La percezione del rischio e il rischio reale

di Roberto Fieschi.

In questi giorni sono disponibili i vaccini antiinfluenzali. E’ probabile che diverse persone si pronuncino contro questo tipo di vaccinazione, sostenendo che non è sicuro o, addirittura, che può avere effetti indesiderati e provocare malattie. Qualche anno fa nell’Emilia-Romagna circa 230.000 persone hanno preso l’influenza e sono raddoppiati i decessi fra gli anziani, e ciò è attribuibile in parte al fatto che le vaccinazioni sono crollate rispetto all’anno precedente, 120.000 in meno.

Questa ostilità si è manifestata anche contro il vaccino trivalente per morbillo, parotite e rosolia, accusato addirittura di causare l’autismo; è stato dimostrato che l’accusa è senza fondamento, tuttavia molti genitori si sono rifiutati di vaccinare i propri figli. Nel 2013 sono stati oltre 30.000 i casi di morbillo e quasi 40.000 quelli di varicella, numeri che si sono notevolmente ridotti nel 2014.

Sebbene i tassi di copertura in Europa siano elevati, sono ancora troppi i bambini che non si sottopongono alle vaccinazioni: degli oltre 11 milioni nati nel 2012, circa 550 mila non hanno ricevuto tutte le dosi per la copertura da tetano, pertosse e difterite.

Per questo è necessario continuare le campagne vaccinali. Il governo australiano ha deciso di sospendere i sussidi alle famiglie che non vaccinano i propri figli; alcune Regioni italiane stanno decidendo, saggiamente, di imporre la vaccinazione ai bimbi delle scuole materne e dei nidi.

Ricordiamo che grazie ai vaccini, e alle norme igieniche, la nostra salute è enormemente migliorata negli ultimi cent’anni. Nel ventesimo secolo il vaiolo ha ucciso centinaia di milioni di persone; la vaccinazione generalizzata, lanciata nel 1960, in vent’anni ha sradicato la malattia.

La poliomielite, che provocava non solo morti, ma anche paralisi dei bambini, grazie al vaccino Salk (1952), poi al Sabin (1957), era stata quasi eliminata dall’Europa e dagli Usa: a livello mondiale da circa 350.000 casi registrati nel 1988 a 1.650 casi del 2007, sino al minimo storico di 220 casi nel 2012. Oggi invece è ricomparsa in Nigeria, anche per l’ostilità alla vaccinazione dei fondamentalisti islamici. E’ notizia recente che perfino in Italia si è verificato un primo caso; inoltre, sempre nel nostro Paese, si è avuto un caso di difterite e, secondo l’esperto dell’Istituto Superiore di Sanità, questo sarebbe una diretta conseguenza del calo delle vaccinazioni.

Paradossalmente oggi, grazie ai vaccini, si è persa la percezione del rischio di molte malattie.

Quanto sopra dimostrerebbe che tutti i vaccini sono completamente sicuri? No di certo; per esempio, ci si rese conto che uno dei vaccini anti-polio provocava in un caso su 600-700mila una paralisi.

Non esistono soluzioni completamente sicure, e non solo nel caso dei vaccini, ma in tutte le situazioni della vita: se ci spostiamo in macchina c’è il rischio di incidenti; in Italia nel 2015 ci sono stati circa 175.000 incidenti, 3500 decessi (32.000 in Europa nel 2008), 250.000 feriti. Ma anche i pedoni sono soggetti al rischio. E se restiamo in casa dobbiamo sapere che il numero di incidenti domestici è elevato; secondo i dati forniti dall’Istituto per la prevenzione e sicurezza del lavoro, ogni anno circa 4,5 milioni di incidenti avvengono tra le pareti di casa, di cui 8.000 mortali.

Ancor oggi, nonostante il grande sviluppo del mezzo aereo, diverse persone lo evitano, se possibile, perché lo ritengono insicuro. Secondo uno studio condotto nel 2000 dal Dipartimento dei Trasporti Britannico (http://www.scienze-ricerche.it/?p=11199), in relazione alle ore di viaggio (numero di vittime ogni miliardo di ore) l’autobus urbano è il mezzo più sicuro con in media 11 morti, segue il treno con 30, l’auto con 130 morti ogni miliardo di ore; 220 vittime fra i pedoni, 550 se si va in bicicletta, per arrivare alla moto/motociclo con quasi 5000 vittime ogni miliardo di ore.

L’aereo da questo punto di vista è sicuro quanto il treno con 30.8 morti ogni miliardo di ore.

