Il giorno in cui morì la musica. Il primo evento traumatico per gli USA

di Emiliano Ventura, dottorando presso la Pontificia Università Lateranense

Prima dell’11 settembre 2001 e prima ancora del 22 novembre 1963 (la data in cui venne ucciso J.F.K.), gli USA avevano vissuto un altro evento ugualmente traumatico. Il 3 febbraio 1959 è meglio noto negli Stati Uniti d’America come il “giorno in cui morì la musica”.

Tre giovani promesse del Rock muoiono insieme, nello stesso luogo e nello stesso giorno, Buddy Holly, Ritchie Valens e Big Bopper, si abbattono al suolo con un piccolo aereo durante una turnèe.

Il 4 febbraio del 1959 un ragazzino americano di tredici o quattordici anni, Donald Maclean, legge il giornale e apprende la notizia della morte dei tre cantanti, qualcosa lo tocca nel profondo, il tragico irrompe e si fa mistero, pretenderà il suo contributo di significato e di giustificazione. Il giovane non lo sa ancora ma ha già cominciato a scrivere una canzone che dodici anni dopo sarà un successo.

I. The Winter Dance party

(la tournèe)

Un giorno traumatico può diventare evento artistico, sull’11 settembre si è scritto molto e si sono prodotti tanti film. Il 22 11 63 è il titolo di un fortunato romanzo di Stephen King (e anche di una serie tv); prima di questi due eventi c’è stato un altro “giorno traumatico” vissuto negli USA, solo che in pochi ormai lo ricordano o ne sanno rintracciare gli esiti artistici.

Buddy Holly, Big Bopper e Ritchie Valens non erano un gruppo musicale ma tre artisti diversi, solo Holly ha un gruppo o band, The Crickets, ognuno ha la sua personalità e le sue caratteristiche.

L’individualità dei tre è evidenziata dalla ‘maschera’ che ognuno ‘indossa’; Buddy Holly ha i suoi occhiali grandi, Ritchie Valens il ricciolino che gli cade dalla fronte e Big Bopper ha le sopracciglia  alzate con quel sorriso a bocca spalancata che lo rende immediatamente simpatico.

Il più anziano è Big Bopper che al momento della morte ha ventinove anni, il più giovane è Ritchie Valens che non ha ancora compiuto diciotto anni, Buddy Holly ha venti tre anni, si è appena sposato e la giovane moglie è incinta. I tre si ritrovano a partecipare allo stesso tour.

Il Winter Dance Party è il tour invernale che inizia il 23 gennaio 1959, gli artisti che partecipano e che si esibiscono nelle varie tappe sono, The Big Bopper, Buddy Holly, Ritchie Valens & The Crickets, Dion and the Belmonts e Frankie Sardo. Il tour prevede 24 tappe, quasi tutte nel Midwest degli Stati Uniti con punte negli stati di Minnesota, Wisconsin, Iowa, Illinois, Kentucky e Ohio.

I concerti si tengono nell’arco di tre settimane – dal 23 gennaio al 15 febbraio – in ventiquattro città. I problemi logistici che si presentano agli organizzatori sono notevoli e non di poco conto, a causa delle distanze fra una località e l’altra. Subito dopo la partenza della tournée il pullman usato per il trasporto di musicisti e attrezzature risulta non essere adatto per affrontare viaggi in condizioni rese difficili dalla neve o, in generale, dal maltempo. Il batterista del gruppo di Holly, Carl Bunch, dovette ricorrere alle cure dei medici per un principio di congelamento agli arti inferiori.

Queste le città e le date precedenti; Milwaukee il 23 gennaio, Kenosha 24 gennaio, Mankato 25, Eu Claire il 26, Montevideo il 27, Saint Paul il 28, Davenport il 29, Fort Doge il 30, Duluth il 31, Green Bay il 1 febbraio e il 2 febbraio a Clear Lake. Il 3 febbraio la tappa da raggiungere per l’esibizione è Moorhaed. Come si vede ogni giorno si cambia città, gli spostamenti sono la parte fondamentale della tournée e avrebbero dovuto essere organizzati in maniera più accorta e confortevole, invece è proprio il tallone d’Achille dell’organizzazione.

