Premesse culturali dell’unità europea

di Guido Piovene.

Presentazione di Angelo Ariemma.

Nel lavoro di catalogazione della Biblioteca di Alexandre Marc, che gli eredi hanno donato al Centro di Documentazione Europea “Altiero Spinelli” dell’Università Sapienza di Roma, abbiamo rinvenuto una pubblicazione del 1952: Première rencontre européenne de la presse, Bellagio, 16-17-18-juillet 1952 / Union Européenne des Fédéralistes. – [S.l. : s.n. (Loos : Danel), 1952]. – 95 p. : ill. ; 24 cm.; nella quale è inserito un intervento di Guido Piovene: Prémisses culturelles de l’unité européenne, pp. 32-39, praticamente inedito nella versione italiana e del quale non esistono altre tracce, come è stato verificato con l’ausilio delle dottoresse Silvia Calamati e Mattea Gazzola della Biblioteca Civica “Bertoliana” di Vicenza, che conserva dal 1993 l’Archivio dello scrittore vicentino.

Poiché la tematica dell’intervento è quanto mai attuale, e avuta l’autorizzazione della sig.ra Claudia Piovene Cevese, erede dei diritti delle opere di Piovene, ne proponiamo qui la traduzione da noi curata, nella quale abbiamo cercato di mantenere, senza appesantirne la lettura, la dimensione oratoria dell’intervento, con le sue ripetizioni, le sue domande, con la foga tipica di un discorso che venga esposto oralmente.

Nelle poche note al testo abbiamo voluto da un lato spiegare alcuni aspetti storici, dall’altro commentare le profonde parole di Piovene alla luce della nostra attualità.

Ringrazio sentitamente la sig.ra Claudia Piovene Cevese per la sua disponibilità e fiducia, e le dott.sse Silvia Calamati e Mattea Gazzola per il prezioso supporto di ricerca e di contatto con la sig.ra Piovene Cevese.

Angelo Ariemma

 

Premesse culturali dell’unità europea

di Guido Piovene

Vorrei cominciare questa breve esposizione con una constatazione degna di M. De Lapalisse: noi tutti qui riuniti, siamo uomini impegnati, uomini orientati verso una forma di spiritualità, chiamata, molto vagamente, internazionalismo, e siamo invece ostili a quella forma di spiritualità chiamata nazionalismo. Ci troviamo di fronte a un mondo tormentato da innumerevoli problemi e in particolare da problemi sociali; ma, contrariamente ad altri, crediamo che questi angosciosi problemi non possono essere risolti che superando le frontiere nazionali e che tale superamento è una premessa, una condizione per la soluzione di tutti gli altri importanti problemi. Pensiamo che questo superamento deve avere la priorità, che dobbiamo tendere verso questo fine immediato, con tutto le nostre migliori forze, con tutto il nostro impegno verso una soluzione politica dei nostri problemi.

Ora, – i miei amici stranieri mi scuseranno se per un momento, un solo momento, parlo degli affari del mio paese – devo dire che per l’Italia l’internazionalismo si presenta anche come un interesse vitale. Ci è voluto solamente quel rozzo difetto di intelligenza, e permettetemi di dirlo, quella totale assenza di realismo politico che ha caratterizzato il regime fascista, per non comprendere e per sprecare l’atout che avremmo potuto giocare tra le due guerre. Infatti, supponendo sia vero che l’Italia subisse allora l’influenza delle altre potenze che avevano acquisito nei nostri confronti posizioni di forza e di prestigio, il buon senso avrebbe dovuto suggerire all’Italia, proprio per questo, di dirigersi verso la strada dell’internazionalismo e di sperare che la forza posseduta da potenze singole fosse trasferita negli organismi internazionali. Invece, abbiamo assistito a questo paradosso al quale speriamo di non dover più assistere: i più deboli fecero appello non alla legge, bensì al predominio della forza. E ora mettiamo da parte gli affari del mio paese…

Questo internazionalismo che, come credo, ci accomuna, va tuttavia articolato, e può essere articolato in diversi modi. Sapete meglio di me che per alcuni l’idea di Europa, cioè il fine stesso della Federazione europea, è un’idea sorpassata, e che questi guardano a organizzazioni ancora più ampie, nelle quali l’Europa sarebbe, per così dire, immersa, infranta. Recentemente ho letto in Francia alcuni articoli, scritti con molta finezza, nei quali si prospettava la speranza che il mondo Atlantico, o per meglio dire, gli Stati-Uniti, si facessero carico delle nazioni europee una ad una, senza che l’organismo europeo, senza che la Federazione europea arrivasse a realizzarsi.

