzonte, la lotta interiore ci impone di fare delle scelte. Scelte difficili. Non può esserci crescita senza resistenza. La lotta fa parte della vita. Si può anche dire che ne sia parte ineludibile: la lotta si ripresenta sempre, per metterci a durissima prova, in ogni stadio della nostra esistenza. La luce e le tenebre, la linea-limite e la linea d’ombra si scontrano nella nostra interiorità e noi siamo presi nel mezzo. Nel corso del fluire del tempo della nostra esistenza, le realtà e gli eventi contro cui lottiamo ci mettono alla prova e affinano le nostre capacità. E’ la nostra resistenza e la nostra forza di volontà a farci maturare. La scelta cruciale che la lotta interiore ci impone non è tra accettarla o meno: la scelta è tra crollare o andare sino in fondo. La lotta è una lezione estremamente dura, ma un orizzonte necessario e inevitabile per varcare la soglia. Il suo contrassegno fondamentale è la scelta. Ed è un fattore importante, poiché significa indipendenza di giudizio, autonomia, libertà, responsabilità, capacità di mantenere una visione ampia anche nel pieno di una crisi, significa la consapevolezza che non siamo incatenati al nostro passato. Possiamo di nuovo sognare. Possiamo andare avanti senza doverci appoggiare agli altri, senza inaridire. Possiamo fare appello a risorse interiori che ancora non avevano visto la luce. Significa che per quanto immane sia la lotta, dobbiamo uscire dal nostro isolamento e riprendere a vivere, ritornare alla vita autentica: ritornare ad essere se stessi.

«Le lacrime si vedono, ma non si odono; le lacrime scorrono, non risuonano. Eppure hanno la loro voce, come aveva la sua voce il sangue di Abele. Poiché anche le lacrime sono il sangue del cuore. Persisti, persevera, tollera, sopporta l’indugio: così porterai la tua croce. […] I tuoi passi sono i tuoi sentimenti. Il tuo cammino è la tua volontà». E’ nella lotta interiore, nelle situazioni-limite, che si scopre il valore profondo della volontà, come forza interiore connaturata nella personalità umana. Il modo più semplice e quello in cui più frequentemente scopriamo la nostra volontà è attraverso la lotta e l’azione determinata. Quando facciamo uno sforzo fisico o mentale, quando lottiamo attivamente contro un ostacolo o combattiamo delle forze opposte, sentiamo un potere specifico sorgere in noi: questa forza interiore ci dà l’esperienza della volontà. La volontà costituisce il centro più intimo, più profondo, più reale dell’uomo, quello stesso centro che lo fa essere veramente uomo, cioè che lo fa «essere se stesso»: autocosciente, libero e responsabile. La volontà è un centro vitale di energia interiore nella continua ricerca del nostro io e della nostra personalità. Senza la volontà non si potrà mai arrivare a conoscere se stessi, a scoprire se stessi e ad essere se stessi.

Per quante cicatrici possa lasciarci la lotta interiore, noi sappiamo anche, nel profondo di noi stessi, che essa infonde vita ad un’intera altra parte di noi. La nostra sensibilità raggiunge livelli più elevati, portandoci ad una maggiore pienezza, ad un equilibrio interiore. E’ proprio attraverso la nostra reazione che la speranza emerge, s’insedia nel nostro cuore e ci conduce oltre e ci porta a superare la soglia. Proprio nel reagire con determinazione ad ogni elemento della lotta che nutriamo la speranza. È l’atto di resistere alla disperazione che annienta la disperazione. La spiritualità della lotta sulla soglia è una spiritualità che trasforma il cambiamento in vita autentica, l’isolamento e la solitudine in indipendenza e la tenebra in speranza, che fa compiere alla paura quel passo in più verso il coraggio, che rivendica l’impotenza come abbandono, che sa estrarre dai nostri limiti, dalle imperfezioni e dalla vulnerabilità la libertà propria dell’accettazione di sé, che fa fronte allo sfinimento e ci insegna il valore profondo e autentico del resistere, che tocca le cicatrici e ne conosce il potere per determinare la nostra trasformazione interiore. In questo orizzonte, ritroviamo nuove forze e una rinnovata percezione di noi stessi, nuova compassione e ancora il senso di uno scopo nella vita. E’ la soglia ad essere l’orizzonte della speranza.

