Aspetti epidemiologici dell’Anedonia: uno studio di campione

Iolanda Martino, Daniela Moschella, Andrea D’Agostino, Antonio Augimeri, Antonio Cerasa

Il termine anedonia indica la perdita nella capacità di provare piacere in attività e situazioni considerate gratificanti. Questo disturbo è considerato uno dei sintomi cardine della depressione maggiore ma viene trasversalmente riscontrato in diverse patologie neurologiche e psichiatriche. La sua rilevazione nella popolazione Italiana non è mai stata effettuata.

Lo scopo di questa ricerca epidemiologica è di caratterizzare la presenza di anedonia utilizzando un questionario di autovalutazione dello stato dell’Anedonia (Snaith-Hamilton Pleasure Scale). Per quantificare la prevalenza di questo disturbo sono stati intervistati 1412 soggetti sani, suddivisi in 3 fasce d’età.

In generale, nel 15% della popolazione Italiana è possibile riscontrare una lieve forma di anedonia ma con valori molto differenti in relazione alla fascia di età. La fascia maggiormente colpita (38,3%) è quella delle persone anziane (tra 60-80 anni). Nelle fasce d’età media o giovanile (tra 40-60 anni e tra 18-39 anni) i valori percentuali si attestano rispettivamente al 13,5% e 15%. Un dato molto interessante è invece la distribuzione in base al sesso. Nella fascia di età giovane e adulta i valori sono sovrapponibili tra i sessi, mentre negli anziani sono le donne a presentare maggiormente questo disturbo.

Dal nostro studio preliminare emerge che l’anedonia è un disturbo psicopatologico presente anche nella popolazione cosiddetta “sana” ed in particolar modo nelle persone più anziane. Mentre quest’ultimo dato è conforme alle rilevazioni dell’ISTAT sulla prevalenza della depressione nella popolazione italiana, il dato interessante del nostro studio riguarda i giovani. Oltre 1 ragazzo su 10 mostra lievi sintomi di un disturbo che potrebbe essere prodromico di altre patologie. Il presente lavoro apre, infine, una finestra importante sull’ulteriore studio di fenomeni di anedonia sociale come i NEET (“Not engaged in Education, Employment or Training”) che hanno importanti ricadute sulla qualità della vita nella nostra società.

 

INTRODUZIONE

La parola “anedonia” è stata introdotta in letteratura dallo psicologo francese Ribot per descrivere “una patologica insensibilità al piacere” propria di alcune gravi malattie psichiatriche. Lo stato di un anedonico viene paragonato, dall’autore, a quello di un paziente trattato cronicamente con analgesici, i quali permettono sì di sopprimere il dolore ma, al tempo stesso, il suo contrario. La visione iniziale era focalizzata, quindi, solo sugli aspetti consumatori del piacere (“io mangio, quindi ho piacere”).

Fin da subito si capì, però, che il costrutto dell’anedonia è estremamente più complesso e comprende non solo il consumo del piacere ma anche la sua concettualizzazione (“ho già l’acquolina in bocca al pensiero che stasera andrò nel miglior ristorante della città).  

Storicamente, l’interesse medico-scientifico per l’anedonia iniziò a svilupparsi già agli inizi del ‘900, quando Bleuer, avendo osservato la manifesta indifferenza che taluni soggetti psicotici esibivano nei riguardi della loro vita sociale, considerò l’inabilità di provare piacere un sintomo primario e fondamentale del disturbo schizofrenico. Qualche anno più tardi, Kraepelin, incluse l’incapacità edonica fra le caratteristiche psicopatologiche salienti della “sindrome amotivazionale” ed usò il termine “Endogenomorfico” per descrivere un particolare sottotipo di disturbo depressivo maggiore, caratterizzato da una mancata reattività agli stimoli edonici e/o dalla carenza di una risposta affettiva congrua all’anticipazione del piacere. Al di là di questi riferimenti storici, la psichiatria moderna ha sempre sottostimato il peso di questo sintomo relegandolo nella galassia fenomenologica della depressione. L’interesse è stato rinvigorito negli ultimi 10 anni grazie ad importanti studi multicentrici internazionali i quali hanno dimostrato che l’anedonia è il più importante sintomo che correla con la progressione della depressione, ma soprattutto è il principale riferimento per comprendere l’effetto positivo dei farmaci anti-depressivi. L’importanza di questo costrutto psicopatologico è stata anche riconosciuta dal nuovo DSM-V.

