L’Infranto: la frangibilità, la cura e il non-abbandono (kintsugi)

Vincenzo Crosio. Storico della conoscenza.

La dimensione delle cose, della vita, degli oggetti in particolare che si rompono, – i cui effetti rivelano fratture, frangibilità, ferite di un qualcosa che è integro nonché familiare nell’uso che questa integrità ci garantisce come funzionalità – , può assumere una valenza catastrofica, o meno catastrofica, a secondo del contesto e del significato che noi diamo all’evento di ‘rottura’. Immediatamente un oggetto che si rompe, una ferita, procura all’individuo un profondo disagio, fisico, mentale, psicologico. Il trauma è esattamente il termine con cui identifichiamo, nella percezione, questo evento in cui qualcosa si è rotto. Per i primi uomini che attraversavano il deserto, i ghiacciai, che erano esposti continuamente ai pericoli dell’avventura per terra o per mare, il carattere ‘fragile’ dell’esistente (nella doppia relazione di soggetto che impatta nella fragilità del proprio corpo o procura la fragilità, la ferita) era l’esperienza di una norma essenziale che è diventata poi criterio di tutela, di cura, di attenzione a se stessi, agli altri, agli oggetti di uso domestico e strumentale, all’abitazione e agli habitat di frequentazione nomadica (la tenda, la caverna) o stanziale (la casa e l’abitato). Che un vaso si rompesse, o che un confine, uno steccato venisse infranto o che una freccia colpisse e ferisse fino alla morte un corpo, o con un bastone si rompesse la testa a qualcuno, è in fin dei conti l’esperienza del primo uomo e financo la sua tragedia. L’assassinio può essere una conseguenza di un atto di rottura violenta. La rottura del patto tra l’uomo e Dio nel Genesi è evidente negli effetti catastrofici di questa rottura del patto di alleanza dopo l’assassinio di Abele, in cui l’esilio di Caino segna la prima diaspora e il primo non-abbandono da parte di Dio.

Proprio a Caino, dopo l’allontanamento, toccherà, (dopo aver preso moglie e avuto un figlio, incredibile ma vero)  fondare la prima città e di darle un nome, il nome del figlio Enoch. È la prima forma di schismogenesi antropica che segue, nell’atto creativo, alle altre infinite successioni frammentarie di cui è costitui-to l’universo umano e cosmico. La Qaballah di Isaac Luria (1534-1572) riprenderà questa sequenza di fratturazione nella teoria della ‘Rottura dei Vasi’, la sequenza delle Sefirot, le gemme divine, che si aprono generando per serie di successioni l’infinito universale. Dio, nella sua nuova etimologia consegnata a Moshè, dichiara la sua entità come di uno che non abbandona: ’Io sono colui che sta accanto a voi, finché voi lo vorrete; io solo Colui che non vi abbandona’. Il che presuppone però una lontananza, in questo caso ontologica, tra creatore e creatura. Dunque le ‘forme’ dell’esilio, della particolarità individuale e collettiva separata, misurano la distanza dell’esilio stesso e del ritorno dell’individuo nell’essere che è comune, nella sua moltiplicazione di aspetti non più frammentati, la comunità. Un po’ come nell’albero frattale in cui ogni segmento o frattura è un universo matematico di un insieme. In Deuteronomio, si da come precetto, come comandamento, l’istituzione di comunità d’asilo, di città di rifugio, per chi – separandosi dagli altri commettendo il male – , abbia tutto il tempo di riconvertirsi al bene. Questo è il primo effetto della rottura palingenetica, della separazione e della riparazione di un insieme disperso e frammentato. La ferita commessa attraverso un crimine deve essere riparata ricucendo la ferita. Dunque la ‘rottura’ e la ‘riparazione’ è un movimento universale di concentrazione e dispersione continua e viceversa, fragilmente universale. La biforcazione e le asimmetrie cosmiche sono il principio, la sua archè, il fondamento stesso della dialettica universale. ‘Tiqqun ‘Olam’ è tipicamente, in ebraico, la ‘riparazione’ del mondo, nel senso più specifico di ogni atto umano indirizzato alla riparazione di ogni cosa sia fatto come torto, come offesa verso qualcuno o verso qualcosa, di ciò che ha rotto un equilibrio o una stabilità. Riparazione, ‘ tiqqun’, che ha anche il significato di ‘ornamento’. Ogni cosa rotta e riparata acquista dunque il suo vero ornamento, la sua vera bellezza.