E allora? Allora bisogna imparare a valutare quello che in economia si chiama il rapporto costi/benefici. Perché ciò sia possibile è necessario che si conosca almeno approssimativamente all’entità del rischio al quale ci sottopone la nostra scelta.

Le analisi disponibili tuttavia mostrano che la percezione individuale del rischio spesso non corrisponde all’entità reale del rischio, valutata dagli esperti sulla base dei dati reali, giudicando i rischi secondo le stime tecniche dei danni; la percezione quindi non riflette cosa effettivamente dobbiamo temere.

Il caso dei vaccini ne è la dimostrazione.

Ad esempio, nel caso dell’alimentazione, i maggiori rischi percepiti sono, nell’ordine, pesticidi, OGM e additivi, mentre la valutazione degli esperti pone al primo posto gli errori nell’alimentazione, i microrganismi, le tossine batteriche e le micotossine; bassissimo il rischio dagli OGM. Durante l’aviaria la comunicazione alimentare ha fallito: le vendite di pollame sono calate del 20%, in assenza di un reale pericolo.

In campo alimentare si assiste al “paradosso del progresso”, ovvero, la crescita del numero degli allarmi alimentari in corrispondenza dell’aumento degli standard restrittivi imposti ai processi produttivi.

Anche il rischio terrorismo in Europa è largamente sopravvalutato.

Una inchiesta recente fatta negli Stati Uniti mostra che il rischio dell’energia nucleare è largamente sopravvalutato, mentre sono sottovalutati i rischi connessi con l’uso dei veicoli a motore, con le bevande alcooliche e il fumo, e con l’inquinamento atmosferico, che causa ogni anno la morte prematura di oltre 3 milioni di persone a livello mondiale; una stima recente indica quasi mezzo milione nella sola Europa, oltre 40000 dei quali in Italia (un’altra stima dà 400000 in Europa e 80000 in Italia, mostrando che in alcuni casi è difficile fare previsioni).

Le discariche inattive e/o abbandonate di rifiuti pericolosi comportano un rischio basso, mentre è percepito come alto dall’opinione pubblica.

La maggioranza delle persone ha una propria intuitiva percezione del pericolo che si accompagna all’esporsi o meno a una situazione.

Molti mostrano una forte avversione per determinati rischi e una relativa indifferenza per altri che possono essere invece più gravi. Inoltre si accetta più facilmente il rischio quando è affrontato volontariamente (sottostima del rischio del trasporto in macchina e in moto), mentre si rifiuta quello connesso con decisioni estranee alla volontà dell’individuo, come l’apertura di un impianto industriale o di una discarica presso la propria abitazione: sindrome NIMBY, ossia Not In My Back Yard, “non nel mio cortile”.

Anche il fatto che l’eventuale danno sia collocato in un lontano futuro rende minore l’impatto emotivo del rischio: per esempio il fumo e il cambio del clima.

Un grafico a bolle mostra la differenza fra i dati statistici relativi a temi minacciosi (metà inferiore) e la valutazione del peso che ad essi dà l’opinione comune (Credit: bit.ly/1UrkPCM).

Con tutte le cautele del caso: spesso i media e le cosiddette reti sociali contribuiscono a diffondere e gonfiare le notizie allarmanti. Inoltre le valutazioni degli esperti non sono sempre univoche; un esempio estremo, la valutazione delle vittime dell’esplosione del reattore nucleare della centrale di Chernobyl: il comitato scientifico dell’Onu riconosce 31 morti dovute alle radiazioni, avvenute tra tecnici e vigili del fuoco e altre 19 che hanno riguardato i “liquidatori” morti dopo il 2006; secondo l’Onu sono state 4000 le persone morte a causa delle radiazioni; secondo Greenpeace le conseguenze della contaminazione radioattiva potrebbero causare tra i 100000 e i 400000 morti!

Ma in generale le valutazioni hanno un importante significato per orientarsi nelle decisioni.

Sottovalutare un rischio conduce a non attuare le necessarie misure di prevenzione¸ sopravvalutarlo può condurre a non attuare delle azioni necessarie, o vantaggiose, o piacevoli.

PS – Ho scritto tanti numeri; ne aggiungo uno, solo in parte fuori tema, ma drammatico: circa 4 mila le persone che ogni anno in Italia si suicidano.

Leggi l’articolo: Roberto Fieschi, La percezione del rischio e il rischio reale, in Scienze e Ricerche Magazine, supplemento a Scienze e Ricerche n. 44, gennaio 2017, pp. 9-11