Ma come viene definita oggi l’anedonia? La sua stretta relazione all’interno della sintomatologia depressiva è ovviamente imprescindibile. Fra i sintomi d’esordio più frequenti della malattia ci sono, infatti, la perdita di senso del benessere psicofisico e la mancanza di godimento consapevole anche per i piccoli gesti quotidiani. Dal punto di vista clinico, le principali difficoltà connesse alla definizione del fenomeno anedonico sono legate alla sua peculiare caratteristica di trasversalità nosografica. Si tratta, infatti, di un costrutto che è coinvolto in numerosi disturbi psichiatrici e neurologici in maniera assolutamente aspecifica. Pertanto, diagnosticare l’anedonia e differenziarla dalle altre sintomatologie classicamente associate al disturbo depressivo, non è semplice. L’incapacità di provare piacere rappresenta, altresì, un sintomo delle sindromi psicopatologiche appartenenti allo spettro schizofrenico. Altri autori, inoltre, le attribuiscono un ruolo di rilievo nella patogenesi dei disturbi della condotta alimentare e dell’abuso/dipendenza da sostanze stupefacenti. Infine, l’anedonia si manifesta anche in ambito neurologico, essendo un sintomo rilevabile sia in pazienti affetti da Malattia di Parkinson sia in pazienti con Epilessia del lobo temporale.

Secondo le neuroscienze, invece, il sintomo anedonico sembra legato ad un deficit della neurotrasmissione dopaminergica cerebrale che regola il network del Reward. All’interno del cervello umano esiste, infatti, un network che gestisce il piacere quale aspetto fondamentale del comportamento motivato di organismi altamente evoluti. La ricompensa si traduce, a livello neurobiologico, in un’iperattività metabolica e funzionale di aree del sistema limbico come l’area ventrale tegmentale, il nucleo accumbens, la corteccia cingolata e la corteccia orbitofrontale. Una disfunzione di questo network è riportata in tutti gli anedonici, a prescindere dall’essere pazienti psichiatrici o neurologici, ma soprattutto il network del Reward risponde sia agli stimoli istintivi di piacere primario (sesso, cibo) che a quelli intellettuali di bisogni secondari (lettura, religione, hobby etc.). Quindi attualmente l’anedonia è concepita dalle neuroscienze come un insieme di deficit a carico del sistema del Reward, che possono coinvolgere la perdita di: a) desiderio; b) aspettativa della ricompensa; c) motivazione ad ottenere la ricompensa; d) interesse per stimoli collegati a sensazioni piacevoli.

Per studiare in maniera più approfondita questo fenomeno psicologico bisognerebbe innanzitutto descriverlo e quantificarlo nelle sue fasi asintomatiche, cioè definire la sua presenza nella popolazione che ancora non ha espresso in maniera completa il disturbo. Ad oggi, non esistono indagini epidemiologiche che abbiano valutato la frequenza di questo fenomeno nella popolazione Italiana. Per questo motivo, lo scopo di questo studio è di fornire un primo indicatore dell’anedonia in un ampio campione di soggetti sani. Per farlo, abbiamo utilizzato un questionario validato e tradotto da Santangelo et al, che prende il nome di Snaith-Hamilton Pleasure Scale (Shaps). La Shaps è una scala di autovalutazione composta da 14 items che esplorano il piacere provato a causa di stimoli primari (es. mangiar/bere) e secondari come le interazioni sociali (familiari, amici, prestarsi per gli altri, ricevere apprezzamenti) o le esperienze sensoriali (un bagno caldo o freddo, la vista di paesaggi, una giornata di sole, etc). Il soggetto deve dire se è d’accordo o in disaccordo (totalmente o abbastanza) con quanto espresso in ciascun item e solo in caso di disaccordo (totale o parziale) viene assegnato un punto a quell’ item. Il punteggio totale della scala varia tra 0 e 14 e i punteggi maggiori o uguali a 3 indicano una significativa riduzione delle capacità edoniche.

RISULTATI

Sono stati intervistati 1412 individui i quali compilavano, in forma anonima, il questionario Shaps reperibile su un portale web (http://ibfmpersonality.no-ip.org/). Ai soggetti veniva inoltre richiesto l’inserimento di brevi informazioni anagrafiche quali età, sesso e scolarità e se fossero o non fossero stati in cura per malattie neurologiche o psichiatriche. I dati raccolti sono stati considerati in funzione del sesso e delle varie fasce di età: giovani (18-40 anni; n°1127), adulti (40-60; n°186) e anziani (>60; n°99). Il 58% della popolazione arruolata viveva al sud Italia, mentre il 22% al Nord e il rimanente 20% al Centro.

L’analisi dei risultati ottenuti ha evidenziato che, in generale, il costrutto dell’anedonia era presente nel 15,5% (n°219) della nostra popolazione. Di questi 219, il 90% aveva punteggi alla Shaps indicatori di un lieve disturbo anedonico, mentre il restante 10% aveva punteggi da moderati a severi. Tuttavia, la presenza di anedonia aveva una differente distribuzione in relazione alle fasce di età ed al sesso (Figura 1-2).