La Surf Ballroom di Clear Lake, nell’Iowa, non doveva essere una data del tour ma gli organizzatori, per occupare una serata rimasta scoperta, chiamano Carroll Anderson, manager del locale proponendo lo spettacolo. Anderson accetta, viene fissata la data del 2 febbraio. I locali in cui i ragazzi si esibiscono sono, ovviamente, al coperto, non si pensi a grandi ambienti di riunioni collettive, stadi, palasport o cose simili; al contrario sono tutti locali piccoli o medio piccoli, più simili a delle discoteche o balere di provincia. Questi sono i luoghi in cui vivono e dove si esibiscono queste giovani stelle del rock.

II. I protagonisti

(da stelle a pulsar)

Gli artisti di punta, le stelle principali di questa tournée sono senza dubbio Buddy Holly e i Crickets, seguono Frankie Sardo, The Big Bopper, Ritchie Valens, e Dion and the Belmonts. Sono tutti artisti emergenti e molto promettenti, alcuni hanno delle hit nelle prime posizioni in classifica. La stella più luminosa del gruppo e sicuramente Buddy Holly; oltre a lui ci interessa vedere un po’ da vicino soprattutto la carriera di The Big Bopper e di Ritchie Valens.

The Big Bopper è il nome d’arte di Jiles Perry Richardson Jr; spesso viene indicato anche come J.P. The Big Bopper Richardson (classe 1930), lui nasce e inizia la carriera come disc jockey. Durante gli studi lavora in una radio KTRM, nel ’55 presta servizio nell’esercito e al congedo torna di nuovo a lavorare alla radio dove crea il personaggio e il programma che lo rendono famoso.

Ricordato per la sua esuberante personalità che ne fece una star del rock and roll, ha avuto tra i suoi maggiori successi la canzone Chantilly Lace, questa verrà inserita nella colonna sonora del film di George Lucas del 1973 American Graffiti.

Il figlio di Big Bopper, Jay Richardson è la sua copia, stessa corporatura e stesso viso espressivo, si è fatto portavoce della memoria del padre e quando indossa la stessa marsina da scena leopardata sembra di vedere proprio The Big Bopper; anche la voce e il modo di cantare è adattato e cucito sulla misura del padre. Purtroppo Jay Richardson è morto nel 2013 e in un certo modo è come se The Big Bopper fosse morto una seconda volta.

Buddy Holly (classe 1936) inizia a cantare durante gli anni del liceo, verso la metà degli anni cinquanta canta e suona musica country and western in piccoli locali del sud-ovest degli Stati Uniti d’America. Sempre più attratto dalla musica rock, Holly registra vari brani sia come solista sia come leader di un gruppo, The Crickets, per i quali firma il grande successo That’ll Be the Day nel 1957.

Il titolo di questa canzone era curiosamente ispirato a una frase che l’attore John Wayne ripeteva nel film Sentieri selvaggi, uscito l’anno prima.

Nello stesso anno il suo singolo Peggy Sue scala le classifiche, rendendolo popolarissimo e pari ad Elvis Presley nello scatenare l’entusiasmo del pubblico.

Holly e i Crickets ebbero un regolare programma radiofonico (1955-1958) e suonarono in tutto il mondo. Il tono accattivante e il fascino fanciullesco della sua voce e delle sue canzoni valsero il successo a Buddy Holly. Holly scrive ed esegue pezzi memorabili, sia in versione solista sia con il complesso dei Crickets.

Nello stesso periodo partecipa, come solista e con i Crickets, ai principali varietà televisivi statunitensi. Il 27 maggio del 1957, That’ll Be The Day viene rilasciata come singolo, ed ottiene un grandissimo successo di pubblico, scalando le classifiche di Billboard US il 23 settembre, e raggiungendo la posizione numero 1 nell’ UK Singles Chart per tre settimane, a novembre.

I Crickets eseguirono dal vivo That’ll Be The Day e Peggy Sue all’Ed Sullivan Show, il primo dicembre. Il successo della formazione fu tale che, sempre nel 1957, The Crickets fu l’unico gruppo di musicisti bianchi ad esibirsi in un tour di musicisti neri di rock and roll.

