Informatica: sostantivo femminile?

L’informatica è donna?

Non sembrerebbe proprio così secondo quanto ci dicono i dati sulla presenza delle donne nel mondo dell’informatica. Solo per rendere l’idea, uno studio dell’Università Ca’ Foscari di Venezia riporta che le ragazze iscritte all’Information & Communication Technology (ICT) nelle Università del Veneto per l’anno accademico 2010-11 erano esattamente 144 rispetto ai 782 colleghi maschi, ossia solo il 15,55% dei nuovi iscritti. Anche per quanto riguarda l’Ateneo Fiorentino, se si osservano le percentuali di immatricolazioni femminili a partire dall’anno accademico 2001/02 sul totale delle immatricolazioni dei Corsi di Laurea in Informatica e Ingegneria Informatica (Figura 1), per Informatica (INF) il numero delle ragazze passa da un minimo dell’8% ad una punta massima, isolata, del 20% mentre per Ingegneria Informatica (ING-INF) si va da un minimo del 5% a un massimo del 15%. Questa situazione è specifica di questi due corsi di laurea e non è generalizzabile a tutte le discipline tecnico-scientifiche: infatti, le ragazze iscritte ai corsi di laurea della Scuola di Scienze Matematiche Fisiche e Naturali (SMFN) si attestano attorno ad una percentuale del 50% e anche quelle iscritte ai corsi di laurea della Scuola di Ingegneria (ING) sono almeno il 20%.

Eppure le origini di questa disciplina non hanno niente di marcatamente maschile e sono molto più antiche del termine informatica, coniato solo negli anni Sessanta del secolo scorso dalla fusione delle parole informazione e automatica, con riferimento al trattamento automatico dell’informazione tramite calcolatori elettronici.

Per risalire a queste origini, è necessario conoscere da vicino una donna dal vivace intelletto, appassionata di matematica e di meccanica che nacque, visse e morì nell’Inghilterra dell’Ottocento: Ada Byron contessa di Lovelace (Figura 2). Durante la sua breve vita Ada fu capace di lasciare testimonianza di quelle importanti intuizioni che getteranno molto tempo dopo le fondamenta dell’informatica.

A lungo ignorata, l’opera di Ada Lovelace venne riconosciuta ufficialmente solo nel 1979 quando il Ministero della Difesa degli USA rese omaggio alla memoria e all’opera di questa scienziata, connotando di un tratto poetico, un linguaggio di programmazione cui fu attribuito il nome “Ada”.

Ma l’embrione dell’informatica si era formato ben un secolo prima nella mente di Ada Lovelace. In un’epoca in cui alle donne, anche a quelle delle classi più agiate, non erano certo concesse le stesse opportunità offerte agli uomini, e ancor meno nel campo della formazione scientifica, Ada Lovelace spicca per la modernità della sua figura e, purtroppo, anche per l’attualità della sua storia. Una storia straordinaria per i tempi, forse resa tale anche da una buona dose di coraggio, certamente alimentato da una non comune capacità intellettuale e tuttavia, non scontato nel contesto storico, sociale e culturale dell’Ottocento. Ma ad emergere con la figura di Ada è anche il richiamo all’attualità di una disciplina, l’informatica, in cui attualmente in Italia il gap di genere è ancora molto ampio. Una disparità che permane, peraltro, in ingresso, al momento della scelta del percorso universitario ma non in uscita, come dimostrano gli esiti positivi delle donne laureate in ambito tecnologico, nel trovare occupazione. Dati questi che dovrebbero far riflettere sulle potenzialità strategiche dell’informatica nel ridurre la differenza di genere e nel costruire opportunità di crescita sociale ed economica.

A poco più di duecento anni dalla sua nascita, Ada Lovelace è un simbolo per tutte le donne che dedicano la loro vita alla scienza e un modello di dedizione appassionata alla ricerca matematica.

