La pesca nei mari di Taranto tra età bizantina e normanna: aspetti sociali, politici ed economici

di Federica Monteleone, Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”.

L’obiettivo di questo lavoro è ricostruire la storia della pesca in Puglia tra età bizantina e normanna, partendo da un’analisi comparativa delle fonti pubbliche e private. Appare evidente come il consumo del pescato attirasse non solo gli interessi regi, ma anche quelli monastici, che risultano tra i principali proprietari degli impianti alieutici medievali. L’analisi di determinati documenti, soprattutto di natura ecclesiastica, ha consentito di attestare un’attività alieutica dinamica e di tracciare un primo profilo dei complessi aspetti legati all’organizzazione ittica: lo ius piscandi, i metodi e le tecniche di pesca, il possesso di barche, la natura della comunità dei pescatori, la grande varietà di pesce nella regione.

Abstract

The aim of this work is to reconstruct the history of Apulia fish culture, between the Byzantine and Norman age, moving from a comparative analysis of both public and private sources. It appears then evident that the consumption of fishery attracted not only the regal affairs, but also the monastic ones being the convents among the principal owners of the medieval alieutic fittings. The examination of some documents, mostly of ecclesiastical origin, has allowed to attest a dynamic fishing activity and to trace a first outline of the complex aspects of fishing organization: ius piscandi, methods and strategies of fishing, boats, fishermen’s communities, the great variety of fish in the region.

Antica colonia magnogreca, Taranto è conosciuta come la “città dei due mari” per la sua posizione geografica, a cavallo tra il Mar Grande e il Mar Piccolo. Le caratteristiche fisico-chimiche e geologiche, che permettono l’allevamento di una grande varietà di pesci stanziali e la coltivazione dei mitili, rendono la città di Taranto naturalmente vocata a quella che Henri Bresc chiama una vera e propria “agricoltura marina”, praticata sin dai tempi della dominazione bizantina, e poi di quella normanno-sveva, attraverso le piscarìa o piscara, delimitate da una palificazione confitta nell’acqua, sulle quali i titolari o i rispettivi concessionari o fittavoli esercitavano lo ius piscandi. Nonostante non si conosca con precisione il numero esatto delle peschiere nei due tratti di mare, a causa della continuità tra una peschiera e l’altra e delle scarse informazioni sulla collocazione dei pali per la rispettiva delimitazione, la documentazione notarile di natura privata e un consistente gruppo di atti pubblici ha consentito non solo di illuminare determinati aspetti dell’organizzazione ittica, come i rapporti istituzionali relativi alla gestione delle piscaria, le tecniche di pesca, il tipo di pescato, il possesso di barche e la natura della comunità dei pescatori, ma soprattutto di rilevare il ruolo della Puglia come fonte di approvvigionamento ittico per i monasteri del Mezzogiorno, interessati a possedere peschiere in grado di fornire il pesce soprattutto durante i periodi della Quaresima e dell’Avvento.

Appare così evidente come il consumo del pescato, unito al suo significato simbolico ed ideologico, attirasse gli interessi degli enti ecclesiastici, che risultano tra i principali proprietari o affittuari degli impianti alieutici pugliesi durante l’Alto Medioevo, accanto ad un certo numero di privati, come si ricava dalle chartae, che offrono utili informazioni per l’identificazione dei luoghi e notizie sui vari aspetti dell’attività alieutica che vi si svolgeva.

A partire dal 967, con la ricostruzione della città ad opera del basileus Niceforo II Foca (963-969) e l’elevazione a sede arcivescovile, Taranto diventa un centro importante per il rifornimento ittico del Mezzogiorno: ciò anche in conseguenza di un nuovo impianto urbanistico e difensivo. Il recente inventario analitico-informatizzato dell’Archivio Storico Diocesano ha offerto nuove opportunità di approfondimento su un tema per il quale non esiste ancora una bibliografia d’insieme adeguata. Un numero discreto di documenti attesta l’esistenza di vivai di pesca attorno alla penisola e l’importanza della pesca nel quadro dell’azione bizantina collegata al mare e allo sfruttamento delle sue risorse. Lo sviluppo delle attività commerciali marittime e di quelle più strettamente produttive, collegate all’esercizio della pesca e allo sfruttamento delle saline, era stato determinato «dalla relativa autonomia che il governo bizantino aveva lasciato in sede locale, ma ancora più dal collegamento che la produzione pugliese poteva trovare con le grandi correnti di traffico internazionale sui mercati dell’Impero». Ciò spiega l’interesse soprattutto da parte dei grandi monasteri della Basilicata (SS. Trinità di Venosa, Santa Maria di Pisticci, Sant’Arcangelo di Montescaglioso) e della Campania (San Lorenzo di Aversa, SS. Trinità di Cava dei Tirreni) a stabilire numerose dipendenze con le peschiere presenti nel golfo ionico.

