Alle origini della bioetica animalista: dal dibattito nella Francia di Descartes alle leggi di tutela dei diritti degli animali nella Gran Bretagna vittoriana

Pur se le radici dell’etica animalista nel pensiero occidentale affondano nell’antichità, è nel XVIII secolo che l’attenzione ai diritti degli animali si fa viva e pulsante, soprattutto in Francia e in Gran Bretagna. Ma se Cartesio sostiene che gli animali rispondono come automi alle stimolazioni esterne e che non esperiscono dolore, Condillac, Voltaire e Rousseau proporranno interpretazioni ben diverse del rapporto tra i viventi umani e non umani. Sarà tuttavia l’Inghilterra il paese in cui la tutela dei diritti degli animali, ed un’etica animalista iniziata già all’epoca di Cromwell, si tradurranno in un’azione legislativa moderna e coraggiosa soprattutto in epoca vittoriana, quando Darwin e la sua teoria evoluzionista modificheranno per sempre l’assunto della presunta supremazia dell’uomo sul resto dei viventi.

Abstract

Although animal ethics in Western thinking is rooted in antiquity, it was in the 18th Century that attention to animal rights came alive, above all in France and Great Britain. However, while Descartes maintained that animals react as automata to external stimulation and do not feel pain, Condillac, Voltaire, and Rousseau proposed very different interpretations of  the relationship between human and non-human living beings. England is the country where the protection of animal rights – together with animal ethics developed during Cromwell’s time – evolved into modern and courageous legislative action, even more so during the Victorian Era, when Darwin and his evolutionary theory modified for ever previous assumptions on man’s supposed supremacy over other living beings.

1. La questione animale in Francia: dagli animali come automi all’affondo contro la vivisezione di Voltaire

Pur se le radici dell’etica animalista nel pensiero occidentale affondano nell’antichità, è nel XVIII secolo che l’attenzione ai diritti degli animali diviene oggetto del dibattito culturale, soprattutto in Francia e in Gran Bretagna. Per etica animalista intendiamo l’idea che alcuni, o tutti gli animali non umani siano titolari di diritti, del diritto alla vita in prima istanza e che i loro interessi elementari quali, ad esempio, quello del diritto a non soffrire, debbano vedere riconosciuta la medesima considerazione che viene attribuita all’analoga rivendicazione da parte degli esseri umani.

La ricostruzione storica mostra che colui che ebbe un’influenza determinante sulla concezione degli animali nell’Europa moderna fu Renè Descartes, le cui Meditazioni, scritte nel 1641, hanno influenzato la cultura europea sino al pieno Novecento. Egli concepì una teoria meccanicistica dell’universo, il cui approccio fu esteso alla questione della coscienza animale. Il cogito come capacità di coscienza appartiene, secondo il filosofo e matematico francese, solo agli esseri umani, mentre gli animali, privi di coscienza, sono semplici macchine. Solo l’uomo, infatti, ragiona e parla, mentre gli altri animali, come ad esempio i pappagalli, si limitano a riprodurre i suoni uditi, non elaborando razionalmente dei discorsi; ciò non dipende – argomenta Descartes – dal fatto che essi non abbiano organi atti alla fonazione, ma piuttosto dalla loro incapacità di elaborare il pensiero. Ecco perché, prosegue, persino i muti sono superiori agli animali, perché grazie alla ragione inventano segni che consentono loro di comunicare coscientemente, a dispetto della disabilità. Gli animali, invece, sono privi di ragione e di coscienza e soprattutto non esperiscono alcun dolore, malgrado sembrino manifestare sofferenza. Reagiscono infatti meccanicamente, come automi, ad una stimolazione materiale, come quando, toccando una molla dell’orologio, le sue lancette si muovono.

Nicolas Malebranche non si esprimerà in termini diversi quando sosterrà che gli animali sono esseri sostanzialmente inconsapevoli, pur riconoscendo loro quanto meno la capacità di soffrire.

Il clima culturale muta profondamente a distanza di un secolo e sarà l’abate Etienne Bonnot de Condillac ad inaugurare in Francia il dibattito in difesa degli animali, considerati esseri senzienti, nel 1755, pubblicando il suo “Trattato sugli animali” , in cui attribuisce ad essi le medesime facoltà umane, confutando la teoria cartesiana del loro automatismo e sostenendo che l’istinto in essi può essere assimilato all’intelligenza, così come le abitudini sono in realtà imputabili all’esperienza acquisita e non a meccanismi di mera reazione al mondo circostante. Solo qualche anno dopo Charles Bonnet si spingerà addirittura ad attribuire loro un’anima immortale, asserzione comprensibilmente rivoluzionaria per l’epoca.