L’associazione Caffescienza di Firenze, grazie al contributo di Donatella Merlini e di Maria Cecilia Verri, docenti di Informatica dell’Università di Firenze, ha voluto dedicare a questa donna geniale, la serata del 10 marzo 2016, per far conoscere al pubblico il ruolo dell’”incantatrice di numeri” nella storia della scienza e quello di un’informatica ante litteram, riferimento per tutte coloro che cercano di rompere il cosiddetto “soffitto di cristallo”.

Che cos’è l’informatica?

Oggi tutti noi, volenti o nolenti, utilizziamo prodotti informatici, ma siamo certi di sapere cos’è l’informatica?

Informatica dal punto di vista grammaticale è certamente un sostantivo femminile, ma per capire i contenuti di questa disciplina, forse, può essere utile definire dapprima che cosa NON è l’informatica in modo da togliere subito di mezzo quelli che, purtroppo, sono comuni fraintendimenti.

Innanzi tutto l’informatica non è la scienza dei computer, come invece il termine inglese computer science potrebbe erroneamente far pensare o, almeno, l’informatica non è la scienza dei computer più di quanto l’astronomia non sia la scienza dei telescopi, per dirla con le parole dell’importante informatico Dijkstra, o la biologia non sia la scienza dei microscopi. Certo, il computer è uno strumento fondamentale per l’informatico, ma è il mezzo e non il fine dello studio. L’informatico non progetta e non costruisce i computer, attività che invece sono prevalentemente di competenza dell’elettronico.

Altro errore comune è anche quello che identifica l’informatica con l’alfabetizzazione informatica, ovvero l’abilità di usare prodotti informatici. Sarebbe come dire che chiunque sia in grado di guidare un’automobile sia in grado anche di progettarla e costruirla. L’informatico non si limita ad usare prodotti informatici, piuttosto, li progetta e li costruisce.

Informatica non significa neppure solo scrivere programmi perché l’informatico non è solo un programmatore, così come, si può affermare che uno scrittore non è solo uno che sa scrivere. La programmazione – il coding in gergo – è solo l’ultima fase di un progetto informatico.

Ma allora, che cos’è l’informatica?

Proviamo ad avvicinarci alla definizione che Denning e altri formularono nel 1989 come risultato del lavoro della Task Force Americana che aveva come obiettivo proprio quello di definire che cosa fosse l’Informatica: “L’informatica è lo studio sistematico dei processi algoritmici che descrivono e trasformano l’informazione: la loro teoria, l’analisi, la progettazione, l’efficienza, l’implementazione e l’applicazione”.

E’ probabile che anche questa definizione non risulti chiarissima, almeno ai non addetti ai lavori. Cerchiamo dunque di analizzarla partendo dall’oggetto: l’informazione. Che cos’è l’informazione? Informazione può essere qualunque cosa: i dati meteorologici, i valori delle quotazioni delle borse internazionali, i dati relativi alla quantità e tipologia di acquisti, la sequenza delle basi di un DNA, i risultati delle misurazioni di un esperimento, insomma: informazione è qualunque tipo di dato numerico o non numerico a cui associamo un significato.

Anche parlare di “processi algoritmici” può risultare non banale. Un algoritmo è un processo che permette di risolvere un problema. Tutti noi abbiamo imparato i primi algoritmi formali sui banchi della scuola elementare, quando abbiamo appreso le regole per calcolare la somma o il prodotto di due numeri: l’insieme delle regole che ci dicono come sommare le cifre a partire dalle unità, come effettuare il riporto sulla cifra più a sinistra, eccetera, costituiscono l’algoritmo per il calcolo della somma di due numeri.

Quindi, considerata l’informazione o i dati del problema, l’algoritmo è il metodo o l’insieme delle regole per risolvere tale problema o come si dice in termini tecnici, per elaborare i dati. L’informatica non è un’abilità tecnologica, ma una disciplina scientifica basata su un nucleo di principi applicabili alla risoluzione di problemi complessi del mondo reale e alla elaborazione di pensieri di ordine superiore così come succede nelle scienze tradizionali.