I documenti riguardanti le concessioni normanne di peschiere tarentine o relative a diritti di pesca nei mari di Taranto provengono essenzialmente dagli archivi ecclesiastici, in particolare dall’Archivio Storico Diocesano di Taranto e costituiscono, sotto diversi profili, testimonianze di grande importanza, in quanto rappresentano la memoria storica della Chiesa tarantina e del suo clero impegnato nel corso dei secoli in attività liturgiche ma anche economiche.

In età normanna risultano possedere peschiere per l’allevamento del pesce, lungo il Golfo di Taranto, numerosi istituti monastici della città, che in alcuni casi le affittano a privati o ad altri enti ecclesiastici del Mezzogiorno, per un periodo di tempo determinato.

Sul finire del X secolo, il cenobio di S. Pietro Imperiale di Taranto annovera tra i suoi possedimenti tre navi e alcuni vivai; tali beni passano in concessione al protospatario Cristoforo Bocomaca come ricompensa per l’eroismo dimostrato durante le ultime incursioni arabe, per poi ritornare al cenobio alla morte sua e del figlio. Nel giugno 1080 lo stesso monastero di S. Pietro Imperiale riceve in concessione una peschiera dal duca Roberto il Guiscardo, con l’obbligo di corrispondere al sovrano la decima sulle entrate derivanti dalla produzione del pesce (la percentuale dei redditi statali non fu sempre la decima parte delle rendite, ma poteva consistere anche in una parte minore o essere sostituita con somme annuali prestabilite). Nell’ottobre del 1087 Boemondo I di Antiochia conferma allo stesso monastero la donazione di alcuni beni effettuata da un certo Leone figlio di Davide, consistenti nella quarta parte del piscarium denominato «de Gaitza», una grotta posta vicino alla porta piccola, nei pressi del monastero di San Giovanni Battista; conferma inoltre la donazione di due vigne, l’una denominata «de Scaltzatitzo», l’altra sita «ad Paretas», nonché della porzione che il suddetto Leone possedeva presso il fiume Tara. Gli stessi beni, incluse le peschiere, ritornano in un diploma del 19 agosto 1090, in cui, alla presenza dei testimoni Berardo, arcivescovo di Otranto, e Godino, arcivescovo di Oria, Boemondo I riconferma all’abate Oderisio di Montecassino la donazione del cenobio di S. Pietro Imperiale, già fatta dal padre al defunto abate Desiderio e ne determina le pertinenze: «cum terris, vineis, agris cultis et incultis, pratis, pascuis, silvis, olivetis, aquis aquarumque decursibus … Insuper etiam totam decimam nostram frumenti, vini, olei, … piscium piscarium, quas vel nunc illic habeo, vel deinceps habiturus sum».

Tra il 1115 e il 1121 Boemondo II e la madre Costanza, vedova di Boemondo I, donano terre e peschiere al monastero di S. Pietro dell’Isola Grande e, nel 1123, riconoscono al priore della chiesa tarantina di San Benedetto «iuxta portam Terraneam» l’esclusiva del diritto di pesca nel mar Piccolo.