Nel gennaio del 1958, Holly e i Crickets, si esibiscono in un tour in Australia, a marzo, è la volta dell’Inghilterra. Ad aprile dello stesso anno pubblicano il loro terzo e ultimo album, That’ll Be The Day. Nel giugno 1958 Holly incontrò Maria Elena Santiago, ragazza della quale si innamorò a tal punto da chiederle di sposarlo. Le nozze si tengono due mesi dopo, il 15 agosto del 1958, a Lubbock. Scrive il brano True Love Ways ispirandosi alla relazione con la moglie, Maria Elena. Per il loro cinquantesimo anniversario, Maria Elena rilasciò un’intervista al Lubbock Avalanche-Journal, nella quale dichiara che il primo incontro fu magia pura e che il loro rapporto aveva qualcosa di speciale: ”Entrò nella mia vita quando io ne avevo bisogno, ed io entrai nella sua allo stesso modo”.

Buddy è la stella del gruppo, all’epoca la sua notorietà è seconda solo a Elvis.

Il più giovane dei tre è Ritchie Valens, nome d’arte di Richard Steven Valenzuela (classe 1941),  cantante e chitarrista di origini messicane. La sua famiglia era povera; il padre Steve si guadagnava da vivere commerciando legname, la madre Connie lavorava in una fabbrica di munizioni in una località non distante da San Fernando, luogo in cui il piccolo Richard, insieme ai suoi genitori e al fratellastro Robert Morales trascorse i primi anni di vita.

Al termine del suo primo tour, Ritchie Valens torna in studio per registrare Donna, una canzone che scrisse al liceo per la sua ragazza, Donna Ludwig.

Sul lato B del singolo incise La Bamba, una tradizionale canzone huapango del Messico orientale (l’huapango è una canzone formata da versi apparentemente senza senso, il cui significato è noto solo all’autore).

Il produttore (Bob Keane) non voleva registrare il singolo perché credeva che un pezzo del genere, cantato interamente in spagnolo e con qualche riff di chitarra, non avrebbe fatto presa sul pubblico americano. Donna raggiunse il 2º posto in classifica e La Bamba si fermò al 22°, ma la seconda sarà ricordata come la più famosa canzone di Ritchie.

Nel gennaio del 1959, Ritchie viene scelto per esibirsi al Winter Dance party con altri artisti emergenti. La sua è una famiglia messicana che ama la musica e che sa trasmettere questo amore. Già da bambino Richard suona infatti diversi strumenti. Ma l’oggetto senza il quale non è in grado di vivere è la chitarra. In particolar modo la mariachi, una chitarra da flamenco. Con questo strumento si fa apprezzare negli scantinati, nei garage, nelle palestre delle high school e nelle ball-room di Pacoima, la sua città. Chi lo scrittura gli cambia il nome. Ritchie, con la T, e non Richie, perché di quelli senza T ce ne sono mille con una chitarra appesa al collo, nella seconda metà degli anni Cinquanta, ma questo Ritchie è diverso. Ha energia, fuoco e talento. La canzone della tradizione Mariachi che questo ragazzino si mette a suonare a velocità pazzesca è La Bamba; questo il titolo della ballata trasformata in una cascata di suoni. Ritchie ne ha imparato le parole a orecchio perché lo spagnolo lo parla poco e male. La Bamba è la prima canzone rock’n’roll cantata completamente in spagnolo. E sarà la più famosa di sempre.

Ritchie Valens inizia a viaggiare per il paese, ma lo fa in bus, perché di volare non se ne parla. Quando era bambino due aerei si schiantarono sopra il cielo della sua scuola e distrussero l’infanzia di molti suoi amici, morti o irrimediabilmente feriti.

Roger Peterson (classe 1937) nato e cresciuto in Alta (Iowa) è un pilota d’aereo e se vogliamo possiamo considerarlo come ’intruso’ o irregolare in questa storia di musica. Ha preso il certificato che lo abilita come pilota privato nel 1954 e come pilota commerciale nell’aprile del 1958.