Di fronte alla soglia, l’immediatezza ci porterebbe a qualche forma di fuga; ancora il non riconoscimento del valore del limite, quale témenos che ci delimita lo spazio entro cui si struttura una vita pienamente umana, ci porta ad una nostalgica ricerca di un luogo che già abitiamo, ma che non sappiamo ritrovare. Così, la ragione puramente positivistica è destinata allo scacco, alla crisi. Ma anche la posizione di chi rinuncia, senza anelare, di chi accetta, senza desiderare; di chi fa delle mura, del témenos la propria roccaforte: è una posizione non autentica, anche se forse potrebbe apparire come la difesa più astuta. In verità è una furbizia che si paga a caro prezzo: qui si rinuncia alla vita, là alla pienezza del vivere. La coscienza d’essere viene data in un dono solo a chi ha provato la disperazione. Quella disperazione, che è accettazione lacerante, e che porta alla rinuncia, intesa qui come sacrificio. Disperazione che nasce da un inesauribile conflitto interiore o da una opposizione inconciliabile. Il témenos è il limite che si definisce come una soglia nella nostra vita e nella nostra esistenza: all’uomo è richiesto di oltrepassare questa soglia, all’uomo si chiede di scegliere, di avere il coraggio di scegliere e dare un senso profondo e autentico al proprio tempo interiore.

3. La dignità della persona e i principi dell’etica

La persona è quel valore sul quale Rosmini fa ruotare le sue considerazioni sul rapporto tra filosofia morale e filosofia politica. Il riconoscimento della persona come valore o bene, è inserito in un più ampio riconoscimento che l’uomo ha dei diversi livelli metafisici dell’essere. In altri termini, contro il relativismo e «soggettivismo morale», Rosmini sostiene un «oggettivismo morale» in cui il «dover-essere» trova il suo criterio nell’«essere».

In questo orizzonte, il diritto si basa sulla morale e presuppone una persona, un autore delle proprie azioni. Affinché un essere si possa dire autore delle sue azioni, è necessario che ognuno, nella sua individualità irripetibile, possa scegliere liberamente di dare un senso alla propria esistenza. Il concetto di persona è il fulcro della concezione etica, filosofica, pedagogica e politica di Rosmini, poiché è sulla persona che egli si basa per criticare sia l’individualismo, il soggettivismo, il relativismo e l’utilitarismo degli empiristi e degli illuministi, sia quell’«universalismo idealistico» di tipo hegeliano che, «per affermare l’eticità della storia, fonda tutto nel pensiero e cade nel nichilismo».

Nell’Introduzione alla filosofia, nel paragrafo: Nichilismo dei filosofi che, come Hegel, fanno tutto consistere nel pensiero, Rosmini scrive: «Ecco l’origine del nichilismo hegeliano. Il nulla, onde Hegel fa uscire tutte le cose dell’universo, e nel quale le fa poscia rientrare, non è altro, preso alla sua origine, se non quello che non è divenuto ancora oggetto del pensiero, e che però è nulla al pensiero dell’uomo, e ritorna nel suo primitivo nulla, quando il pensiero cessa dall’atto consapevole».

Sullo sfondo della critica all’idealismo hegeliano, Rosmini elabora una concezione spiritualista della dignità della persona in cui l’uomo emerge come portatore di un autentico valore etico-religioso. La persona ha un profondo valore morale e da questo valore discende, da parte degli uomini, il dovere morale di rispettare gli altri in quanto persone. In tal modo, dal dovere deriva il diritto e si capovolge quella «dottrina funestissima di egoismo umano», secondo la quale «si volevano derivare i doveri dai diritti, anziché i diritti dai doveri». In breve: la «persona dell’uomo è il diritto umano sussistente». In nome della persona, Rosmini difende la libertà religiosa: «l’impiegare la forza esterna per costringere gli altri ad una credenza religiosa, sebbene vera, è un assurdo logico, è una manifesta lesione di diritto».