Nel 1133 Ruggero II conferisce una peschiera alla chiesa vescovile di Taranto, dello stesso tipo di quella donata al vescovo di Cefalù, mentre in un altro documento del 1194, la concessione di peschiere da parte di re Guglielmo III è esonerata dalla tassazione: il monastero tarantino di Santa Maria del Porto, che viene dotato di una barca e di due pescatori, vi avrebbe potuto esercitare la pesca «pro substentatione abbatis et fratrum eiusdem monasterii», nel mar Piccolo e nel mar Grande, «libere et sine aliqua datione, sine aliqua tertia, que de consuetudine curie nostre debetur». Dello stesso tenore è il diploma con cui Guglielmo I aveva confermato una concessione fatta in precedenza da Boemondo II al monastero di Santa Maria di Valle Josaphat, che avrebbe avuto la facoltà di esercitare la pesca con una barca e due pescatori «ad sustentamentum fratruum», e senza corrispondere la «tercia piscationis». Il documento mostra come anche chiese molto lontane fossero interessate a possedere peschiere nello Ionio: già dotato di vigne e di orti nella valle di Josaphat, il monastero di Santa Maria poteva trarre il pesce necessario al suo sostentamento interno; non sappiamo però se l’alimento entrò anche nel commercio che aveva luogo nel foro antistante l’ospizio ad essa adiacente.

Gli interventi dei signori normanni nell’organizzazione del controllo delle acque marine e del loro sfruttamento attraverso la concessione di peschiere e diritti di pesca ai monasteri locali dovette creare una serie di diritti stabili e duraturi, come confermano alcuni diplomi di prima età sveva. Nel 1196 (11 giugno) Enrico VI concede al Capitolo della Cattedrale di Taranto alcune decime e gli conferma il possesso delle peschiere precedentemente ottenute o acquistate prima della morte di Guglielmo II il Buono (16 novembre 1189); nel 1198 l’imperatrice Costanza, riprendendo il diploma del marito Enrico VI, riconferma alla Chiesa di Taranto, nella persona dell’arcivescovo Angelo, tutte le concessioni fatte dai Normanni e tutti i privilegi e le decime dagli stessi concessi.

Il rifornimento del pesce ai monasteri era assicurato dunque dalle proprietà di peschiere che essi avevano soprattutto lungo il litorale tarentino. La pescosità delle acque e la florida economia legata al commercio del pesce aveva spinto vari monasteri del Mezzogiorno d’Italia a chiedere ai signori normanni diverse concessioni nel Golfo di Taranto.

Nel 1064 l’abbazia della SS. Trinità di Venosa ottiene da Goffredo, conte di Taranto, per suffragio dell’anima del gran conte Petrone, suo padre, il diritto di tenere una barca «pro piscando» nel mar Piccolo; il conte Pietro II di Trani, suo fratello, conferma la suddetta donazione. Nel 1082 il duca Roberto il Guiscardo dona al monastero benedettino di San Lorenzo di Aversa la chiesa di S. Oronzo di Taranto e una peschiera che era già appartenuta ad un certo Landone vicecomes di Taranto e che probabilmente era sita nel mar Piccolo. Nel 1092 il duca Ruggero Borsa conferma le concessioni già fatte dal padre Roberto al monastero di S. Lorenzo di Aversa e le accresce: «Concedimus … etiam sanctum Aruncium de Tarento cum omnibus pertinentiis suis, et ibidem quinque piscatores videlicet Amicum … et Lucam … et Maurum et Georgium … et Angelum …; ut isti supradicti homines heredes et successores eorum liberam potestatem habeant piscandi in mari parvo et magno et terciariam et omnes consuetudines quas nostre rei publice dare et persolvere debent, in iamdicto monasterio … reddere libere et persolvant. Confirmamus … unam plancam que fuit Landonis predicte civitatis vicecomitis». Sono dunque assegnati al monastero cinque pescatori di Taranto, ai quali si riconosce piena libertà di pesca nel mar Piccolo e nel mar Grande, ma con l’obbligo di corrispondere alla nuova autorità signorile quanto in precedenza veniva corrisposto alla curia ducale, cioè le offerte consuetudinarie e la terza parte del pesce pescato. Il diploma viene sottoscritto anche da Boemondo.

Anche il monastero della SS. Trinità di Cava dei Tirreni esercitava diritti di pesca sul litorale tarantino dove risulta possedere una peschiera denominata «Patenusci», sul mar Piccolo (la stessa peschiera è menzionata più tardi, il 13 gennaio 1274, in una concessione di Carlo I d’Angiò alla Chiesa di Taranto). Nel marzo 1126 il monastero di Santa Maria di Pisticci riceve da Boemondo II, principe di Taranto e di Antiochia, per la salvezza dell’anima dei suoi genitori e per la mensa dei monaci, «barcam unam semper et in perpetuo ad piscandum in mare magno et mare parvo nostrae civitatis Tarenti», e le entrate sul pescato sono libere «ab omni redditu et tributo».

