In memoria di Tullio De Mauro

Per diversi anni, prima da studente, poi da laureando e infine da dottorando, per me come per altri poco più grandi, coetanei e più piccoli, il mercoledì è stato il giorno di Tullio De Mauro.

Il mercoledì mattina, infatti, per gli studenti, laureandi e dottorandi dei primi anni Duemila della Facoltà di Scienze Umanistiche de «La Sapienza», come per gli altri che chiedevano di parlare con lui, cominciava alle 9 col ricevimento che De Mauro svolgeva al terzo piano del vecchio edificio della Facoltà di Lettere della Città Universitaria, in una stanza particolarmente esposta e trafitta dagli spifferi, al punto che un mattino d’inverno in cui dovevo parlagli dello stato dei lavori della tesi mi accolse col loden verde ancora indosso, che nei giorni meno freddi alternava all’impermeabile, dicendo: «Domenico, usciamo. Parliamo per il corridoio, ché qui fa un freddo cane». E proseguiva alle 11 quando quegli stessi studenti, laureandi e dottorandi, più di una ventina, e assieme a loro anche gli “occasionali” e i curiosi che non mancavano mai e che erano sempre ben accolti, si riunivano nell’aula V del piano terra per seguire le sue lezioni di “Storia della lingua italiana”, nel primo semestre, e quelle di “Linguistica generale”, nel secondo. Quell’aula V che a De Mauro era tanto cara perché proprio lì, nel 1957, aveva cominciato la sua carriera accademica come assistente volontario di Antonino Pagliaro, curando una parte delle lezioni del corso di “Glottologia”. Le lezioni finivano alle 13 ma il dialogo spesso continuava anche per i corridoi della facoltà. A volte, le lezioni si tenevano presso il bellissimo villino Liberty di Via Cesalpino, dove aveva sede anche il GISCEL Lazio e dove spesso si riuniva anche il Direttivo nazionale del GISCEL.

Rare erano le lezioni in cui De Mauro non raccontasse un aneddoto. Quando non lo faceva, amava interrogarci con domande di cultura generale, spesso gogliardiche, apparentemente lontane anni luce dalla linguistica, che il più delle volte ci trovavano impreparati. Allora, pazientemente, iniziava a seminare molliche di pane che ci avrebbero permesso di uscire dal labirinto e ci illuminava la risposta. Una volta provai un brivido di piacere quando, per puro caso, riuscii a prenderlo in contropiede. Paola Mentuccia e Annapaola Montini forse ricordano l’episodio: discutendo dell’esempio del ruolo dei giocatori nelle squadre di calcio o di rugby che Saussure sembra proponesse ai suo allievi per spiegare la nozione di «valore», De Mauro cominciò a parlare delle prime edizioni del campionato italiano, di cui la gran parte dei presenti ignorava esiti e dettagli. Non immaginava ancora che la memoria fosse una delle mie ossessioni e che uno dei modi con cui amavo esercitarla fin da piccolo consistesse nel memorizzare gli almanacchi, i palmares, gli albi d’oro e più in generale le statistiche dello sport: quando risposi che le prime tre edizioni della serie A furono vinte dal Genoa, la quarta dal Milan, e le successive tre di nuovo dal Genoa e che alla prima edizione, quella del 1898, presero parte solo quattro squadre, per un totale di quattro partite, tutte giocate lo stesso giorno, tra cui la finale addirittura dopo un lauto pranzo a cui parteciparono tutti i giocatori, De Mauro scoppiò a ridere esterrefatto. D’altra parte anch’io rimasi colpito da quanto fosse ben ferrato e, se non ci fosse stata lezione, avremmo potuto parlare per ore delle prime edizioni storiche del campionato.

La curiosità, l’apertura, la disponibilità di De Mauro. Il suo rispetto per gli altri e la sua pacatezza, che non ne facevano però una pappamolla perché, quando doveva confutare una teoria o un’argomentazione, sapeva essere implacabile, anche duro se necessario. Opponeva i dati, che aveva studiato fino in fondo e che padroneggiava come fossero i suoi dati anagrafici; alla luce dei dati mostrava le informazioni che se ne potevano ricavare e, attraverso queste, quali fossero le tendenze più rilevanti, forte com’era della conoscenza diacronica e non solo sincronica della materia; correlava le tendenze a prima vista le più distanti per svelarne i legami più stretti; le rielaborava in una sintesi che, nella peggiore delle occasioni, era quanto meno brillante. Ci esortava al rigore dell’analisi e dell’esposizione, alle quali aveva spinto intere generazioni di studenti dalla fine degli anni Cinquanta, buona parte dei quali sono oggi grandi linguisti, esperti ricercatori, insegnanti infaticabili.