È l’acquisizione storica dell’uomo che fa l’esperienza di quanta fragilità è, sia, nelle cose, di quanta fragilità sia proprio l’azione che procura una rottura. Il religioso, il sacro renderà conto di queste ferite, di questa rottura come maleficio o discordanze nell’ambito del rapporto uomo natura, uomo e dio. La medicina nasce come sapienza nella cura, nei rimedi alle ferite, alle riparazioni fisiche o morali di un individuo o una comunità. Ricucire le ferite è un’azione concreta, medica concreta, oppure è un’opera simbolica con cui per esempio una intera comunità pone mano alla riparazione di un danno e, come dopo una guerra o una strage, occorrono anni o forse più anni per rimettere in piedi una parvenza o una simulata integrità. Più in là la filosofia addirittura la teologia né farà un aspetto di Grund, di terreno fondamentale, tale per cui la rottura, la frangibilità non è che l’aspetto di un percorso più ampio che si dice ‘riparazione, espiazione e in ultimo resurrezione’, come completa guarigione dall’infranto. La tazza rotta per esempio prende in antropologia questa valenza di qualcosa che va riconnessa, che va ricostruita. Un affresco che si rovina, che perde la sua interezza o riconoscibilità,un’anfora greca deve essere amorevolmente ricostruita per riportare alla luce il frammento di qualcosa che appartiene al passato. Un frammento è in questo caso importante quando il testo stesso. L’archeologia è sostanzialmente il recupero di dati, reperti dell’antico attraverso il frammento. Nel dopoguerra i Manoscritti del Mar Morto ci hanno dato l’esperienza più forte di questo tipo di riparazione, di restauro di frammenti: di un frammento di meno di quattro grafemi si discute se sia del vangelo di Marco, di un intero rotolo, quello di Isaia di cui finalmente abbiamo una copia in ebraico originale, si fa con grande senso di fierezza esposizione al museo del Libro,al santuario del libro in Gerusalemme come l’aspetto più prezioso della civiltà ebraica. Come il frammento della coppa di Nestore dell’ VIII secolo avanti Cristo ci da conto di cosa sia l’esametro greco di Omero e della civiltà greca prima dei Greci, del tempo degli eroi. Un frammento è, ripeto, è la testimonianza non solo di una rottura(che dal punto epistemologico va ripresa come la fase di non equilibrio proprio dei sistemi fisici generali, come accadimento temporale, una possibilità degli stati temporaneamente stazionari. Il teorema di Kolmogorov è in qualche modo la terza legge della fisica nel calcolo probabilistico), ma di una appartenenza, simbolica o concreta. L’esperienza umana è una grande storia di rotture e ricomposizione fino a che l’ultimo, il prossimo, non sieda accanto a noi nella costituzione delle Prossimità, questa è la  filosofia e la pratica dell’avvenire. Il frammento è la parte restante di un intero non di un generico insieme, il frammento testimonia di ‘un come fosse’, non di come era, è il monito del paradigma non dell’affermazione di una identità. Ma anche l’aspetto della cura dell’altro, -anche nell’ipotesi apocalittica marxiana-, la rottura dell’equilibrio della comunità (l’egoismo di un singolo o di una classe) va intesa come qualcosa che va ricostruito riconnettendo, ricostruendo la negazione di una parte dell’intero corpo sociale, le sue separazioni, le solitudini e gli abbandoni. La dialettica storica va verso la soluzione del suo enigma, come egli stesso nei Manoscritti economici-filosofici del 1844, afferma. Per il senso simbolico del ‘Comune’, nell’Induismo dei Veda, è questo il senso dell’antilope nera che fugge via, dell’esilio, della diaspora, dell’esodo e della ricomposizione nella comunità reale, per il profetismo ebraico. Dunque principi come sussidiarietà, cura, prossimità all’altro vanno intesi come riparazione, ricollocazione di un frammento, di un frammentario in un contesto quanto più possibile reintegrato, in senso logistico, formale-identitario, come località comune e tutto quello che ne consegue. Una teoria della località non può prescindere  dalla ridefinizione dei Luoghi Comuni, come esperienze di pluralità, entità collettive e non parziali, di ‘entità di non marginalizzazione’. Il giardino in periferia che viene ’riqualificato’ dalla generosità operosa dei cittadini, è questo senso della riparazione sociale contro la rottura dell’atto egoistico.