Nel settembre del 1958 sposa Deanne Lenz conosciuta negli anni della scuola superiore (High School). La coppia risiede a Clear Lake a poca distanza da Mason City dove lavorano entrambi. Roger ha raggiunto un totale di 711 ore di volo, di cui 128 volando su voli charter locali.

La sera del 2 febbraio del ’59 il manager del Surf Ballrom di Clear Lake lo contatta per un volo charter da Mason a Fargo (North Dakota). Al Ballroom si tiene il Winter Dance Party, uno dei cantanti Buddy Holly, vuole procedere in volo mentre gli altri continueranno in pullman.

Peterson si accorda con il manager per il volo, la spesa è di 36 dollari a passeggero, quando il cantante arriva in aeroporto con lui ci sono altri due passeggeri Ritchie Valens e Big Bopper. Il Beechcraft Bonanza B35, l’aereo rosso che deve pilotare ha solo quattro posti compreso il pilota.

Carl Bunch, Waylon Jennings e Tommy Allsup sono The Crickets, la band che accompagna Buddy Holly nel Winter Dance Tour del 1959, nello specifico dobbiamo vedere il ruolo di uno dei component del gruppo.

Tommy Allsup (classe 1931) è musicista e chitarrista. Nato nel sobborgo di Owasso, ha iniziato la carriera musicale nel 1949 suonando la chitarra elettrica nel gruppo musicale degli Oklahoma Swingbillies. Nel 1958, mentre incideva nelle sale di registrazione di Norman Petty a Clovis, nel Nuovo Messico, gli fu chiesto di lavorare con Buddy Holly. Allsup accetta e suona assieme a Waylon Jennings, al basso elettrico, e Carl Bunch, batteria. Durante il tour invernale Winter Dance Party del 1959, Allsup accompagna Holly. Il cantante Ritchie Valens è colui che, in virtù di un sorteggio effettuato con una monetina, si siede al posto di Allsup in uno dei limitati posti dell’aeroplano. Secondo il racconto fatto da Allsup, la scommessa avvenne alla Surf Ballroom di Clear Lake – dove si era tenuto l’ultimo concerto di Holly – e non sul campo di decollo, come descritto in un film. Tommy è quindi il fortunato del gruppo, il reduce, il sopravvissuto.

Se Roger Petersen è l’irregolare o intruso del gruppo, Tommy Allsup è il fortunato.

Buddy è una giovane stella dell’ancora più giovane panorama del rock’n’roll e sta girando gli States insieme ad una dozzina di musicisti tra cui Ritchie Valens, un diciasettenne chicano di San Fernando Valley e il ventottenne dj J.P. Big Bopper Richardson famoso per aver battuto il singolare record della più lunga trasmissione radiofonica in diretta, quasi sei giorni di on stage e con un hit all’attivo dal titolo Chantilly Lace. Buddy è il più popolare della comitiva ma nonostante il successo riconosciuto è costretto a macinare miglia su miglia con un vecchio pullman che arrancava nel freddo e nel gelo del Nord America.

III. The day the music die

(America in lacrime)

Nel tragitto verso la cittadina di Clear Lake il riscaldamento del pulmann smette di funzionare per l’ennesima volta nel bel mezzo di una tempesta di neve a 19 gradi sotto lo zero. Buddy decide che era ora di finirla e che la prossima città, Fargo nel North Dakota, l’avrebbero raggiunta in aereo.

Siamo arrivati al giorno dell’esibizione a Clear Lake, è il 2 febbraio 1959; quando Buddy Holly arriva al locale si mostra assai contrariato con i musicisti del gruppo per il cattivo funzionamento del pullman ventilando la possibilità di affittare un volo charter per il trasferimento a Moorhead, da dove avrebbero poi raggiunto Fargo.

Secondo lo speciale televisivo Behind the Music: The Day the Music Died, Holly quella sera era indispettito anche per il fatto di non poter disporre di un cambio di biancheria né di poter far lavare quella che indossava poiché la locale tintoria era chiusa per riposo.

Il volo viene organizzato dal manager del locale che assolda Roger Peterson, pilota locale ventunenne che lavorava per la Dwyer Flying Service di Mason City.