Ora, là si prospetta una organizzazione del tutto diversa dall’internazionalismo, e spetta a noi, che crediamo all’idea europea, di mostrare che questa Federazione europea, che questa – perdonatemi l’espressione forse un po’ paradossale – questa nazione Europa ha una ragion d’essere, deve portare al mondo qualcosa che renda desiderabile che resti distinta, perché è desiderabile che resti con le sue particolari e originali caratteristiche.

A quale scopo mantenere in vita l’Europa? Veramente l’Europa ha ancora qualcosa di fondamentale da dare al mondo, qualcosa senza la quale il mondo sarebbe più povero? Io sono un giornalista e mi capita spesso di viaggiare per l’Europa, mi capita di attraversarla da provincia a provincia, e la prima cosa che s’impone al mio sguardo, la prima cosa che mi appare in modo, direi, diretto, intuitivo, è che l’Europa esiste. Prima di esistere nella mente, l’Europa esiste ormai nella percezione immediata della realtà. Poco importa che io sia a Digione, a Edimburgo, a Strasburgo, a Bruxelles, a Losanna, a Bellagio… la coscienza che si è formata in noi di qualcosa di unico è molto più forte della coscienza delle nostre diversità.

E in quanto giornalista penso che non mi resta altro da fare oggi che suscitare nel mio lettore, in maniera diretta, intuitiva, per la forza stessa della rappresentazione, per la forza del contatto, questa sensazione fisica che l’Europa, tutta l’Europa è per lui la sua patria; niente altro che metterlo veramente nella condizione quasi fisica di equidistanza tra le diverse nazioni, tra le diverse città d’Europa; di creare in lui, rispetto all’Europa il sentimento del suolo patrio. Uno dei nostri poeti, Petrarca, cantava: “Non è questo ’l terren ch’i’ tocchai pria? / Non è questo il mio nido”. Parlava dell’Italia, una realtà che ancora non esisteva, che esisteva unicamente nel cuore degli uomini.

Ebbene, il nostro compito non è proprio quello di creare nei nostri lettori questa stessa sensazione che loro nido è l’Europa? Non la Francia o l’Italia, ma l’Europa; di donare loro questa sensazione calda, immediata, spontanea, della patria che è la patria di tutti.

Penso che creare questo sentimento sia l’unica, vera opera di un giornalista degno di questo nome. L’Europa non è una visione dello spirito. Tanto meno è un’espressione geografica, l’Europa è prima di tutto una realtà, perché se non fosse questa realtà noi non sapremmo crearla, quali fossero i nostri stratagemmi mentali e i nostri artifici politici. Ma questa Europa, la cui diversità e originalità si lasciano cogliere intuitivamente, cosa porta in sé? Cos’è questa diversità inscritta nella sua fisionomia fisica e che la rende diversa da ogni altra parte del mondo? Spesso ho pensato proprio a questo ed è evidente che una risposta a tale domanda non può venire che da un paragone. Non può venire che da un paragone con altre civiltà differenti dalla civiltà europea; e oggi non può venire che da un paragone da un lato con la civiltà sovietica, e dall’altro con la civiltà americana.

Ora, strano a dirsi, ma credo sia giusto, il raffronto Europa-Stati Uniti esige uno sforzo mentale maggiore del raffronto Europa-Russia Sovietica. – Resto comunque nel dominio della cultura intellettuale. – Lascio quindi da parte lo Stato Sovietico in quanto potenza che minaccia di distruggerci; di fronte a questo faremmo tutto quanto ci suggerirà, secondo le circostanze, il nostro istinto di conservazione. Ma il comunismo, che si è concretizzato in Russia, non dobbiamo certo scoprirlo ora, infatti siamo noi stessi che l’abbiamo prodotto; è una delle nostre produzioni culturali, uno dei nostri prodotti universitari, in fondo è fatto del nostro sangue; fa parte dell’antologia delle idee dell’Europa, idee più o meno buone, più o meno accettabili, comunque idee dell’Europa, e fin dall’infanzia abbiamo imparato che Marx ha subito l’influenza di Hegel, che è stato parte della corrente filosofica europea.