Jean-Jacques Rousseau nel suo Discorso sull’ineguaglianza del 1755 considera gli animali come esseri senzienti che necessitano di essere trattati con lo stesso rispetto riservato agli uomini, in quanto entrambi espressione del medesimo ordine naturale. Nell’Emilio, Rousseau si sofferma, invece, ad analizzare il ruolo giocato dall’alimentazione sulle abitudini dei popoli, osservando che coloro che consumano molta carne sono di norma più feroci e crudeli di coloro che ne fanno poco uso, di qui il suo suggerire una dieta vegetariana come pratica di educazione alla vita pacifica ed al rispetto degli animali, opinione, questa, condivisa anche dal Voltaire, che si esprime nettamente contro la vivisezione, pratica ampiamente praticata e giustificata nel Seicento e nel Settecento:

«Prendiamo in esame allora il caso del cane che ha perso il suo padrone, che lo ha cercato ovunque con abbaiare insistente e disperato, che entra in casa turbato e inquieto, scende le scale, va di sopra; passa da una stanza all’altra, trova finalmente nel suo studio il padrone che ama, trasmette la sua esultanza con teneri uggiolii, saltelli e carezze. […].

Ci sono barbari che prendono questo cane, che supera così tanto l’uomo nella fedeltà e nell’amicizia, e lo inchiodano ad un tavolo per sezionarlo vivo […]. Tu puoi distinguere in lui gli stessi organi del sentimento che hai in te stesso. Rispondimi, meccanicista, ha forse la natura organizzato tutte le molle del sentimento in questo animale per non fargli percepire i sentimenti?»

Il dibattito in area francese tra età Barocca ed epoca dei Lumi, tuttavia, con poche, nobili eccezioni e nonostante il prestigio delle personalità che si erano pronunciate a favore della tutela dei diritti degli animali, non riuscì mai ad esulare dai confini di un generico auspicio di un trattamento più umano nei loro confronti e non si tradusse mai, purtroppo, su di un piano squisitamente giuridico. Si dovrà attendere il 1850,  per ottenere il primo testo per la protezione degli animali domestici, la Loi Grammont, adottata su proposta del deputato  Jacques Philippe Delmas de Grammont, ma il dibattito sulla crudeltà verso gli animali domestici sarà destinato a durare ancora a lungo, non pervenendo ad una convergenza definitiva riguardo alle tipologie di animali da inserire nella tutela della legge.

2. Il dibattito in Gran Bretagna dall’era di Cromwell alla fine del Settecento

Il paese in cui ebbe luogo lo spostamento dell’asse dell’interesse alla questione animale dall’ambito meramente speculativo a quello giuridico fu il Regno d’Inghilterra.

Sul piano filosofico, contro Descartes e la sua teoria degli animali come automi, si era già pronunciato John Locke argomentando nel suo scritto, Pensieri sull’educazione, del 1693, che gli animali possiedono sentimenti e che la crudeltà nei loro confronti non soltanto non è necessaria, ma risulta anche moralmente deprecabile.

La crudeltà, precisava l’inglese, è sempre tale da un punto di vista etico, sia se a soffrirne sono gli esseri umani, sia se lo sono gli altri viventi. Di qui l’importanza di educare i bambini a non torturare le altre creature, perché, sottolineava coraggiosamente l’autore, «l’abitudine di tormentare o uccidere gli animali indurirà la mente infantile anche nei confronti degli uomini».

I tempi erano ormai maturi per una trasposizione del problema del trattamento etico degli animali dal piano filosofico a quello giuridico. Secondo quanto riportato da Richard D.Ryder, la primissima legge approvata in Europa contro “la crudeltà verso le bestie” è quella del 1635 in Irlanda. Tale legge vietava di strappare la lana dalle pecore durante la tosatura senza l’utilizzo di appositi strumenti e proibiva di attaccare le code dei cavalli direttamente agli aratri. L’Inghilterra, tuttavia, comincia ad approvare leggi a tutela degli animali molto presto, e segnatamente quando i Puritani ascendono al potere tra il 1653 ed il 1659 con Oliver e Richard Cromwell. Le prime leggi furono approvate nel 1654, come parte degli ordinamenti del Protettorato retto da Oliver Cromwell, a seguito dei tormentati anni della Guerra Civile in Inghilterra. Cromwell detestava gli sport sanguinosi, come i combattimenti dei galli e dei cani, la tauromachia, largamente praticata in Gran Bretagna dal Medioevo al XIX secolo, e la corsa dei tori, che era ritenuta ammorbidire la carne delle bestie destinate poi al macello. Regolarmente praticati nelle feste e nelle fiere dei villaggi, questi “passatempi” si associarono ben presto all’ozio, all’ubriachezza e al gioco d’azzardo, tutte piaghe sociali condannate aspramente dal regime.