Il cantante J.P. Richardson Big Bopper aveva avuto nei giorni precedenti una fastidiosa forma influenzale e chiese a un musicista di Holly, Waylon Jennings, se poteva cedergli il posto sull’aereo, Jennings acconsente senza problemi.

Quando Holly viene a sapere che Jennings non avrebbe preso l’aereo gli augura scherzosamente di congelare sul vecchio bus e il musicista, altrettanto scherzosamente, augura a Holly che l’aereo ‘potesse schiantarsi’; per il resto della vita, Jennings, non ha saputo darsi pace per aver pronunciato quella battuta.

Ritchie Valens non ha mai volato in un aereo da turismo, né ama farlo ma non si sente troppo bene e chiede a un altro musicista di Holly, Tommy Allsup, di cedergli il posto. Allsup non accetta né rifiuta la richiesta, ma propone di giocarsi il posto con il lancio di una monetina.

Ricapitolando: Buddy Holly ha prenotato un volo in cui sono disponibili tre posti, uno è il suo e non è in discussione, offre gli ultimi due posti a due membri della sua band: Waylon Jennings e Tommy Allsup. Jennings lascia il suo posto Big Bopper che aveva avuto una forte influenza, Valens a quel punto chiede a Tommy di cedergli il posto: il responso è affidato a un moneta, vince Ritchie Valens e Tommy resta a piedi. A Dion Di Mucci del gruppo Dion & The Belmonts – quarto nome in cartellone insieme a Holly, Big Bopper e Valens – era stato offerto di prendere l’aereo, ma il musicista declina l’invito perché ritiene il prezzo del biglietto (36 dollari) troppo oneroso.

L’equipaggio è al completo, i tre cantanti arrivano all’aeroporto accompagnati da Carroll Anderson, lì c’è il pilota in attesa, Roger Peterson.

Appena dopo l’una di notte del 3 febbraio l’aeroplano decolla dall’aeroporto municipale di Mason City. Cinque minuti dopo, Dwyer, il proprietario del Flying Service vede le luci del velivolo che iniziavano a discendere dal cielo verso il terreno. Dalla torre di controllo si attendevano comunicazioni dal pilota riguardo al piano di volo, ma Peterson non ha mai chiamato i tecnici dell’aeroporto.

Diversi tentativi di Dwyer di contattarlo non andarono a buon fine. Sono le 3:30 del mattino quando dall’aeroporto Hector di Fargo comunicano di non avere avuto contatti con il velivolo.

Intorno alle 9.15, ormai giorno fatto, Dwyer decolla a sua volta con un piccolo aeroplano per ripercorrere la medesima rotta che si riteneva Peterson avesse seguito.

È sufficiente un breve lasso di tempo per scorgere i resti del velivolo che aveva impattato sul terreno in un appezzamento coltivato a granturco, dista circa otto chilometri a nord-ovest dell’aeroporto.

A Carroll Anderson, il manager della Surf Ballroom, che aveva condotto gli artisti all’aeroporto assistendo alla loro partenza, tocca il triste compito dell’identificazione dei cadaveri. I corpi di Holly e Valens giacevano poco distante dall’aeroplano mentre quello di Richardson fu rinvenuto in un campo accanto a quello dell’impatto.

Secondo quanto afferma il coroner della contea è presumibile che tutti gli occupanti del Bonanza abbiano trovato una morte istantanea per traumi alla testa. In particolare il certificato di morte di Holly precisava che il cantante aveva riportato fratture multiple tali da avergli causato la morte istantanea:

«Il corpo di Charles H. Holley era vestito con un giaccone giallo in similpelle [...] Il cranio era scisso medianamente sulla fronte con estensione alla regione vertebrale. Approssimativamente metà del tessuto cerebrale era mancante. Era presente sanguinamento da entrambe le orecchie [...] La consistenza della cassa toracica era molle a causa di ampie lesioni da urto sofferte dalla struttura ossea».

L’inchiesta giudiziaria condotta subito dopo il fatto consente di accertare che il disastro aereo fu dovuto ad una combinazione di maltempo abbinato a un errore del pilota (il giovane e inesperto Peterson, che stava ancora perfezionando la preparazione per il volo notturno e strumentale) dovuto probabilmente a disorientamento spaziale.