Questa, probabilmente, è la ragione per cui in tanti ambienti intellettuali europei – e l’Europa è soprattutto intellettuale – e in particolare in tanti ambienti intellettuali francesi, di questa Francia che è la nazione più intellettuale d’Europa, c’è una certa ripugnanza a prendere decise posizioni anticomuniste. C’è un sentimento, vago, continuo, che questo comunismo, per quanto condannabile, per quanto ostile, sia in fondo qualcosa uscito dalle nostre scuole, una cosa che ben conosciamo, una cosa che fa parte della nostra vita quotidiana.

L’America, invece, è più difficile da comprendere. Esige uno sforzo molto più arduo. L’idea corrente è che l’America sia simile all’Europa. L’ho sentito ripetere recentemente a Parigi da Malraux. “Gli Stati-Uniti sono l’Europa…”. Questa idea non mi sembra vera. La reale fecondità del mondo Atlantico risiede proprio nella diversità tra Europa e America; risiede precisamente nel fatto che l’Europa e l’America non sono la medesima cosa e le due civiltà non sono la stessa civiltà. Esiste una civiltà americana che non è una civiltà europea, come esiste una civiltà europea che non è una civiltà americana, e abbiamo una assoluta necessità che le due civiltà si completino e si integrino.

Non voglio certo farvi una conferenza sugli Stati-Uniti. Ho viaggiato con grande passione attraverso gli Stati-Uniti, attraverso tutti gli Stati-Uniti, e sono giunto proprio alla conclusione di trovarmi di fronte a una civiltà con numerose sue caratteristiche originali, diverse dalle caratteristiche europee. La civiltà europea fondamentalmente è una civiltà cristiana; così è anche la civiltà americana. Ma, mi sono chiesto più volte, si tratta dello stesso cristianesimo? Il cristianesimo degli Stati-Uniti è un cristianesimo che ha eliminato il momento del dolore, il momento dell’agonia, della morte, della croce, per appoggiarsi interamente sull’idea della resurrezione, della redenzione. L’ampia aspirazione al benessere che esiste presso il popolo americano, è, in fondo, l’idea religiosa di compiere la redenzione del Cristo. Non si comprende la civiltà americana né quando si dice dell’America che è materialista, perché questa loro corsa verso il benessere è di essenza religiosa; né quando si sostiene che quella che chiamiamo felicità americana è forzata e voluta. Certo, spesso è forzata e voluta, proprio perché è un comandamento religioso, precisamente perché per un Americano, o almeno per la coscienza profonda di un Americano, il Cristo non ci ha solamente donato la redenzione, ma ce l’ha ordinata. Quindi, in America, questa forma di cristianesimo, fondata sulla vittoria e sul trionfo, è alla base della loro civiltà, mentre non lo è alla base della civiltà europea.

La stessa idea di libertà, come è stata elaborata in America, mi sembra diversa dall’idea della libertà elaborata in Europa, benché le due forme possano facilmente integrarsi. In America ho trovato una concezione della libertà fondata non sulle idee, cioè sul postulato della continua diffusione e della continua comparazione fra le idee – la maggioranza degli americani, come tutto il mondo sa, è più conformista di noi -, invece l’idea di libertà è fondata, per esempio, sulla libertà di movimento, anche in rapporto ai grandi spazi disponibili, e che porta con sé una certa grandezza d’animo; la libertà americana è veramente una grandezza quasi spaziale dell’animo, che non significa necessariamente intelligenza, e che nello stesso tempo è una libertà del distacco; una libertà di prendere, di liberarsi di tutto ciò di più abitudinario che c’è nella vita, di tutto ciò di abitudinario che c’è nella vita europea; una libertà che annuncia e aspira a nuovi rapporti umani fondati meno sui legami che su una generale solidarietà umana, e che si libera proprio del “collage” dei sentimenti, dunque, una libertà che è sempre legata a una libertà spaziale, e ciò che è essenziale, nell’idea americana di libertà c’è quel margine da dove possono partire nuove possibilità, da dove possono derivare nuove avventure, da dove possiamo far sgorgare nuovi dati; un margine di libertà, dobbiamo pur dirlo, che in Europa si è quasi esaurita.

Di fronte a ciò, di fronte a questa civiltà che ci porta un’idea del cristianesimo differente, secondo me, dalla nostra, che ci porta un’idea della libertà differente dalla nostra, cosa è dunque la civiltà europea?