Nelle fasce di età giovane e media, l’anedonia si mantiene su frequenze basse e senza nessuna differenza tra sessi. Mentre negli anziani la presenza di anedonia è molto elevata (38,4%) ed è molto più presente nelle donne (46%) rispetto agli uomini (33%).

DISCUSSIONE

Scopo di questa ricerca è di indagare, in maniera preliminare, la presenza a livello epidemiologico del costrutto psicopatologico dell’anedonia. Le analisi effettuate hanno dimostrato che l’anedonia non si manifesta solo in termini di comorbidità nelle fenomenologie psichiatriche e neurologiche, ma è un costrutto presente anche nella popolazione sana, soprattutto nelle fasce di età più elevate. Quest’ultimo dato è in accordo con le recenti rilevazioni epidemiologiche pubblicate dall’ISTAT riguardo la presenza di depressione nella popolazione sana. Nel 2014, nel rapporto annuale sulla Tutela della salute, L’ISTAT ha dimostrato che la depressione è uno dei disordini che maggiormente colpisce la salute degli italiani, ed è presente in quasi il 5% della popolazione con frequenza maggiore negli anziani e con le donne più affette degli uomini. Dunque, se è vero che i punteggi elevati di anedonia riscontrati nella popolazione anziana del nostro studio, dipendono dall’aumento dei livelli di depressione tipico di questa fascia d’età, è anche vero che esistono altre con-cause che possono essere prese in considerazione. Fra queste includiamo: a) la presenza di fenomeni neurodegenerativi legati all’invecchiamento che rallentano tutte le funzioni cognitive umane tra cui anche quelle legate al sistema del Reward e b) con l’avanzare dell’età, i piaceri primari stimolanti il sistema di Reward sono difficilmente raggiungibili ed attuabili e diminuisce, pertanto, la propensione alla ricerca del piacere.

Il dato interessante del nostro lavoro di ricerca riguarda, però, i giovani. Sorprendentemente, anche nel 13,5% della popolazione giovanile rileviamo indicatori di un lieve disturbo anedonico. In questo caso, la presenza di questo fenomeno psicopatologico potrebbe essere legato non tanto a processi patologici (sintomo prodromico di patologie psichiatriche o neurologiche) quanto a fattori di anedonia sociale come, per esempio, l’emergente “NEET” (Not in Employment, Education, or Training). Infatti, secondo le ultime ricerche epidemiologiche internazionali i NEET rappresentano un’enorme fetta di popolazione (oltre 2 milioni solo in Italia) caratterizzati da una maggior probabilità di avere problemi di salute e propensione all’abuso di sostanze, un disturbo psichiatrico altamente dipendente dalla funzionalità del sistema del Reward.

Quello appena presentato è uno studio preliminare che apre a tanti interrogativi ancora da risolvere:

a) Qual è l’esatta relazione tra Depressione e Anedonia? Esiste un momento o una tipologia di sintomi che possono distinguerli? Se a livello psichiatrico esistono strumenti utili per diagnosticarla, a livello psicopatologico la presenza o meno di anedonia è difficilmente identificabile. Appurato che si tratta di un sintomo che può in realtà nascondere una serie di comorbidità molto più gravi, è necessario fornire agli psicologi strumenti accurati per poterlo identificare e caratterizzare prima che diventi patologico e finisca inesorabilmente nella categoria dei disturbi depressivi.

b) Qual è la relazione tra anedonia e le variabili sociali (famiglia, lavoro)? In altre parole, la presenza di anedonia è una reazione ad una condizione psicopatologica sociale particolare o è la conseguenza di un disturbo organico che si manifesta tardivamente? Per dimostrare questo, è fondamentale unire alla valutazione clinica anche uno screening demografico sulla condizione sociale e familiare da cui proviene il soggetto.

c) La persona anedonica ha un profilo di personalità particolare? Nasciamo con un determinato tratto di personalità che poi ci rende più vulnerabili alla perdita di piacere?

d) Quanto sono validi i test per la misurazione dell’anedonia? Molti test ne misurano lo stato (condizione transitoria) ma non il tratto (condizione permanente). Dobbiamo riconoscere, quindi, che una parte dei nostri risultati potrebbe essere legata ad una condizione transitoria e non stabile nel tempo.

(… segue …)

Leggi l’articolo completo: Iolanda Martino, Daniela Moschella, Andrea D’Agostino, Antonio Augimeri, Antonio Cerasa, Aspetti epidemiologici dell’Anedonia: uno studio di campione, in Scienze e Ricerche n. 39, 15 ottobre 2016, pp. 46-49