I puritani interpretavano il dominio biblico dell’uomo sugli animali (fondato sul tradizionale assunto della loro presunta inferiorità) non come una signoria della nostra specie sulle altre, ma piuttosto come una responsabile amministrazione delle creature del creato, scevra da abusi.

Le leggi approvate in epoca puritana contro gli “sport” ritenuti sanguinosi vennero, tuttavia, considerate come un’interferenza nei diritti dei singoli e quindi abolite durante la Restaurazione, quando Carlo II ritornò al trono nel 1660 .

Nel Settecento il dibattito sulla questione animale diviene nuovamente serrato, incentrandosi all’inizio sul valore etico del vegetarianismo, in merito al quale, come si è ricordato, si erano già espresse personalità del calibro di Rousseau e di Voltaire. William Paley, il filosofo e teologo inglese, noto al grande pubblico per l’argomentazione teleologica dell’esistenza di Dio mediante il ricorso all’analogia dell’orologiaio, si occupò anche degli animali come parte del disegno intelligente della creazione, sottolineando il valore etico dell’adottare stili di vita vegetariani come forma di rispetto verso gli altri viventi; altrettanto sosterrà il saggista Thomas Tryon, in cui è già presente in forma embrionale l’idea che gli animali non umani siano titolari di diritti. La lettura della sua opera più nota The way to health, pubblicata nel 1697, convinse Benjamin Franklin ad adottare il vegetarianismo.

Scriverà David Hume:

«È ridicolo negare una verità evidente, così come affaticarsi troppo a difenderla. Nessuna verità sembra a me più evidente di quella che le bestie son dotate di pensiero e di ragione al pari degli uomini: gli argomenti sono a questo proposito così chiari, che non sfuggono neppure agli stupidi e agli ignoranti».

Il giurista londinese Jeremy Bentham fu il primo a parlare ufficialmente di diritti degli animali, pur non equiparando, sul piano etico, gli umani alle altre creature viventi. Egli, infatti, argomenta:

«Si potrà un giorno giungere a riconoscere che il numero delle gambe, la villosità della pelle, o la terminazione dell’osso sacro sono motivi egualmente insufficienti per abbandonare un essere sensibile a un diverso fato. Che altro dovrebbe tracciare la linea invalicabile? La facoltà di ragionare o forse quella del linguaggio? Ma un cavallo o un cane adulti sono senza paragone animali più razionali e più comunicativi di un bambino di un giorno, o di una settimana, o persino di un mese. Ma anche ammesso che fosse altrimenti, cosa importerebbe? Il problema non è “possono ragionare?”, ma “possono soffrire?”.»

Bentham affronta qui un tema cruciale, quello del quanto debba essere tenuta da conto, dal punto di vista etico, la sofferenza animale, un antico tema risalente a Tommaso d’Aquino,che sarà poi ripreso da Kant. Sino a questo momento storico la sofferenza animale assume sì un certo rilievo, ma soltanto in maniera indiretta, come generico dovere di non far soffrire gli animali, con Beltham, invece, viene teorizzata – sul piano speculativo – la stigmatizzazione di un trattamento etico univoco verso tutte le specie animali, senza alcuna gerarchia di valore.

Non stupirà sapere che il giurista inglese fu un personaggio straordinario sotto molti punti di vista e che le sue idee – rivoluzionarie per l’epoca – abbracciarono gli ambiti più disparati: egli fu un influente teorico della filosofia del diritto anglo-americano, fu tra i fondatori dell’utilitarismo moderno, ma soprattutto fu propugnatore di una visione del diritto quanto mai moderna, se si pensa che nelle sue opere, famosissime all’epoca, si spese a favore della libertà personale, della separazione tra stato e chiesa, della libertà di parola, della parità di diritti per le donne, della tutela dei diritti dei disabili, dell’abolizione della schiavitù e delle punizioni fisiche; egli sostenne inoltre il diritto al divorzio, al libero commercio, alla difesa dall’usura e alla depenalizzazione della sodomia.