Potremmo dire molte cose per definire la civiltà europea, ma cadremmo facilmente nell’equivoco, perché vedremmo le idee scapparci via nel momento stesso in cui le vorremmo precisare. È consuetudine opporre la civiltà delle macchine alla civiltà europea. Credo sia un’idea ottusa: la civiltà delle macchine non può per se stessa ostacolare lo sviluppo della personalità umana. Non ne vedo la ragione, e non vedo perché l’uomo debba essere diminuito dal fatto di avere maggiori strumenti per raggiungere il benessere e lo sviluppo della propria coscienza. Non credo nemmeno all’opposizione, altrettanto diffusa, tra la civiltà europea e la civiltà materialista, perché, come abbiamo visto, la civiltà americana, anche nei suoi aspetti in apparenza più materialisti, non è affatto materialista. L’idea più corrente è che l’Europa è il continente che ha elaborato, attraverso la Grecia, Roma e il cristianesimo l’idea della personalità dell’anima individuale dotata di una missione particolare; questa anima individuale che l’Oriente tende ad annullare nelle religioni orientali, sommergendo l’individuo nel cosmo e imponendogli un dovere di non compiere il proprio ruolo se non in una specie di rito universale, e che in Russia viene annullata e alienata nella dimensione della società e dello Stato.

Questa idea che l’Europa ha come sua propria missione quella di perpetuare la difesa della persona umana, è stata sostenuta recentemente, in un articolo apparso su “Preuves”, da Denis de Rougemont. Ho appena letto questo saggio, che mi ha lasciato una viva impressione, ma nello stesso tempo mi ha lasciato profondamente scettico. Certo, è vero che l’idea della personalità è viva in Europa; ma nella grande fioritura di idee che sono sbocciate in Europa, è nata anche quella dell’abbassamento della personalità umana. Perfino le religioni sono, da un certo punto di vista, dei tentativi di annullamento e di diminuzione della personalità. D’altra parte, se penso che l’Europa non è stata esclusivamente votata all’elaborazione della difesa della personalità e dell’individuo, credo anche che si possa criticare l’Europa per aver esagerato questa idea di personalità; e mi domando spesso se sull’Europa non pesi un difetto di distacco, un difetto di allontanamento dalla persona e dall’individuo; credo che si possa immaginare un mondo ugualmente degno di esistere, ma costituito da uomini più distaccati, meno legati di quanto oggi siano gli uomini europei, un mondo nel quale ancor più che sulla persona, l’accento sia posto sulla riunione delle intelligenze, come già fu prefigurato in un antico libro: il De Monarchia di Dante.

Ma nel precisare cosa sia questa idea dell’Europa, quali sono i postulati culturali dell’Europa, non voglio e non posso continuare sulla via analitica, perché questo ci condurrebbe troppo lontano. Dirò invece che una sola cosa mi sembra veramente particolare in Europa, una sola ma fondamentale e dalla quale tutte le altre derivano; si percepisce nello stesso aspetto fisico, nella vita stessa, negli stessi gusti degli europei; è la ragione dell’incantamento che l’Europa esercita sugli altri e devo dire di non averla trovata in nessun altro luogo: è la coscienza dell’arte. Non parlo, signori, di opere d’arte, di operazioni artistiche; opere d’arte se ne trovano dappertutto, e di uguale valore, opere d’arte sono state create in ogni parte del mondo, e se la critica contemporanea ha fatto una scoperta, questa scoperta consiste proprio in questo: ha scoperto l’arte nel mondo intero, ha scoperto che in tutte le parti del mondo sono state realizzate opere d’arte, opere d’arte di uguale dignità e valore.