Profondo conoscitore dell’animo umano, Rosmini ammette che l’uomo possa giudicare in un modo, ma volontariamente scegliere il male e agire in altro modo in base alla «libertà di coscienza». La contraddittorietà del nostro comportamento è data dalla differenza tra la «coscienza morale» e la «scelta pratica». In altri termini, secondo Rosmini, è possibile che ci sia una «divergenza» tra ciò che giudichiamo moralmente corretto (ed è affermato dalla coscienza) e ciò che talvolta facciamo, sotto l’influsso della volontà e delle circostanze. L’uomo retto è colui che sa superare questa contraddizione: è colui che «giudica secondo coscienza alla luce dell’idea dell’essere» e orienta la propria volontà a partire da tale giudizio. Il giudizio della coscienza morale deve essere considerato diversamente e al di sopra del giudizio pratico, un giudizio che non porta all’azione, che non la influenza e non è operativo, ma si limita a rivelare all’uomo, di volta in volta, la qualità morale di quell’atto e la sua conformità alla verità.

Sullo sfondo di questa distinzione tra «giudizio pratico» e «giudizio speculativo», emerge un aspetto fondamentale dell’originalità della filosofia di Rosmini rispetto ai teologi moralisti del suo tempo. «Il solco che egli apre d’ora in poi si viene a fare sempre più marcato; infatti, è dalla definizione della coscienza che Rosmini fa derivare una conseguenza molto importante, anch’essa nuova perché in genere poco notata: il principio della moralità, che consiste nel riconoscimento dell’essere quale esso è, viene prima del principio della coscienza, che è un giudizio sulla correttezza etica di quel riconoscimento. Ci può essere nell’uomo una vita morale non accompagnata dalla coscienza della sua moralità, una zona morale dell’esistenza che continua ad operare prima che si formi la coscienza etica. In questi casi si agisce con una specie di senso o istinto morale, che precede la consapevolezza di una legge approvante o vietante l’azione e pertanto è incapace di darci un giudizio riflesso sull’azione. L’esistenza di questa sfera di moralità, che non raggiunge ancora i livelli della conoscenza riflessa e della coscienza, è confermata dalla dottrina rosminiana di una conoscenza diretta che precede la conoscenza riflessa e che fa brillare davanti all’intelletto la legge naturale insita in noi: legge che è partecipazione umana della legge divina».

Come può l’uomo passare da uno stato morale spontaneo senza coscienza all’agire con coscienza? Perché questo accada, occorrono tre elementi: a) una legge positiva; b) una tentazione dall’esterno; c) un linguaggio.

Secondo Rosmini, la legge positiva agevola il confronto tra l’azione e il senso morale innato nell’uomo, e risveglia questo «senso morale» dopo il peccato originale. La tentazione impegna il libero arbitrio ad agire. Il linguaggio traduce la «legge naturale» in «idee razionali», le quali risultano fondamentali per formulare il giudizio. La legge, inoltre, può essere razionale o positiva. La legge razionale ha la ragione della moralità in se stessa, la legge positiva nella volontà di chi è preposto ad emanarla, come un legislatore o un promulgatore. Se la volontà è quella di Dio, la legge positiva è sia dichiaratrice che sanzionatrice della legge razionale, perché la volontà di Dio è infallibile. Se la volontà è quella umana, essa deve attingere la sua forza morale dalla legge razionale per quanto concerne i fini, conservando pure un elemento arbitrario nell’indicazione dei mezzi da scegliere per raggiungere il fine, quando questi mezzi non siano già determinati dalla legge razionale, in quanto la volontà umana è fallibile. Le formule morali si riassumono nel riconoscere l’essere per quello che è nel suo «essere originario». L’essere da riconoscere, come si evince dalla Teosofia, pur essendo uno e originario, ha tre relazioni supreme interne. Per cui «riconoscere l’essere» significa riconoscerlo come «ideale» (verità), «reale» (realtà), «morale» (volontà). Il formarsi della coscienza umana attraverso il dinamismo delle leggi morali, nel corso della storia, rivela come la legge morale, pur restando sempre unica, si modifichi nel modo di trovare e di fissare l’obbligazione morale, mano a mano che sorgono questioni nuove alle quali bisogna applicare la legge nel corso del fluire del tempo.