Non è facile ricordare i numerosi e grandi meriti di De Mauro, al quale tutti dobbiamo qualcosa. Dalla rivoluzione nelle fonti e nel metodo della storia delle lingue e della storia linguistica italiana in particolare alla rilettura, ancora oggi imprescindibile, di Saussure; dalle prime indagini nel campo della linguistica statistica alle importanti innovazioni nella lessicografia italiana; dalla definizione dell’educazione linguistica all’interesse, tanto più raro per un accademico, profuso per la scuola italiana al fianco degli insegnanti; dalla sistematizzazione degli studi semantici alla vocazione divulgativa; dalla partecipazione e direzione di prestigiose iniziative editoriali all’impegno pubblico nelle istituzioni comunali, regionali e dello Stato. Chi conosce anche solo uno di questi ambiti sa quanto i contributi apportati da De Mauro siano preziosi, insostituibili. Non è dunque esagerato dire che oggi abbiamo perso il più grande linguista italiano del Novecento e, per un’estensione neanche troppo azzardata, il più grande linguista che la nostra cultura e la nostra tradizione possano esibire.

Il 5 gennaio, come faccio ormai da mesi nel mio tempo libero quando non sono in servizio a scuola, stavo lavorando a un saggio lessicografico che mi trascino dietro da diverso tempo, un po’ anche per il gusto di perfezionare un lavoro che mi sembra venir bene, quello stesso gusto di ciurlare nel manico che di tanto in tanto, specie ai tempi della tesi di laurea e del Dottorato di ricerca, De Mauro canzonava in silenzio con quel sorriso più napoletano che romano che col tempo abbiamo imparato tutti a riconoscere. Nel correggere la bibliografia, ancora piuttosto breve, e forse è un bene che resti così, non ho potuto fare a meno di notare che quasi un terzo dei riferimenti citati rimandano direttamente o indirettamente a De Mauro. E per un attimo, facendo mente locale alle altre poche pubblicazioni che sono riuscito a dare alla luce fin qui, e per le quali negli ultimi tempi provavo uno strano senso di colpa nei confronti dei miei maestri, primo fra tutti proprio De Mauro, per non aver prodotto quanto avrei potuto, per non avere concretizzato alcune delle loro aspettative, per non aver ancora tirato fuori qualcosa che sia alla loro altezza e che possano leggere senza annoiarsi, ho pensato che un nocciolo duro dei riferimenti di ogni mio lavoro, anche a scuola nei percorsi che propongo ai ragazzi, è composto da alcune delle opere essenziali di De Mauro. Il che è abbastanza normale per un discepolo nei confronti del proprio maestro. Quando però ho letto che De Mauro è venuto a mancare, così all’improvviso, dopo che ci eravamo sentiti non più di dieci giorni prima per gli auguri di Natale, con la promessa che sarei andato a trovarlo a uno degli incontri linguistici del lunedì non appena avessi trovato un momento utile a scuola e che avrei presentato una mia proposta di seminario, mi sono sentito di nuovo in colpa perché, a ben vedere, un lunedì di permesso avrei potuto anche prenderlo nei mesi scorsi, perché tradirò un’altra volta l’aspettativa ma questa volta non avrò più l’occasione di rimediare, almeno non con De Mauro, non di persona.

Per lo meno la metà delle cose che ho imparato sulla linguistica, sulla ricerca e sull’insegnamento le devo a De Mauro. Il suo non essere più qui impegna tutti noi che abbiamo questo debito nei suoi confronti a fare in modo che i suoi insegnamenti restino qui e, attraverso noi, si mettano in moto su altre gambe. È il modo migliore di onorarlo: «crescete e moltiplicatevi» diceva a allievi più vecchi di me. Ma lui, lo so, di fronte a questa chiosa, mi guardarebbe in silenzio inclinando impercettibilmente la testa con quel sorriso sornione, più napoletano che romano.

Domenico Di Russo