Il monastero di S. Arcangelo di Montescaglioso, che già basava la sua forte attività commerciale su un gran numero di peschiere nel territorio di Metaponto, risulta proprietario di una peschiera nelle acque tarantine. Nel 1127 il duca Ruggero, di fatto, aveva concesso all’abbazia il diritto di pesca nel mar Piccolo e, accogliendone l’istanza di ricevere «aliquem piscatorem apud Tarentum», gli concede «Nicolam Canerium cum suis haeredibus et omnia sua familia».

Il fatto che il commercio del pesce a Taranto sia stato a medio e lungo raggio si evince anche da una serie di documenti relativi al possesso di peschiere da parte di numerosi privati. Così, per esempio, nell’aprile 971 un certo Leone Ecmaloto insieme con i figli Cristoforo e Calocirio donavano al venerabile monastero dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, a suffragio delle anime dei propri parenti, la metà di una peschiera posta presso un’altra appartenente a un tale Curtice protopapa, tra il mar Piccolo e il mar Grande. Nel 984, nella persona del suo egumeno Simone – il primo di cui conosciamo il nome – il monastero di S. Pietro Imperiale ricevette la metà di un’altra peschiera da una monaca chiamata Domnella, che assegnava l’altra metà ai nipoti Mansuro Nicola e Giovanni. In un documento del dicembre 1175, conservato nell’Archivio Arcivescovile di Taranto, si legge che Tarantina, figlia di Giovanni Cinnamo, gravemente ammalata, dispone che Miliardo, suo nipote, erediti tutti i beni mobili ed immobili da lei posseduti dentro e fuori il territorio di Taranto, ad esclusione degli ulivi ubicati in località Petrulo e della propria parte di una peschiera, di cui istituisce erede Gioannoccaro, figlio di Petrone, suo nipote. Nel 1130 il vescovo di Canne, Andrea, e due giudici si dividono liberamente, per metà, un tratto dell’Ofanto e i diritti di uso delle sue acque; a Canne, ancora, nel 1011, Giacinto, figlio di Catone, vende a un prete la metà che gli appartiene «de aquis in mare in loco Zappeneta», proveniente in eredità dai suoi genitori e l’altra metà appartenente a suo fratello.

Il dossier di documenti pubblici e privati mostra come la concessione di diritti di pesca e di peschiere ai monasteri da parte della Corona (come anche di redditi provenienti dall’apparato fiscale del Regno o dalle attività economiche soggette al monopolio statale, come le dogane, le saline, le riserve demaniali e le tonnare) rientrava in quella politica di sostegno economico che i sovrani normanni, poi svevi e angioini, attuarono nei confronti della Chiesa del Mezzogiorno. Lo ius piscandi, compreso fra le regalie minori, era concesso a vario titolo a feudatari o ad enti religiosi che riscuotevano particolari diritti su ogni tratto di mare. La gestione diretta della gabella riguardava, oltre il pescato, anche la vendita e la salagione del prodotto ittico, ma nelle fonti del Mezzogiorno si trovano scarse notizie circa il valore aggiunto relativo alla lavorazione e alla commercializzazione del pesce. Questo sistema fu uno dei fattori determinanti del declino dell’attività peschereccia meridionale: essa rimase nell’ambito della pura sussistenza, mentre non si sviluppò la pesca destinata al mercato, diversamente da quanto accadde nei mari nordici, anche perché i sistemi di salagione erano rimasti arcaici.

La consapevolezza dei “fini politici” che i Bizantini avevano perseguito nella concessione delle peschiere, nonché la volontà di assicurarsi l’appoggio del papa e di crearsi una base di consenso tra la popolazione, indussero i Normanni, una volta subentrati al dominio bizantino, a concedere vari beni locali e, tra questi, pure le peschiere, ai numerosi monasteri benedettini che vennero sorgendo in Puglia, a cenobi lontani, a chiese locali ed anche a privati.