L’informatico perciò studia la teoria degli algoritmi, li progetta, ne valuta l’efficienza, li implementa e ne studia anche le possibili applicazioni. Se non fosse che, per ragioni di comodità, una volta trovato un metodo per risolvere un problema, cioè sviluppato un algoritmo, è molto più pratico farlo eseguire da un computer, per sua natura veloce e affidabile, la scienza informatica potrebbe quasi fare a meno delle macchine. Proprio per questo, la nascita della scienza informatica può essere fatta risalire a molto tempo prima dell’avvento dei computer: i primi algoritmi infatti sono stati sviluppati per il calcolo, come il famoso algoritmo di Euclide per il calcolo del MCD (Massimo Comun Divisore), riportato in uno scritto di Euclide del 300 a.C., ma noto già da molto tempo prima.

Un’informatica ante litteram

Ma che cosa ha a che fare Ada Byron Lovelace con l’informatica? Chi è questa signora vissuta nell’Inghilterra vittoriana?

Ada Augusta Byron, contessa di Lovelace, è spesso definita, in maniera riduttiva, la prima programmatrice della storia poiché ebbe un’intuizione e una visione profetica estremamente chiare delle basi dell’informatica, ben cento anni prima che queste venissero effettivamente fondate. Ada Augusta Byron nacque a Londra il 10 dicembre 1815, unica figlia legittima di Lord George Byron, poeta romantico dal fascino indiscutibile ma dalla vita dissoluta, e della matematica Anne Isabelle (Annabella) Milbanke, donna austera e molto religiosa. Sulle motivazioni di un matrimonio così mal assortito diverse sono le voci: alcune riportano che Annabella accettò questo matrimonio come una missione, con l’intenzione di redimere il poeta dalla sua vita dissoluta, altre insinuano che fosse Lord Byron ad averlo accettato come un tentativo di mettere a tacere le voci di omosessualità che giravano sul suo conto. L’Inghilterra del 1800 non era certo tollerante nei confronti dell’omosessualità e non lo fu ancora per molto tempo. Basti pensare al destino di Alan Turing – per restare nel campo dell’informatica – cento anni più tardi. In ogni caso, il matrimonio non poteva funzionare e, poche settimane dopo la nascita della bambina, a distanza di un solo anno dalle nozze, Lord e Lady Byron si separarono. Ada rimase con la madre (cosa insolita per quei tempi) mentre Lord Byron partì per la Francia e dopo nove anni morì in Grecia senza aver mai più incontrato la figlia.

Ada crebbe sotto il regime educativo severo e rigoroso della madre. Annabella Milbanke, segnata dal fallimento del suo matrimonio, temeva che la figlia potesse seguire le orme paterne. Ma non trascurò certo l’istruzione della figlia e, in un periodo storico in cui scuole e biblioteche erano interdette alle donne, le procurò una serie di precettori che avevano lo specifico mandato di impedire che Ada si abbandonasse alla fantasia e a comportamenti che potessero richiamare l’indole del padre. Che cosa poteva essere meglio dunque del rigore degli studi matematici? In questo senso, la visione che Annabella aveva della matematica era piuttosto riduttiva ma, forse, non così lontana da quella che ancora oggi hanno in molti: la matematica come antitesi della fantasia!

Annabella, tuttavia, non aveva fatto i conti con il carattere della figlia: bambina vivace e curiosa, intelligente e ambiziosa, Ada si appassionò alle scienze e alla meccanica, cui però applicò sempre la sua ricchissima fantasia e pure una vena poetica che forse aveva ereditato dal padre. Si pensi che a tredici anni progettò un cavallo alato a vapore convinta di riuscire a realizzarlo.

(segue)

Leggi l’articolo completo: Donatella Merlini, Maria Cecilia Verri, Francesca Camilli, Gianna Reginato, Informatica: sostantivo femminile? Ada Byron contessa di Lovelace, un’informatica ante litteram, in Scienze e Ricerche Magazine, supplemento a Scienze e Ricerche n. 44, gennaio 2017, pp. 13-21