Secondo Rosmini, «la retta coscienza è il primo mezzo della virtù», per cui l’uomo con retta coscienza diviene egli stesso «luce nel mondo», perché «la luce che è nell’uomo è la legge di verità e la grazia; la luce che è nell’uomo è la retta coscienza; […] l’uomo diviene luce, quando partecipa della luce della legge di verità mediante la retta coscienza a quella luce conformata». Ma come è possibile per l’uomo purificarsi dalla «falsa coscienza»? Rosmini indica sette massime che assumono il carattere di consigli utili all’uomo che intende dare un senso profondo e autentico alla propria esistenza nel corso del fluire del tempo:

- Desiderare il «bene», il «vero», il «giusto», cioè avere una «retta intenzione morale».

- Avere «il timore di perdere il bene morale», in quanto nessuno è certo di trovarsi in grazia di Dio.

- Essere sempre proiettati nella «ricerca libera e continua della verità» e rendersi conto che nella stessa ignoranza si può annidare il peccato.

- Evitare «ogni forma di pregiudizio».

- Amare e ricercare la sola verità nella sua «purezza» e nella sua «autenticità».

- Avere la cura costante di «purificarsi dai peccati» attraverso un continuo «esame di coscienza».

- Procedere con un’orazione incessante, affinché Dio intervenga per aiutarci nel nostro «tempo interiore» a vedere e purificare i «peccati occulti».

4. «Se desideri la sapienza, conserva la giustizia»

Come ha rilevato Augusto Del Noce, il Trattato della coscienza morale e i Principi della scienza morale di Rosmini assumono un ruolo profondamente attuale e particolarmente significativo, sia sotto il profilo etico, sia in un orizzonte filosofico. Secondo Del Noce, «la filosofia rosminiana è il punto di arrivo di una delle due grandi linee della filosofia moderna; e può essere oggi, forse, l’unico punto di partenza per una ricostruzione metafisica della filosofia». Rosmini supera «definitivamente la connessione tra ontologismo e razionalismo, in cui deve venire ravvisata storicamente la motivazione della crisi della filosofia di Cartesio e che aveva segnato il prodromo dell’Illuminismo». Proprio su questo motivo si delinearono le critiche dei neotomisti e di Rosmini; in tal senso, l’opera rosminiana è da considerarsi come «la più rigorosa critica dell’ontologismo che sia stata compiuta nella tradizione agostiniana».

Secondo Del Noce, la ricomposizione di esistenzialismo religioso, filosofia morale e ontologismo, cioè la ripresa dell’autentico agostinismo, si deve essenzialmente all’opera di Rosmini, poiché la sua filosofia ha avuto la funzione di liberare la prospettiva agostiniana dal contesto razionalistico in cui era inserita. Significativo, in tal senso, è lo scritto A proposito di una nuova edizione della «Teosofia» di Rosmini, dove Del Noce indica nella filosofia di Rosmini «la più rigorosa forma di ontologismo, separato dal razionalismo» e, allo stesso tempo, «la più rigorosa critica dell’ontologismo, nel senso di una posizione esposta al rovesciamento in razionalismo e in immanentismo».

Nell’orizzonte del primato dell’etica come «filosofia prima» e nell’orizzonte di un uso etico e politico della libertà e della giustizia, si delinea il significato più profondo e autentico del rapporto tra filosofia, etica, virtù e giustizia, così come ci viene indicato da Antonio Rosmini: «la disposizione più necessaria alla filosofia consiste in questo, che l’uomo pratichi la virtù; come nell’ordine di una scienza e di una sapienza più elevata sta scritto: se desideri la sapienza, conserva la giustizia, e Iddio te la darà». «Il riconoscimento dell’essere che conosciamo è il principio della giustizia».

Leggi l’articolo su Scienze e Ricerche: Andrea Gentile, Rosmini. Il silenzio della libertà, in Scienze e Ricerche n. 46, marzo 2017, pp. 20-24