Con l’avvento dei signori normanni, le condizioni giuridiche del diritto di pesca subiscono una profonda trasformazione: mentre i Bizantini avevano lasciato una certa libertà nella gestione delle superfici di acqua e delle peschiere, i Normanni, al contrario, concentrano i diritti di pesca nelle mani del sovrano, che li amministra come regalia, concedendo a soggetti pubblici e privati uno spazio per le attività alieutiche e tassando le relative entrate. Per quanto riguarda l’attività di pesca, normalmente il tributo consisteva nella terza parte del pescato, che veniva prelavato come imposta dai griparii. Un documento del 1122 emanato da Costanza d’Altavilla evoca proprio questi «ministri qui iura nostra Maris Parvi tenebant».

Nella documentazione non troviamo alcuna descrizione delle peschiere, ma, in alcuni casi, c’è una particolareggiata indicazione delle loro denominazioni e delle loro pertinenze, finalizzata a precisare la natura dei diritti concessi ai vescovi e ai grandi monasteri e a difenderli contro eventuali usurpazioni, anche in considerazione del fatto che spesso le risorse ittiche di alcune località dovettero essere condivise da diverse istituzioni religiose. Inoltre si rileva come, rispetto alla pesca in mare aperto, sembra preferirsi l’utilizzo di piscarie, intendendo con questo termine un tipo di pesca costiera in un bacino di acqua delimitato da sbarramenti di pali e di canne, al fine di orientare il pesce verso le trappole o le zone dove veniva prelevato con le reti, e mezzo sicuro per assicurarsi un costante e regolato rifornimento.

Sulle tecniche di pesca praticate lungo la costa pugliese siamo scarsamente informati; alcuni documenti attestano due modalità di pesca: la prima praticata tramite l’uso di imbarcazioni e la seconda a piedi, ambulando. Nel 999, nel mar Piccolo, il monastero di S. Pietro Imperiale dispone di tre piccole barche nei suoi vivaria, e il loro uso è sottolineato nella conferma generale dei possedimenti dell’arcivescovo di Taranto da parte di Enrico VI nel 1196; nel 1100 l’uso di imbarcazioni è rilevato in un documento proveniente da Brindisi e in un diploma di Federico II a favore della cattedrale di Otranto. L’altro tipo di pesca era praticato invece, generalmente, lungo la costa, senza l’uso di imbarcazioni, a piedi, con reti o con strumenti simili a quelle che oggi sono chiamate nasse, ossia delle trappole mobili assomiglianti ad una gabbia: in un documento del 1122 Costanza e Boemondo autorizzano i monaci del monastero di San Benedetto a praticare questo tipo di pesca in una porzione di mare loro concessa nel mar Piccolo, a venti metri di profondità, e negando loro l’uso di qualsiasi imbarcazione: «sic tamen ut pedibus ambulando, non aliqua navi vel barca ipsa piscatione fruantur». È proprio l’uso e il numero delle reti ad essere soggetto talvolta a restrizioni, come accade all’imbocco del lago di Lesina verso la fine dell’XI secolo: il conte di Civitate e di Lesina concede al monastero di San Liberatore «unum rete nicosse in foce Lesinensi». Nel 1119 il conte di Lesina offre al monastero di Santa Maria di Tremiti «unum starium de nicossa in fuce nostra post canitium ab ipso repullo».