Ma ci vuole, per una tazza rotta o una comunità dispersa, le abili mani e la cura paziente che solo l’esperienza del non infranto può, (come esperienza e sapienza), può indurre come riparazione; come nel caso del Kintsugi, l’arte di restaurare, di curare i frammenti di una tazza rotta con un filo d’oro. Secondo i criteri dello Zen, validi anche per l’Ikebana, la bellezza, il criterio di bellezza, la forma ‘Iki’ è connessa all’imperfezione. Una tazza rotta e riparata col filo d’oro, fa bella mostra di sé, -come la cicatrice sul volto di un guerriero-, su un tavolo o una credenza,come un oggetto nuovo e una sua dimensione ricreata in una forma nuova ed originale. Il criterio della cura e del non abbandono è l’aspetto che impropriamente noi traduciamo con ‘compassione’, ma che non dice interamente tutto il senso di quella che è una amorosa cura dei mortali, la sollecitudine verso l’altro, anche se questa esperienza di ‘altro’ è un oggetto. In qualche modo forse è meglio così perché l’intento è ancora più chiaro. Le città ad esempio sono esattamente la dimensione dell’Infranto, della tazza che si è rotta, in mille pezzi; in ogni singolo frammento c’è una testimonianza di quale sia la dimensione di ciò di cui parliamo: la gemeinshaft, la gemeinwesen, la comunità dei luoghi e delle esperienze che preincludono allo stato della grazia, della gratuità cioè e del dono. Nell’impianto delle città antiche, arabe in Italia, in Sicilia in particolare, il darbo, il disegno che consente il mescolarsi di vicoli e piazzette una dentro l’altra, mantiene in cura isolandole ma tenendole unite insieme, le case in modo da consentire una topografia agile, rispettosa delle distanze e delle distanze uniformi e difformi dalle piazzette e dagli giardini. Tiene insieme, le contiene, le differenze e le simmetrie, le similitudini e le asimmetrie in un ordine tutto suo, in modo lineare e discontinuo, dove la mappa e il territorio si omologano intersecandosi l’una sull’altro, l’una dentro l’altro. Un’arte di cucire insieme l’abitato dentro la comunità reale, senza offendere la casa minore da quella maggiore, coniugandole entrambe in un unico tessuto. Dunque bisogna riferirsi alla tessitura e al canovaccio per intendere cosa sia la volontà di tenere insieme i luoghi nella comunità e la comunità dentro i luoghi. Il principio di ‘località’ qui significa mettere insieme le differenze, le identità, i nomi, le culture, creare un non luogo per una molteplice identità collettiva. La più alta testimonianza della comunità infranta è stato il moltiplicarsi invece delle pratiche del genocidio razziale, con la configurazione di stati concentrazionari, di vere e proprie delocalizzazioni e ghetti che non favoriscono la ricostruzione comunitaria, ma volontariamente la separano, la frantumano nelle periferie urbane, separate dal centro storico e dalle ulteriori separazioni di classe, segnate così dal dominio della ‘marca denaro’, dalla definizione censitoria delle persone. L’epistemologia della Shoah ci rende conto di quanta violenza distruttiva ci sia nella pianificazione e realizzazione dello sterminio, quale nichilazione di specie e di genere deve essere messa in campo come distruzione totale dell’altro. L’esperienza della ‘ricucitura,’  che è l’altra faccia dell’Infranto, è la ‘riparazione’, la ricollocazione del distrutto in un ambito ricostruito, come l’Angelus Novus nel dipinto di P. Klee, l’angelo strano, che nella distruzione della storia, delle macerie della civiltà e della storia, deve in qualche modo prendere la macerie, i frammenti dell’antico manoscritto per leggerne l’autenticità. Almeno fintanto che sia possibile. La lotta tra l’infranto e la sua riparazione è una lotta se vogliamo etica ed epica nella dimensione dello scontro tra civiltà, dove il genocidio va di pari passo con la generosità del salvataggio, dello operazione di messa in salvataggio di persone, individui, popoli o etnie. Testimoniata già nel suo esordio dal Canto del Beato, la Bhagavad Gita, in cui la guerra, la separazione dei fratelli dagli altri fratelli si coniuga paradossalmente in abbraccio mortale, la lotta diventa l’unico strumento che l’animale uomo ha per conoscersi. La marea dei dispersi che inondano il mare e le spiagge del sud Europa ci dice che la dispersione e la disparizione etnica è l’affaire du siècle, come l’affaire Dreyfus, fu l’emersione scandalosa dell’odio razziale. E’ l’emergenza del secolo, come la fu la prima e seconda guerra mondiale con la distruzione dell’Europa. Le prossime generazioni dovranno avere la forza e l’intelligenza di prendere tutti i frammenti e leggerne l’antica memoria: il senso concreto e astratto del destino umano, come il suo proprio genoma. I tempi storici e la grammatica dei tempi storici non sono altro che questo, la sua apocalitticità. Nel gesto amorevole di una mano che prende una tazza e la ripara con oro (kintsugi) o un tessuto che viene ricucito per chiudere una ferita aperta (la sapienza medica), c’è questo senso contrario all’intenzione del male. Questa pratica e questo gesto è esattamente il gesto e la pratica dell’Angelo Nuovo, dell’angelo che va al contrario del male in direzione del bene; che nonostante tutto pone la mano, la testa e il cuore in questo inizio riparatore, il suo tiqqun ‘olam, quasi che fosse l’inizio di quello che Freud definì come analisi e cura interminabile. Come in quel linguaggio inventato dal bambino e che nasconde nel gioco del rocchetto, del suo indicativo ‘Fort/Da’, che compare e scompare, che viene allontanato e poi ripreso dal bambino (nell’analisi freudiana, dinamica poi superbamente descritta nei successivi seminari di Lacan), quel Fort/Da che nasconde tutta la richiesta sottaciuta, sommessa, che la ferita venga riparata. Nel desiderio infinito di amore, di non abbandono e cura dell’altro, è la definizione dell’uomo come essere politico, come essere che coniuga, nella pazienza dell’altro, il prossimo avvenire di se stesso, anche ‘egli’ oggetto (il suo ‘Ille’) della medesima cura.