3. Il panorama legislativo e culturale in età vittoriana: il tormentato percorso dello jus animalium fino a Charles Darwin

In età vittoriana si assiste, soprattutto negli strati sociali più illuminati, all’affermarsi di una acuta sensibilità verso tematiche di carattere sociale quali la tutela di categorie fragili come quella degli anziani, delle persone affette da disagio mentale, dei bambini (si ricordi, a tal proposito la critica allo sfruttamento minorile nelle fabbriche mossa dallo scrittore Charles Dickens). L’attenzione alla questione animale e alla necessità di approvare delle leggi che ne tutelino i diritti, si inscrive anch’essa nella moderna sensibilità dell’Inghilterra di pieno Ottocento.

È esattamente questo il momento in cui possiamo parlare davvero della nascita di un’etica animalista. Prima del XIX secolo, infatti, c’erano stati sì processi per maltrattamenti in Inghilterra, ma solo in quanto il danno causato veniva considerato come lesivo della proprietà del legittimo possessore dell’animale. Un caso emblematico è quello di un processo tenutosi nel 1793 a carico di tal John Cornish, accusato di aver causato una macroglossia permanente ad un cavallo. Ebbene il giudice lo assolse sulla base della dimostrata assenza di manifesta ostilità nei confronti del proprietario dell’equino. Dal 1800 in poi, invece, si registrarono in Inghilterra molti tentativi di introdurre delle leggi miranti alla protezione degli animali in quanto soggetti titolari di diritti. La prima legge in tal senso fu quella proposta da un membro del Parlamento di origine scozzese, Sir William Pulteney, nel 1800 contro il bull-baiting, già messo al bando all’epoca di Cromwell, ovvero una sorta di tauromachia che prevedeva che i tori (o gli orsi, “bear bating”), venissero bloccati da tergo ed assaliti da grandi bull-dog inglesi. Lo “spettacolo” caro soprattutto alle classi popolari, spesso provocava vittime sia tra i tori, che tra i cani, a seguito delle ferite mortali inferte o ricevute. La legge proposta dal lord scozzese fu tuttavia battuta per soli due voti dall’opposizione, in quanto si disse che disprezzava gli svaghi delle classi lavoratrici. Un altro tentativo fu bocciato nel 1802 grazie all’opposizione, stavolta, del Segretario alla Guerra William Windham, che sostenne che il disegno di legge era supportato da Metodisti e Giacobini con l’intento di minare l’antico carattere inglese mediante l’abolizione di tutti gli sport rurali tradizionali (che – tra gli altri – prevedevano anche il badger-baiting, in cui la vittima predestinata era un tasso).

Un ennesimo tentativo, sempre nella Camera alta, fu compiuto da Lord Eskine, nel 1809, per l’approvazione di una legge che proteggesse i bovini ed i cavalli da ferimenti dannosi, crudeltà e percosse. Nel suo discorso al Palamento, egli sottolineò che gli animali erano trattati come proprietà e non come creature titolari di diritti. (“They have no rights. [It is] that defect in the law which I seek to remedy.”).

Il disegno di legge fu approvato dalla Camera dei Lord, ma respinto in quella dei Comuni su istanza ancora di Windham, che sostenne che l’entrata in vigore di una legge di tal natura avrebbe danneggiato le classi sociali inferiori, tradizionalmente “ datrici di lavoro “ degli animali.

Il 1821 fu la volta del disegno di legge sul Trattamento degli animali proposto dal colonnello Richard Martin, membro del Parlamento eletto nella contea di Galway in Irlanda che, al momento della presentazione nella Camera dei Comuni, fu accolto da risa e dileggio generali da parte dei colleghi, che ironizzarono sostenendo che la sua prossima mossa sarebbe stata proporre una legge di tutela per gli asini, i cani ed i gatti. Eppure, nonostante le difficoltà, la proposta legislativa denominata scherzosamente “Humanity Dick” (“Dick” è il diminutivo di “Richard” in inglese) dal re Guglielmo IV, fu sorprendentemente approvata, divenendo nota come “ Martin’s Act” destinata a restare la più importante legge a tutela degli animali in tutto l’Ottocento. Essa ottenne il consenso reale il 22 giugno del 1821 e divenne nota come “Act to prevent the cruel and improper Treatment of Cattle”, rendendo i maltrattamenti e gli abusi nei confronti degli animali (in particolare «battere, abusare o mal trattare qualsiasi cavallo, cavalla, castrone, mulo, asino, bue, mucca, giovenca, vitello, pecora o di altro bovino») dei crimini punibili con multe fino a 5 scellini, o due mesi di prigione