La poca dimestichezza con la strumentazione di bordo, abbinata alle cattive condizioni del tempo, potrebbe avere indotto il pilota a credere di essere in fase ascendente anziché discendente. Va detto che – sempre secondo l’inchiesta – il pilota non fu messo adeguatamente sull’avviso a proposito delle condizioni meteo che avrebbe incontrato durante la rotta.

Le ipotesi fantasiose che vedono Holly ai comandi dell’ae-reo, un colpo di pistola accidentale esploso nell’abitacolo, non hanno mai trovato alcuna conferma, né ci sono ragionevoli motivi per pensarlo (una pistola in effetti è stata trovata tra i rottami dell’aereo e sembra che appartenesse a Buddy Holly).

Roger Peterson è una delle vittime di questa tragedia, ed è lui a far più simpatia (se si può fare una classifica del genere), viene sempre dimenticato nei discorsi e nelle commemorazioni, è un semplice giovane pilota non una star della musica, è un ragazzo normalissimo. Viene ricordato in virtù del fatto che è il pilota che ha ‘causato’ l’incidente nel giorno in cui morì la musica.

Il suo errore è stato sopravvalutare le sue capacità, è molto giovane e sicuramente ama ciò che fa, si è appena sposato e la moglie lavora, forse hanno bisogno di guadagnare per cui accetta anche un volo non proprio ottimale. Inoltre l’idea di viaggiare con Buddy Holly, la stella del Rock, probabilmente lo lusinga, sarà una bella storia da raccontare alla moglie o agli amici.

Roger Peterson accetta l’incarico e quando decolla con lui ci sono non una ma tre stelle del Rock, fuori il tempo è brutto e forse nevica anche se non in maniera violenta.

Dopo il decollo l’aereo volta a sinistra di 180 gradi e punta a nord, poi qualcosa accade, il pilota entra in confusione e non riesce a leggere gli strumenti di volo notturno, confonde l’altitudine e si schianta a terra, il volo dura solo pochi minuti, il tempo di percorrere otto miglia.

Se c’è una responsabilità, non solo morale ma anche oggettiva, in questa tragedia in cui perdono la vita quattro giovanissimi ragazzi, questa è tutta degli organizzatori e dei managers del Winter Dance Party.

Come si possono mettere quindici/venti date serrate e in luoghi distanti uno dall’altro e affidarsi unicamente a un vecchio Pullman? Per di più in pieno inverno. Una logistica adeguata e confortevole doveva essere il primo pensiero e tenuta in massima cura, invece è stato tutto il contrario.

La cosa più grave e significativa sta nella cinica adesione all’adagio ‘the show mast go on’. La mattina del 3 febbraio viene scoperto l’incidente con le vittime coinvolte, la sera stessa gli organizzatori del Winter Dance Party hanno già sostituito Buddy Holly, Big Bopper e Ritchie Valens con Ronnie Smith, Fabian & Frankie Avalon e Gimmy Clenton.

Nella data del 3 febbraio 1959 si esibiscono regolarmente al The Armory di Moorhead; Bobby Vee & The Shadows, Dion and the Belmonts e Frankie Sardo, non si sono fermati neanche dopo la morte delle loro stelle.

IV. Impatto emotivo

La scena dello schianto aereo è simile a tutte le scene in cui cadono aerei, le immagini riportano i frammenti del velivolo, ruote, indumenti vari, pezzi di motore, lamiera e, naturalmente i corpi. Si pensi all’incidente aereo di Bascapè dove muore Enrico Mattei, è il 27 ottobre del 1962, la scena è simile anche perché l’aereo è di piccole dimensioni come quello che cade a Clear Lake.

Oppure si pensi ancora all’incidente di Superga dove cade l’aereo del Grande Torino il 4 maggio del 1949, le scene si somigliano tutte con la stessa tragica fissità del momento della morte.

A volte la storia, il caso o la vita sanno far bene il loro mestiere, sono capaci di tessere trame incredibili e degne del miglior scrittore, neanche un maestro del plot come E.A. Poe avrebbe saputo congegnare una simile quantità di elementi.