Come è stato dimostrato per la Campania e la Calabria, anche in Puglia l’attività di contadini-marinai è da comparare a quella di contadini-pescatori, per i quali la pesca costituiva una necessaria integrazione alimentare nel sostentamento della famiglia. Più generalmente in Italia, fino alla metà del XVII secolo, le pratiche piscatorie appaiono complementari ad altre attività lavorative, soprattutto all’artigianato e alla coltivazione dei campi. Lo sfruttamento delle risorse del mare per uno stretto autoconsumo, che solo di rado superava il livello di mera sussistenza, portò a praticare la pesca dall’intero nucleo familiare e da una generazione all’altra, secondo un modello di organizzazione professionale risalente alla tarda antichità. In un diploma del 1114 Costanza, moglie di Boemondo I, concede al monastero di S. Pietro Imperiale un solo pescatore, «Martinus piscator», adibito a fornire il pesce necessario all’alimentazione di ben 102 «homines» del cenobio. Nello stesso periodo anche il monastero di San Vincenzo al Volturno riceve, con atto privato, due pescatori, Altino e Palombo, per la pesca delle seppie nelle acque di Siponto e, nel 1115, un pescatore di Gallipoli è “assegnato” al monastero di Santa Maria di Nardò. Come risulta anche da altri documenti, a partire dal periodo normanno, si instaurano dei diritti signorili su coloro che esercitano l’attività di pesca, per i quali i pescatori, di cui si fa alcune volte il nome, si vengono a configurare come dipendenti ereditari e, pertanto, sono “concessi” con i loro beni e con i loro discendenti. Questi pescatori versano dei tributi che, a seconda dei casi, possono essere di natura diversa: un atto di Enrico de Ollia, signore di Varano, attesta l’offerta al monastero della SS. Trinità di Cava dei Tirreni di due pescatori, «unum naturaliter videlicet Mangum nomine de Basilii, se suisque heredibus cum omnibus suis rebus quibus mihi dare solitus fuit et reddere de eadem piscaria» e di un altro, che dovrà rendere al signore «illas noctes de nostra capturam quas soliti sumus capere», cioè una parte della pesca notturna. Pescatori “occasionali” si riscontrano invece a Castellaneta, dove, nel 1200, «mores et veteres erant in flumine Laci ut piscatores vel quisque voluerit iret in flumine Laci predicti ad piscandum salvo iure dominico». I pescatori dunque sono soggetti al pagamento di un tributo dovuto all’autorità pubblica: la gabella piscium, tassa pagata da chi porta il pescato, consisteva nel terzo del prodotto. In alcuni casi i proventi signorili sulla pesca sono donati ai monasteri: nel 1081 il conte Riccardo Siniscalco dona all’abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni la terza parte dei pesci della sua peschiera del Patemisco; nel 1181 Tancredi di Lecce dona al monastero dei SS. Niccolò e Cataldo 400 ducati annuali derivanti dai prodotti della pesca.

La varietà terminologica con cui sono indicati i tributi signorili relativi alla pesca (sors curie, ius dominicum, consuetudo, tributum, datio, affidatura) dimostra come i proventi dell’attività alieutica rientrassero nell’insieme dei proventi della baiulatio, incamerati in modo diretto ed ordinario dalla regia curia.

Dalle testimonianze finora raccolte risulta che i signori normanni prestarono grande attenzione allo sfruttamento di quella fonte di ricchezza che era il mare. La concessione di peschiere ai vari enti ecclesiastici del Mezzogiorno d’Italia rientrava in un più ampio quadro di sostegno economico da parte dei sovrani alla Chiesa del Mezzogiorno: attraverso di essa si mirava a garantire la gestione delle sedi vacanti da parte del potere temporale e il passaggio di una quota d’eredità dei prelati defunti nelle mani dell’amministrazione reale. Tuttavia la frammentarietà e l’incompletezza della documentazione non consentono di fare stime quantitative sicure. Certamente, tra le zone di pesca, Taranto sotto il dominio normanno diventò «una specie di capitale o paradiso della pesca»; il porto, invece, a partire dal 1071 (data in cui i Normanni si installarono stabilmente nella città), perse via via d’importanza a vantaggio dei porti adriatici di Otranto, di Brindisi, e di Bari come porto mercantile. Ciò anche in seguito alla decadenza della via Appia e dello sviluppo della Traiana, che consentiva a mercanti, pellegrini ed eserciti di raggiungere più facilmente le coste adriatiche.