Legge e Brooman sottolineano che il successo del progetto di legge risiedeva tutto nella personalità di Martin che, incurante della ridicolizzazione da parte dei suoi colleghi, rispose con il medesimo senso dello humour, comprendendo che esso fosse il solo modo per catturare l’attenzione della Camera dei Comuni e far approvare la legge. Fu lo stesso deputato, successivamente, a condurre l’ asino, vittima di percosse, nella sala del tribunale in cui si celebrò il primo processo per maltrattamenti, innanzi a dei giudici stupefatti, che tuttavia multarono il venditore di strada, Bill Burns, reo del crimine, applicando la legge. Inutile dire che, com’era prevedibile, la stampa e la satira dell’epoca si riempirono di battute sulla “testimonianza” dell’asino.

Una serie di emendamenti successivi all’ Act to prevent the cruel and improper Treatment of Cattle, estesero la portata della legge, che divenne il Cruelty to Animals Act del 1835 e che, oltre a quanto previsto precedentemente, vietò anche il combattimento dei galli e dei cani. Ulteriori emendamenti ebbero luogo negli anni 1849 e 1876, facendo, di quella britannica, la legislazione più avanzata al mondo nel settore.

E tuttavia Richard Martin comprese ben presto che i giudici non prendevano sul serio l’applicazione delle nuove leggi approvate dal parlamento sui diritti degli animali. Egli decise così di promuovere la formazione di un’associazione volta a tutelare lo spirito della legge insieme a personalità del mondo politico e culturale del paese, quali Arthur Broome, Sir James Mackintosh, Sir Thomas Buxton, William Wilberforce e Sir James Graham. L’associazione che ne nacque fu la Society for the Prevention of Cruelty to Animals, con lo scopo di inviare ispettori nei macelli, quali, ad esempio, lo Smithfield Market di Londra, in cui il bestiame era venduto sin dal X secolo, oppure controllare che i cavalli dei cocchieri non subissero maltrattamenti. La Società divenne poi la Royal Society inglese nel 1840, quando le fu concesso uno statuto speciale ad opera della regina Vittoria, fortemente contraria alla vivisezione.

Sul piano culturale occorre rilevare che dal 1824 in poi vennero pubblicati in Gran Bretagna molti libri che si occupavano della questione dei diritti degli animali e non della loro sola protezione; penso in particolare a Lewis Gompertz, che nel suo Moral Inquiries on the Situation of Man and of Brutes (1824) argomenta che ciascuna creatura vivente, umana e non umana, ha i medesimi diritti e a Edward Nicholson capo della prestigiosa biblioteca Bodleiana di Oxford, che nel suo volume, Rights of an Animal (1879), contesta con vigore la teoria cartesiana degli automi ed invoca, per gli animali, i medesimi diritti naturali alla libertà e alla vita goduti dall’uomo.

Né il mondo letterario fu insensibile alla questione animale, se citiamo per tutti il celebre poeta Percy Bysshe Shelley, che scrisse ben due saggi in difesa della dieta vegetariana, per ragioni etiche e salutari, Una rivendicazione della dieta naturale, (1813) e Sul sistema della dieta vegetariana, pubblicato, per la prima volta, a più di cento anni di distanza dalla sua morte. 

Anche John Stuart Mill e Charles Darwin si espressero a favore dei diritti degli animali.

Il secondo, in particolare, nel suo celebre Sull’origine della specie del 1859, presentò la teoria dell’evoluzione attraverso la selezione naturale, sovvertendo la visione del rapporto – di presunta supremazia – tra l’uomo ed il resto del regno animale. Non soltanto gli esseri umani hanno diretta discendenza da altri animali, ma gli stessi animali possiedono anche una vita sociale, mentale e morale autonoma. Così annota lo scienziato nei suoi Taccuini del 1837: «Noi non amiamo considerare gli animali – che abbiamo reso schiavi – come nostri eguali. Non desiderano gli schiavisti considerare l’uomo nero di una specie diversa?».

La critica alle concezioni di possesso e dominio delle creature viventi da parte dell’uomo non poteva essere più lucida ed accorata.

