La Costituzione americana: un caso di lotta di classe

di Aldo Zanca. Dipartimento di Studi europei e dell’integrazione internazionale, Università degli Studi di Palermo.

Il libro di Beard, quando nel 1913 uscì, fece grande scalpore. Esso conteneva una riconsiderazione della Costituzione federale e della stessa Convenzione di Philadelphia che la produsse, indicandone la funzione controrivoluzionaria e interpretandola come un freno piuttosto che uno stimolo al processo democratico che si era aperto con la guerra contro gli Inglesi. Si trattava di una vera e propria sconsacrazione della convenzione di Philadelphia e di un attacco all’immagine della classe dirigente rivoluzionaria e dei simboli stessi della nazione americana. Era la prima volta che non solo ne veniva messo in discussione il mito fondativo, ma pure veniva rifiutata l’agiografia che riguardava i componenti della convenzione di Philadelphia, fino ad allora considerati leader politici di eminente virtù e saggezza, fra i quali, è bene precisare, non si annoveravano ormai quasi del tutto i leader rivoluzionari del 1776. La Costituzione veniva percepita come l’esito e il coronamento della rivoluzione iniziata con la Dichiarazione di indipendenza e proseguita con la guerra contro gli inglesi. Non a caso i 55 estensori della carta costituzionale venivano appellati anch’essi Padri Fondatori (Founding Fathers) e non Costituenti (Framers), come sarebbe stato più corretto.

Secondo Beard, la Costituzione non era stata il frutto maturo degli ideali repubblicani dei popoli dei tredici Stati ex coloniali, ma l’opera di un gruppo di persone portatrici di propri interessi privati ed esponenti di ben individuati strati sociali. La Costituzione venne formulata in quella data maniera per favorire determinate classi sociali in danno di altre, mediante la formulazione di un assetto politico-istituzionale di tipo spiccatamente conservatore, che creava un argine verso i fermenti democratici che si erano sviluppati nel corso della guerra rivoluzionaria. Anzi, dire che l’assetto istituzionale disegnato dalla Costituzione fosse conservatore significa non tener conto che essa cancellò elementi ed esperienze di democrazia avanzata che stavano facendosi strada, in una prospettiva di superamento di una visione riduttivamente liberale.

La prospettiva analitica di Beard è quella che lui stesso definisce teoria del determinismo economico in politica, secondo cui i fatti e le scelte politiche sono influenzati, direttamente o indirettamente, dallo svolgimento degli eventi economico-sociali, ovvero dalla lotta di classe che vede lo scontro tra gli interessi dei vari gruppi sociali. È chiaro che si tratta di una posizione assai vicina al marxismo, ma Beard ha sempre rifiutato quest’accostamento, preferendo riferirsi a quanto asserisce Madison nel X saggio del Federalist:

 

la differenza di qualità intrinseche di ciascun uomo, che rappresenta la fonte dei diritti di proprietà, configura un ostacolo parimenti insuperabile ad una eventuale uniformità d’interessi. Prima cura di ogni governo dovrà, infatti, essere la salvaguardia di queste qualità individuali. E dalla protezione delle facoltà di guadagno distribuite in minore o maggiore misura in ciascun individuo, nasce, naturalmente, il possesso di beni di tipo e misura differenti; e dall’influsso esercitato da questi beni sulle opinioni e sui sentimenti dei rispettivi proprietari, deriva una divisione della società in interessi ed in partiti differenti. […]

Le fonti più comuni e durature di faziosità sono, tuttavia, fornite dalla varia o ineguale distribuzione delle ricchezze. Coloro che possiedono e coloro che non hanno proprietà hanno sempre costituito i contrastanti interessi nella società. Similmente, i creditori da una parte e i debitori dall’altra. Gli interessi dei proprietari agrari, quelli degli industriali, dei commercianti, dei possessori di capitali liquidi insieme ad altri minori crescono, di necessità, nelle nazioni civili e si ripartiscono in diverse classi sollecitate ad agire da vari sentimenti e valutazioni.

Compito primo della legislazione moderna è, appunto, la regolamentazione di questi interessi svariati e delle loro reciproche interferenze, il che implica un certo spirito di parte, fin nell’esplicazione delle comuni attività di ordinaria amministrazione.