Prendere le tre giovani promesse del rock, scatenare una tempesta di neve, mettere fuori uso il sicuro pullman, costringerli ad affittare un aereo, far tirare a sorte l’ultimo posto libero e poi farli precipitare tutti insieme dando vita al ‘giorno in cui la musica morì’. I giornali del giorno dopo titolano in prima pagina, The Day The Music Died.  È la prima grande tragedia del rock, quattro giovanissime morti che lasciano una cicatrice indelebile nell’immaginario americano.

“Niente che sia successo dopo, nella storia del rock, può realmente oscurare il potere e l’influenza del lavoro di Buddy e dei suoi dischi”, così si esprime Jackson Browne, durante la sua studio session per un disco commemorativo, l’ex Beatles Ringo Starr dice: “Nell’intera storia del rock ‘n’ roll, Buddy è nella Top 10!”.

Una profonda tristezza segue l’incidente per la natura casuale dell’evento, inoltre la giovane età di Holly e Valens accentua il senso di perdita e malinconia.

Hank Williams è morto a ventinove anni, molto giovane anche lui, ma si è consumato nel bere e nell’uso della droga, per cui amici e fan non sono rimasti stupiti più di tanto da questa morte prematura. Johnny Ace è morto nel 1954, a soli venticinque anni, nel backstage del suo show, ma si è ucciso giocando alla roulette russa, l’impatto emotivo di questi eventi è stato totalmente differente dalla morte dei tre giovani cantanti in un unico giorno. Anche la morte di James Dean segnò profondamente quella generazione e le seguenti, se insieme a Dean fossero morti anche i giovanissimi Marlon Brando e Paul Newman si sarebbe parlato del giorno in cui morì il cinema, e l’impatto emotivo sarebbe stato sicuramente amplificato.

La morte di questi tre interpreti del rock è stata vista come perdita dell’innocenza e della gioia della musica, è come se i giovani americani, e i giovani musicisti che verranno, fossero stati cacciati da un eden musicale fatto di gioia e divertimento.

Gli anni ’50 stanno finendo e tra pochi mesi si vivrà la crisi di Cuba con la grande paura della guerra atomica, si vivrà l’omicidio di J.F. Kennedy, e poi quello del fratello Bobby, di Martin L. King, la guerra in Vietnam vive la sua fase più recrudescente.

La musica si farà impegno e denuncia di tutto questo, quella gioia e leggerezza degli anni ’50 sembra lontanissima. Solo la morte del presidente J.F. Kennedy avrebbe prodotto un chock simile, la di perdita dell’innocenza e del bello disinteressato, la stagione mitica dell’infanzia è finita un po’ per tutti in quel giorno di febbraio.

V. American Pie

(ciao ciao Miss American pie)

Un puro ricordo di un giorno lontano può divenire materia poetante; il giorno in cui morì la musica, e la sua immagine, ha continuato a influenzare nel presente le esistenze di molti altri individui tra cui il ragazzino che nel febbraio del ’59 consegnava giornali porta a porta.

Don McLean è l›autore della famosa canzone American Pie che nel 1972 raggiunge la prima posizione nella Billboard Hot 100 per quattro settimane, è considerata uno dei capolavori della musica leggera statunitense. Nel 2000 una cover di Madonna la rende ancora attuale al prezzo però di banalizzarne il senso con dei tagli al testo che ne mutilano il senso.

In Italia, McLean, ha avuto un breve periodo di notorietà nel 1973 con il brano Vincent, ispirato alla vita e all’opera di Vincent Van Gogh, che venne utilizzato come sigla del seguitissimo giallo televisivo Lungo il fiume e sull’acqua.

Don McLean è stato profondamente scosso dalla morte di John Kennedy e Buddy Holly. Ha più o meno tredici-quattordici anni quando per guadagnare qualcosa fa il paperboy, il ragazzo che consegna i giornali; il 4 febbraio 1959 leggendo il giornale che deve consegnare apprende la notizia chock, è il giorno in cui è morta la musica.

Più tardi frequenta la scuola serale all’Iona College. Nei campus universitari è un celebre cantante folk. Con l’aiuto di una borsa di studio da parte del New York State Council of the Arts, comincia ad aver accesso a un pubblico più vasto, andando di città in città lungo il fiume Hudson. Impara l’arte della performance dal vivo con l’aiuto del suo amico e mentore Pete Seeger. Sembra che stia ripercorrendo le orme di Buddy Holly.