4. Una chiave interpretativa: l’evoluzione del diritto inglese verso una giustizia interspecifica

La tematica dei diritti degli animali tra XVII e XIX secolo, rientra in quella più vasta dei cosiddetti nuovi diritti e dei nuovi soggetti di diritto che si va affermando nella cultura moderna. Storicamente parlando, nessun paese era pronto come l’Inghilterra dell’età vittoriana, allo snodo epocale del tributare ai viventi non umani una vera e propria tutela dei diritti, sanciti giuridicamente, che li sottraesse ad un generico e compassionevole riconoscimento del mero diritto all’esistenza. Sino ad allora, infatti, i timidi tentativi effettuati non erano riusciti a porre un rimedio efficace quantomeno ai maltrattamenti consumati nei luoghi pubblici. Perché il problema era esattamente questo: non concedere semplicemente un qualche rilievo morale agli animali che proibisse l’uso della crudeltà nei loro confronti, ma riconoscerli a livello giuridico, renderli visibili a livello legislativo. Bisognava pertanto ricercare una qualità che appartenesse a tutti gli esseri viventi e non solo ai viventi umani, una qualità che ne costituisse il minimo comune denominatore, una qualità che fosse il punto di partenza di ogni ulteriore fondamento morale e giuridico. Come si è intuito, tale ruolo non poteva essere svolto né dalla ragione, né dal linguaggio, né dalla capacità di autodeterminarsi; a parte il fatto che si sarebbe potuto obiettare che anche molti animali possiedono in qualche misura tali doti e che gli umani marginali ne sono privi in tutto, o in parte. Il discrimine che divide gli esseri che sono degni direttamente, per se stessi, di considerazione morale da quelli che non lo sono, non passa pertanto attraverso la ragione o la capacità di parlare, ma attraverso la capacità di soffrire, che è invece una caratteristica che accomuna tutti gli esseri umani, normali o marginali che siano, ed una peculiarità condivisa anche dagli animali. I precetti morali fondamentali della nostra civiltà sono tutti basati sul dovere primario di non far soffrire il prossimo, orbene, nella nozione di prossimo appare ineludibile il far rientrare anche tutti i non umani, in grado di sperimentare la sofferenza ed esserne consapevoli.
Possiamo dunque ritenere che gli animali siano destinatari di doveri diretti da parte dell’uomo in veste di diritti tutelati e non soltanto beneficiari indiretti di rapporti morali su base personale. Si apre così, con l’Ottocento inglese, la strada verso un nuovo e straordinariamente moderno concetto di giustizia, quello di una giustizia interspecifica, che coinvolge cioè i rapporti tra le diverse specie e che sostituisce la giustizia infraspecifica, vale a dire quella esclusivamente interna alla specie umana. La ragione per cui tale rivoluzione abbia luogo proprio in Inghilterra e non altrove, a mio giudizio, ha a che fare con la storia dell’evoluzione del pensiero scientifico nel paese, sviluppatosi in autonomia dalla Chiesa di Roma, a seguito dello scisma anglicano del XVI secolo, evoluzione che vede il successivo affermarsi del deismo e cioè della credenza in un Dio che non si occupa dell’uomo e che quindi, pur essendo il Legislatore nel mondo fisico, non lo è in quello morale. Sottesa è l’idea che l’uomo non sia collocato al vertice della creazione, ma che sia solo una delle articolazioni della creazione stessa. A ben vedere, il passo successivo è proprio la non distinzione tra diritti dell’animale e diritti dell’uomo: per una inesorabile legge di contrappasso, infatti, l’assolutizzazione-divinizzazione dell’uomo artefice del proprio destino e caratterizzato da un’illimitata fiducia nelle possibilità offerte dal progresso, assolutizzazione ottenuta negando l’esistenza di un Dio Creatore, si risolve nel declassamento dell’uomo a semplice prodotto di evoluzione biologica, al pari degli animali in Darwin.

Pertanto, la nascita della prima legislazione avanzata di tutela verso i viventi non umani in Inghilterra si può prestare a due chiavi di lettura: l’una filosofica, come ribaltamento darwiniano del concetto di uomo inteso come apice della creazione, l’altra giuridica, come evoluzione del diritto anglosassone verso forme moderne di diritto interspecifico, aperte alla regolamentazione e alla tutela dei rapporti tra specie diverse.

 

(Leggi l’articolo completo: Giovanna Potenza, Alle origini della bioetica animalista: dal dibattito nella Francia di Descartes alle leggi di tutela dei diritti degli animali nella Gran Bretagna vittoriana, in Scienze e Ricerche n. 45, febbraio 2017, pp. 43-48)