 

Dunque, secondo Madison, il compito più importante del governo consiste nel controllo e nella mediazione degli interessi economici in conflitto, il quale genera le fazioni. La causa delle fazioni risiede nella «varia o ineguale distribuzione delle ricchezze». Chi fa le leggi e chi governa indirizza le proprie decisioni secondo la propria convenienza. Tenuto conto che la distribuzione della ricchezza è inevitabilmente ineguale, si profilerà il grande pericolo che alcuni interessi si fondano in una schiacciante maggioranza (che Madison prevede che sarà formata dai contadini senza terra), la quale, affermando i propri diritti, conculcherà quelli della minoranza. Il governo deve garantire che ciò non si verifichi, facendo sì che certi interessi non formino una maggioranza.

Perseguendo con determinazione quest’obiettivo, i Costituenti si spinsero ben al di là del mandato ricevuto, che era quello di «rimediare ai difetti del governo federale» e di formulare proposte in merito «alle disposizioni indispensabili per rendere il governo adeguato alle esigenze dell’Unione» e non certamente quello di trasformarsi in una Assemblea costituente, rasentando così un vero e proprio colpo di Stato. Si sarebbe trattato, in sostanza, di rendere meno laschi i legami così come stabiliti dai 13 Articoli di Confederazione. Quest’ultima era, infatti, del tutto priva di potere esecutivo e giudiziario e i suoi deliberati, per diventare operativi, dovevano essere accolti dai governi degli Stati.

La pressante preoccupazione della maggioranza dei Costituenti fu di erigere barriere costituzionali ad ogni rischio di affermazione del potere popolare, perché il popolo veniva considerato come una massa indisciplinata e una minaccia costante al governo e, soprattutto, ai diritti di proprietà. «Tutti erano […] concordi nel diffidare della democrazia, considerata un potenziale veicolo di sovversione se non, addirittura, incitamento al saccheggio dei beni dei proprietari». Ne venne fuori un documento prodotto «da un gruppo di cinquantacinque mortali, siglato in effetti da appena trentanove persone, un buon numero delle quali era proprietario di schiavi, e adottato da tredici Stati soltanto, attraverso il voto di meno di duemila persone».

Il pensiero dei Padri Fondatori e dei Costituenti è profondamente influenzato da Montesquieu e da Locke, da quest’ultimo in particolare. Siccome intento di Locke è di «ben comprendere che cosa sia il potere politico e ricostruirne la genesi», si comprende che «Il grande e fondamentale intento per cui dunque gli uomini si uniscono in Stati e si assoggettano a un governo è la salvaguardia della loro proprietà». I diritti preesistono al potere politico e quindi, nel momento in cui gli uomini decidono di istituire lo Stato, non solo esiste ed è radicata la diseguaglianza dei possessi e delle posizioni sociali, ma è proprio questa situazione che suggerisce di creare un potere comune che la sancisca. Il problema che il potere politico deve risolvere è, appunto, di fare accettare questo stato di cose a chi rimane emarginato dal progressivo incremento della diseguaglianza. Il potere civile non crea nuovi diritti, né può limitare quelli esistenti antecedentemente. Viene così giustificata la legittimità delle diseguaglianze dei possessi e dell’appropriazione individuale illimitata.

Se «gli uomini […] si associano, al fine di disporre della forza congiunta della società nel suo complesso, assicurare così e proteggere le loro proprietà», è chiaro che la maggioranza che esprime il potere legislativo non è la maggioranza dell’intero popolo, ma di coloro che hanno interesse a difendere la loro proprietà. I proprietari si potranno trovare in disaccordo e anche in conflitto fra di loro su tante questioni in quanto proprietari, ma saranno sempre solidali nel riconoscersi nella comune difesa della proprietà e quindi nel mantenere accuratamente nelle proprie mani il potere politico. L’operazione ideologica della teoria politica lockeana, consiste nel fornire una giustificazione a uno Stato di classe, imperniato sulla diseguaglianza sociale ed economica, dove vigono diritti diseguali, partendo però dal postulato universale dell’eguaglianza dei diritti naturali degli individui. «La Costituzione era in sostanza – commenta Beard – un documento economico basato sul concetto che i fondamentali diritti privati alla proprietà sono anteriori al governo, e moralmente al di là della portata delle maggioranze popolari».