Certamente molti di voi avranno visitato la mostra di Arte messicana a Parigi e hanno potuto vedere e ammirare opere d’arte superbe, create senza che l’artista avesse coscienza di creare un’opera d’arte. Sono gli artisti anonimi che, attraverso i secoli e i millenni, hanno realizzato degli atti consacrati a un rito religioso. Ma per prendere coscienza che si trattava veramente di opere d’arte c’è voluto il concorso dell’Europeo. I Neri come gli Italiani hanno realizzato opere d’arte altrettanto notevoli, ma la coscienza che si trattasse di opere d’arte non si è avuta che in Europa, e posso dire che solo in Europa questa coscienza persiste profondamente. Certo non in Russia, dove l’arte è distrutta nel momento in cui la Russia non la vede come un’attività autonoma, ma come un’attività che deve servire a qualcos’altro. Nella stessa America, pur feconda di opere d’arte, non c’è questa vera coscienza artistica nel senso che voglio dare a questa espressione. Del resto come potrebbe esistere, poiché la coscienza artistica dell’Europa è una coscienza che le proviene attraverso una tradizione religiosa, monastica, una coscienza del fatto che la contemplazione è necessaria alla vita, che la vita è una mescolanza di contemplazione e di attività. Questo equilibrio non esiste che in Europa, poiché in Asia, in Estremo-Oriente, la vita contemplativa sopravanza talmente al punto di distruggere la vita stessa, e nel mondo americano la vita contemplativa non è ammessa e viene considerata come un aspetto di vita oziosa e antisociale. Vorrei sottolineare che solamente i filosofi europei, e in ultimo penso a Benedetto Croce, hanno messo l’accento su questo punto. L’arte non è un lusso, non è semplicemente, come c’era l’abitudine di dire un tempo, legata alla bellezza, ma è un elemento integrale della vita, notate bene, della vita di tutti gli uomini, così integrale, oserei dire, come la morale.

Da questo gusto profondo, da questo sentimento dell’arte mescolato a tutti gli atti della nostra vita, da questo momento di contemplazione replicato in tutti gli atti della nostra vita, deriva quanto c’è nella vita Europea di culto, di amore per l’individuo, perché esiste veramente un rapporto diretto, immediato, intuitivo, artistico, con l’individuo e con noi stessi. Per questo la vita europea, si dice, è rimasta nel mondo quella che conserva ancora qualche sentore di dolcezza. Sì, l’arte è essenziale. Perché lo è e cosa è? L’arte consiste nella contemplazione, nell’amore di quello che ci circonda, prima di usarlo e di giudicarlo; è l’amore di quello che esiste; è, direbbe un filosofo, amore dell’essere.

Rispettare la contemplazione, sapere che un momento di contemplazione deve comunque esistere in ogni atto, in ogni cosa, perché è necessario all’igiene dell’uomo, questa è la vera comprensione dell’arte; questa è la comprensione dell’Europa. Solamente l’arte permette che nei nostri atti utilitaristici, o nei nostri atti di giustizia o di giustizia presunta, sia incluso un momento di contemplazione, un momento d’amore, e quindi un momento di moderazione, dunque di tolleranza. Solamente l’arte fa che le guerre non siano totali e non giungano alla totale distruzione. Questo comporta un certo grado d’amore perfino per il nemico. Un mondo senza arte sarebbe abbandonato a un cieco moralismo, violento, distruttore, sarebbe un mondo di folli o di omicidi per virtù.

Viaggiando attraverso l’America, davanti un paesaggio che ho ammirato profondamente e che ho trovato di estrema bellezza, una cosa tuttavia mi ha colpito: quel paesaggio non è mai stato permeato d’arte come il paesaggio europeo. Invece, miei cari signori, basta aprire queste finestre per vedere cosa è l’Europa. L’Europa è qualcosa dove il momento “arte” si insinua in ogni momento della vita e dove non si può immaginare un atto di natura che non sia completamente fuso con un atto d’arte. Basta guardare fuori dalle finestre per constatarlo.

Questa coscienza della presenza dell’arte è il vero ruolo dell’Europa. La difesa dell’arte, dell’arte vera, come una parte integrante della vita, è il dovere culturale dell’Europa nel mondo, è il dovere per cui l’Europa è veramente insostituibile. Altrove possono nascere artisti più grandi, ma la coscienza dell’arte è unicamente qui. Solamente in Europa l’arte, lo sappiamo, non è semplicemente bellezza, ma è prima di tutto attività necessaria alla vita, e, direi ancora con più forza, per evitare la nostra distruzione. Un mondo senza arte è un mondo abbandonato alla sua distruzione.

Perché, mi chiedo, siamo qui riuniti a Congresso? Perché ci riuniamo in Congresso? Penso che sia sempre per una sola e stessa ragione: di fronte alle minacce di distruzione del mondo, per difendere le ragioni della vita. La difesa dell’Europa è una difesa del sentimento dell’arte nel suo pieno valore e non solamente per noi, ma per tutti, di fronte alla minaccia di distruzione, una difesa delle ragioni della vita.

Fonte: Angelo Ariemma, Guido Piovene: premesse culturali dell’unità europea, in Scienze e Ricerche Magazine, supplemento a Scienze e Ricerche n. 44, gennaio 2017, pp. 5-8