Sulla tipologia del pescato si trovano poche testimonianze nelle fonti di età bizantina e normanna. Nella zona garganica, soprattutto nelle imboccature dei laghi, che sono i luoghi di cattura più agevoli, è attestata la presenza di anguille, spesso menzionate a proposito dei censi in natura richiesti nei contratti “a livello”: nel 944 l’abate Maielpoto concede per quindici anni al giudice Urso e al chierico Alfano i beni in Lesina, per la somma di «auro solidos tres bonos bizantios inter ythiatos et sculicatos et bene pesantes, et anguille bone sicke quadringente»; nel 987 l’abate Mansone concede le peschiere di Lesina per cinque anni a Landenolfo, vescovo di Lucera, a Kadelaito di Giovanni, a Guisenolfo, a Giovanni, a Kadelaito di Alfano, in cambio di «pisces seu anguille». Un altro prodotto della pesca è costituito dalle seppie, che venivano generalmente essiccate e raccolte in legature da quaranta unità. Nel 976 San Vincenzo al Volturno gode di diritti di pesca all’imboccatura dell’Ofanto, dove si producono «octo ligatura de sippie sicce»; nel 1030 i giudici Pietro e Bocco, in una contesa contro il vescovo di Canne, rinunziano ad ogni possesso, riservandosi solo il diritto «per tempore piscationis quando sunt ipse kyppe», nella misura di un terzo del pescato, mentre gli altri due terzi restano all’episcopio. Nel 1107 sono menzionate anche cozze e ostriche.

Nel basso medioevo la documentazione è più ricca di notizie. I documenti della cancelleria angioina evidenziano, ad esempio, come il mare di Taranto costituisse una fonte di approvvigionamento di pesce per la mensa reale di Carlo I d’Angiò: oltre alle acciughe, che venivano salate, troviamo menzionate orate e cefali. A partire dal XV secolo, nel mar Piccolo è attestata la coltivazione delle ostriche e delle cozze, attaccate ai pali che delimitavano le proprietà delle relative peschiere.

Il numero degli impianti di pesca ricordati dalle fonti è, come si è visto, non trascurabile, mentre non si hanno elementi sufficienti in merito alla loro gestione attuata dagli enti ecclesiastici. Dai contratti di locazione di piscarie sembra che gli istituti ecclesiastici ricorressero anche a forme di gestione indiretta degli impianti alieutici, probabilmente anche a causa della loro costosa manutenzione.

Oltre che alle peschiere, mezzo sicuro per assicurarsi un costante e regolare rifornimento di pesce, gli interessi monastici erano rivolti anche alle saline, proprio in considerazione dell’estrema deperibilità dell’alimento. Uno dei problemi principali nell’ambito specifico degli approvvigionamenti ittici era quello del trasporto del pesce, in recipienti o contenitori ceramici, dalle zone che potremmo chiamare “produttrici” a quelle “consumatrici”. La conservazione sotto sale fu uno dei procedimenti più utilizzati, soprattutto durante il periodo estivo, quando non si poteva contare sulla presenza della neve.

L’analisi della documentazione relativa alla proprietà delle saline da parte non solo di enti ecclesiastici, ma anche di privati socialmente elevati (milites e giudici) e, molto spesso, appartenenti a più membri di una stessa famiglia, meriterebbe una trattazione a parte. In questa sede è sufficiente ricordare come, analogamente a ciò che accadeva per le peschiere, svariati enti ecclesiastici risultano possedere saline comprese in territori non soggetti alla loro diretta signoria. Dalla fine dell’XI secolo i monasteri di San Clemente di Cesauria e della SS. Trinità di Cava dei Tirreni possiedono saline presso Lesina e Taranto. Le principali zone di produzione del sale si trovano lungo tutta la fascia adriatica a sud di Siponto fino alla foce dell’Ofanto, nei pressi di Barletta e di Canne, dove non mancano anche attestazioni di proprietà private, in particolare signorili.

Importante piazza commerciale, grazie alla sua posizione sul mare, Taranto continuerà, anche nei secoli successivi, a beneficiare della risorsa alieutica, convogliando nei suoi mercati gli interessi agrari e mercantili con quelli legati alla pesca, componente fondamentale della sua cultura. Nonostante le alterne vicende politico-militari, la regione del Regno di Napoli diventerà una privilegiata piattaforma di scambio all’interno del sistema di affari dell’Adriatico. Il passaggio al demanio regio rappresenterà un’ottima occasione per la cittadina ionica per il raggiungimento di quella “maturità istituzionale”, che le permetterà di ridefinire i rapporti tra comunità locale e regno e di consolidare, in tal modo, il suo ruolo di primo piano all’interno del sistema di scambi commerciali.

(Leggi l’articolo completo: Federica Monteleone, La pesca nei mari di Taranto tra età bizantina e normanna: aspetti sociali, politici ed economici, in Scienze e Ricerche n. 45, febbraio 2017, pp. 17-25)