La sua canzone, American Pie, è una riflessione sulla morte di Buddy Holly, Ritchie Valens e The Big Bopper nell’incidente aereo di Clear Lake, da qui la frase ripetuta nella canzone The Day the Music Died (Il giorno in cui la musica morì).

Il testo inizia con il ricordare quel giorno di tanti anni prima.

«Ricordo ancora/ tanto tempo fa/, come la musica mi facesse sorridere/ e sapevo che se avessi avuto una possibilità/avrei potuto far ballare le gente/ e forse farli felici almeno un po’./ Ma febbraio mi ha gelato/ consegnando giornali/, le cattive notizie bussano alla porta/ gelando anche i miei passi/.

Non ricordo se ho pianto/ quando ho letto della sua giovane sposa vedova/ ma qualcosa mi ha segnato a fondo/, era Il giorno in cui morì la musica/ e quindi, ciao ciao Miss American pie».

In questa traduzione il gioco di rime e assonanze tra cried/bried, door/more, inside/died, si perde irrimediabilmente ma basta ascoltare la canzone per ritrovare intatto il doppio registro sonoro della musica e delle parole. McLean disse che il testo è in qualche modo una sua autobiografia dalla metà degli anni cinquanta fino al periodo in cui scrisse la canzone, nei primi anni settanta.

Il testo è una lunga sequela di immagini e momenti della storia americana, in apparenza slegati e poco chiari se non all’autore, la morte di Buddy Holly, quella di Kennedy, Nixon e Presley, il furgone Pick-up con la sua carica di ribellione anche sessuale, Helter Skelter, la canzone dei Beatles ma anche colonna sonora della follia di Charles Manson che compie la strage nella villa di Polanski.

In un certo modo American pie è scritta coma La Bamba di Valens, come abbiamo visto l’huapango è una canzone formata da versi apparentemente poco chiari e noti solo all’autore

American pie, più che una canzone, è un rito collettivo per un’intera generazione americana, in questa ritualità si attua e si manifesta ancora la vita spensierata degli anni ’50 e la tragica caduta nel giorno in cui muore la musica.

In questa morte di tre stelle del rock, tre giovani talentuosi, c’è la manifestazione dello sperpero, della spesa improduttiva, del dépense di cui parla George Bataille rifacendosi al potlatch dei nativi del nord America; la festa in cui un uomo ‘spreca’ magnificamente le sue ricchezze per raggiungere la gloria, siamo nel contesto della sfida e della festa.

Ed è questo contesto, la festa, che nel significato antropologico trova riscontro nella distruzione e nello spreco, l’obbligo di ricevere doni e di darli, onorare prodigalità ed eccesso, Mauss (dal cui studi Bataille trova questi concetti) richiama alla memoria i banchetti in cui onorare il cibo evoca il grottesco, l’obbligo di ingoiare quantità di cibo smisurate.

American Pie è una biografia musicale di un senso (sentire) comune americano, forse solo Born In The USA di Springsteen ha avuto un effetto uguale se non maggiore.

Una canzone così in Italia probabilmente non esiste, bisognerebbe unire Una storia sbagliata di De Andrè, in cui racconta la morte di Pasolini, con La storia siamo noi o Viva l’Italia di De Gregori, da questo improbabile pastiche si avrebbe un Italian pie. Un tentativo di estrema sintesi e puntualità l’ha comunque fatto Rino Gaetano con la sua Aida, in un testo breve è riuscito a riassumere cinquant’anni di storia italiana. “Il giorno in cui morì la musica” nel tempo è divenuto un sintagma polisemico, da letterale si è fatto simbolo, come una particella sub atomica si è chimicamente potenziata, poi sarebbero venuti altri giorni e altre date ben più traumatiche.

Leggi l’articolo completo: Emiliano Ventura, Il giorno in cui morì la musica. Il primo evento traumatico per gli USA, in Scienze e Ricerche n. 39, 15 ottobre 2016, pp. 12-18