Si passa quindi dalla proclamazione dell’eguaglianza e dei diritti alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità contenuta nella Dichiarazione di indipendenza del 1776 alla Costituzione del 1787, che si qualifica come strumento di accentramento del potere politico e di dominio di una parte minoritaria della società sul resto. In essa è leggibile una ben precisa concezione del potere politico. Essa si diffonde sulle istituzioni e tace del tutto sui diritti, che però sono quelli tacitamente presenti e che vengono sintomaticamente garantiti ponendo dei limiti al governo. La Costituzione presuppone che i cittadini possiedano da sé le opportunità e le risorse per esercitare i propri diritti. Viene così delineato un modello di società in cui lo Stato non pone, non crea e non protegge alcun diritto e in cui ognuno può contare solo sulle sue forze.

Importanti gruppi di interessi economici erano stati danneggiati dal sistema di governo così come era previsto dagli Articoli di Confederazione, in particolare quelli che avevano a che fare con i titoli pubblici, l’industria, il commercio e il prestito a interesse, cioè i settori capitalistici che si contrapponevano alla proprietà fondiaria. Fu Hamilton ad individuare con estrema precisione i gruppi sociali che avrebbero avuto interesse a sostenere il nuovo sistema federale di governo, da cui sarebbero stati promossi e consolidati.

Il primo gruppo era costituito dai creditori, dai finanzieri, dai banchieri  e dai prestatori di denaro, in sostanza le forze della finanza. Il secondo gruppo era formato dagli industriali e dai commercianti, ai quali interessava che venissero stabilite norme unitarie in tutti gli Stati e che fossero tutelati verso l’estero da regole protezionistiche. Il terzo gruppo era composto dagli speculatori fondiari, che annoverava i personaggi più influenti e prestigiosi, a cominciare dallo stesso Giorgio Washington. Numericamente questi gruppi rappresentavano una minoranza del paese, fuori della quale c’era la grande massa di piccoli agricoltori, artigiani, debitori e, naturalmente, proletari nullatenenti. Mentre i componenti dei primi gruppi avevano voglia, mezzi e opportunità di organizzarsi (i più si addensavano nei centri urbani), i componenti dei secondi avevano scarsa consapevolezza e identità.

È chiaro che i rappresentanti che furono inviati a Philadelphia dalle convenzioni statali di fatto furono scelti dai portatori dei maggiori interessi:

 

Dall’esame della posizione economica dei membri della Convenzione – afferma Beard – si possono trarre alcune conclusioni:

In maggioranza, i membri erano avvocati di professione.

Essi provenivano per lo più dai centri urbani della costa e delle vicinanze, cioè da quelle regioni in cui era più che altro concentrata la proprietà mobiliare.

Nessun membro rappresentava, dal punto di vista dell’interesse economico, la classe dei piccoli coltivatori o quella degli artigiani.

In schiacciante maggioranza i membri, almeno per cinque sesti, erano immediatamente, direttamente e personalmente interessati al risultato dei loro lavori a Filadelfia, ed erano persone che avrebbero tratto più o meno vantaggio dall’adozione della Costituzione […]

essi conoscevano attraverso la loro personale esperienza economica i risultati precisi che doveva conseguire il nuovo governo che essi stavano edificando.

 

Il punto forse più importante che si dovette affrontare fu di escogitare un equilibrio per porre freni al potere legislativo e per impedire che uscisse da certi limiti accogliendo istanze provenienti dai ceti popolari. Per evitare ciò era necessario che il conflitto economico esistente nella società venisse riflesso nella struttura del governo, in modo tale che si impedisse che si formasse una maggioranza che potesse prevaricare la minoranza (dei proprietari): «[la] società è divisa in tante parti, e si compone di tanti diversi interessi e tante diverse categorie di cittadini, che i diritti degli individui, ovvero della minoranza, non correranno seri rischi di venire ingiustamente sopraffatti da una maggioranza». Da questo criterio venne concepita una determinata struttura del potere che facesse solido ostacolo al coagularsi degli interessi democratici