Bibliografia essenziale

R. Tagliaferri. La tazza rotta. Ed. Il Messaggero

J. Hillman. L’anima dei luoghi. Rizzoli

C. Sini. La scrittura e il debito: conflitto tra culture e antropologia. Jaca Book

C. Sini. La materia delle cose: filosofia e scienza dei  materiali. Cuem

K. Marx. Manoscritti economici filosofici del 1844. Einaudi

K. Marx. Il metodo dell’economia politica, in ‘Lineamenti della critica dell’economia politica’. Il Denaro, libro I,vol.I. La nuova Italia

J. Derrida. Cosmopoliti di tutto il mondo, ancora uno sforzo! Feltrinelli

A.M. Iacono. L’evento e l’osservatore. Ricerche sulla storicità della conoscenza. Pier Luigi Lubrina

A. Magnaghi. Il  progetto locale. Bollati Boringhieri. Torino

Bereshit  Rabbà. Commento al Genesi. Utet

D. Florentino García Martínez, The Dead Sea Scrolls Translated, Leiden-Grand Rapids, Brill-Eerdmans

G. Buchner e Carlo F. Russo. La Coppa di Nestore e un’iscrizione metrica da Phitecusa dell’VIII secolo a.C., Accademia Nazionale dei Lincei: Rendiconti, vol. 10, Roma 1955

D. Di Cesare. Grammatica dei tempi messianici. Giuntina

G. Scholem. Le grandi correnti della mistica ebraica. Il Saggiatore

G. Busi. Tiqqun. Ornamento, Riparazione in  ‘Simboli del pensiero ebraico’. Einaudi

Jean Améry. Il risentimento come morale. Franco Angeli

R. Pannikar. Introduzione ai Veda. Rizzoli

KuKi  Suzo. La struttura dell’Iki. Adelphi

Atti degli Apostoli. In’ Nuovo Testamento’

R. Calasso. L’Ardore. Adelphi

W. Benjamin. Angelus Novus. Einaudi

E. Lévinas. Totalità e infinito. Jaca Book

M. Foucault. La cura di sé. Feltrinelli

J. Lacan. Scritti. – a cura di Giacomo Contri. Einaudi

M.Granet-M.Mauss. Il linguaggio dei sentimenti. Adelphi.

Melita Richter Malabotta. L’esperienza dell’esilio nelle opere delle scrittrici della ex- Jugoslavia; in DEP, rivista telematica di studi sulla memoria femminile

R. Milani. I volti della grazia. Il Mulino

E. Guidoni. La componente urbanistica  islamica nella formazione delle città italiane. In ‘Gli Arabi in Italia’. Utet

L. Bonesio. Oltre il paesaggio. I luoghi tra estetica e geofilosofia. Arianna Editrice

A.N. Kolmogorov. Concetti fondamentali del Calcolo delle Probabilità (Grundbegriffe der Wahrscheinlichkeitsrechnung) 1933

Leggi l’articolo completo: Vincenzo Crosio, L’Infranto: la frangibilità, la cura e il non-abbandono (kintsugi), in Scienze e Ricerche n. 39, 15 ottobre 2016, pp. 27-30