Diritti umani in carcere e politiche pubbliche. Verso un nuovo paradigma della responsabilità

di Patrizia Ciardiello, Dottore di ricerca in Istituzioni e Politiche pubbliche, Dipartimento della Giustizia Minorile e di Comunità.

Nel discorso pubblico sulle carceri, parole quali crisi, emergenza, sovraffollamento, diritti umani vengono da sempre correlati, e, in tal senso, è noto come, nella storia dei sistemi penitenziari, i progetti di riforma del carcere risultino coevi dell’avvento del carcere stesso e la discrasia fra funzioni dichiarate e funzioni svolte, l’inadeguatezza qualitativa e quantitativa delle risorse assegnate, la centralità egemone della pena detentiva, pur in presenza di apparati ordinamentali aperti a forme alternative di punizione legale, si configurano quali elementi stabili del sistema, e non solo nel nostro paese. Non è possibile, per converso, sottacere come il sovraffollamento costituisca elemento di esponenziale amplificazione dei fattori della crisi di legittimazione dell’istituzione penitenziaria – da più parti e con diversi argomenti definita perenne – generando condizioni di cui solo in parte le descrizioni che se ne possono fare, se ne fanno e se ne faranno possono e potranno dare compiutamente conto. E’ noto, in tal senso, come i racconti degli operatori e delle persone detenute risultino accomunati, con grande frequenza, dal presentare come una sfida il solo non rassegnarsi alla pura gestione della coabitazione coatta, allo scopo di mitigare l’umiliazione della dignità ed umanità di chi, a vario titolo, vive in carcere anche solo per una parte della giornata.

A partire dalla cennata correlazione fra carcere (per definizione, in crisi/emergenza) e diritti umani (nel carcere per definizione in crisi, insufficientemente rispettati), si offriranno di seguito alcune considerazioni sui processi che, in presenza di provvedimenti di un’autorità pubblica che contemplino la limitazione/privazione della libertà personale, possono generarsi quando tale limitazione/privazione si coniughi con quelli che il diritto e le convenzioni internazionali definiscono “trattamenti inumani e degradanti” equiparandoli a forme di tortura. Si anticipa che il perno delle argomentazioni che si offriranno risiede nella delineazione degli elementi che supportano la necessità di un cambiamento paradigmatico nell’analisi di tali processi e nella correlata definizione degli interventi da porre in essere per anticipare le criticità in grado di costituire ambienti favorevoli alla commissione di atti contrari al rispetto dei diritti umani e per orientare l’azione pubblica complessivamente dispiegata verso la condivisione delle responsabilità sottese alla trattazione di questioni di pubblica rilevanza. In tal senso, appare opportuno prendere le mosse dall’intrinseca afflittività della pena. La pena, qualunque pena, compendia, in ogni caso, e in qualunque condizione, anche afflizione, e dunque, come accade per qualunque pharmakon (insieme medicamento e veleno), essa può “curare” solo “avvelenando”, può pretendere di emendare solo a patto di infliggere sofferenza (Curi 2002:409-410).

Secondo Renè Girard (1980), alla radice dello stesso diritto di infliggere una punizione c’è, al di là dell’enunciato intendimento di eliminare il rischio di vendetta, una “violenza senza rischio di vendetta” che rimane il terreno archetipico da cui la pena giuridicamente formalizzata trae continuamente alimento e forza (Cacciari 2002:252). È in tal senso che una punizione «che non sia comunque – per quanto astrattamente ed eventualmente – in grado di ridurre o minacciare lo status sociale del violatore, non sia cioè «degradante», non è riconosciuta né riconoscibile neppure come pena…e che le stesse ricerche empiriche condotte in materia confermano che l’idea socialmente costruita e diffusa è quella che identifica come penale il solo diritto criminale arcaico e come pena quelle sole sofferenze legali socialmente avvertite come degradanti e quindi stigmatizzanti» (Pavarini 2002:286). Pertanto, anche il carcere, castigo legale ed egualitario pur introdotto per punire umanamente senza suppliziare e uccidere, e dunque per porre definitivamente al bando la pena di morte non è mai stato contemplato potesse/dovesse perdere ogni afflittività, pena la perdita di ogni residua funzione deterrente. A partire da Jeremy Bentham, padre con Beccaria dell’illuminismo penale, che sostenne che se le carceri non devono essere luoghi dove si aspetta la morte, se le sofferenze corporali devono essere bandite, ciò non significa che il cibo non debba essere “scadente”, la disciplina “severa”, l’abbigliamento “umiliante”.

Anche Erving Goffman, in “Asylums” (1961:34), indicava, tra le “istituzioni totali”, un “(terzo) tipo di istituzioni totali (che) serve a proteggere la società da ciò che si rivela come un pericolo intenzionale nei suoi confronti, nel qual caso il benessere delle persone segregate non risulta la finalità immediata dell’istituzione che li segrega (prigioni, penitenziari, campi per prigionieri di guerra, campi di concentramento).”

Un decennio dopo, in “Crimini di pace”, Stanley Cohen (1975:441-442), nell’introduzione al saggio dal titolo “Uno scenario per il sistema carcerario futuro”, scriveva:

Ogni scenario che presento si basa sull’assunto fondamentale che il nucleo del sistema carcerario – la reclusione a scopo punitivo dei delinquenti in edifici separati dal resto della società – non può essere cambiato. … Non metto qui in discussione l’opportunità di queste riforme (eccetto che non vengano impropriamente presentate sotto l’alibi della riabilitazione), né dubito della sincerità di chi le auspica; ciò che intendo affermare è che dal momento che le riforme sono tese, secondo la definizione esatta, a «migliorare un’istituzione eliminando o abbandonando le imperfezioni, i difetti o gli errori», esse non portano a una vera ri-formazione dell’istituzione stessa. La forma del sistema carcerario – nel senso in cui io uso questo termine – è simile a una forma d’arte come il cinema: si possono eliminare le imperfezioni (usando ad esempio attrezzature più complesse), si possono apportare innovazioni tecniche (il colore o la tridimensionalità), è possibile anche compiere certe esperienze estetiche radicali (come il surrealismo o il cinema-verità), ma la forma rimane intatta.

Chi volesse rileggere questo saggio potrebbe ritrovare – mutatis mutandis – il nocciolo duro di molte delle criticità a tutt’oggi alla ribalta con cui si confronta chi, a vario titolo, si interessa del carcere e della sua (ir)riformabilità.Vi si preconizzavano il trasformarsi progressivo delle carceri in depositi umani; la crescente attenzione per la classificazione dei detenuti come strumento di elezione per il governo degli istituti di pena, ma anche per l’attuazione dei programmi di riabilitazione; il concentrarsi delle “voci dominanti provenienti dall’esterno” sull’appoggio delle critiche provenienti dall’interno del sistema stesso. Proseguendo nella metafora cinematografica, Cohen scriveva

… Quelli che conoscono la situazione – amministratori e tecnici – leggendo articoli di fondo, manifesti politici dei partiti, relazioni annuali e ascoltando i discorsi alle conferenze riconosceranno annoiati le seguenti «richieste»: maggiori disponibilità finanziarie, personale più qualificato, edifici più moderni, salari più elevati, maggiore prestigio per i professionisti, status più elevato per gli agenti penitenziari, migliori sistemi di classificazione, più ampie possibilità di aiuto dopo la scarcerazione, migliore comprensione da parte del pubblico, eccetera.

Per converso, non risulta ancora empiricamente confermata l’ulteriore anticipazione dell’autore secondo la quale

Data la generale tendenza storica diretta contro l’istituzionalizzazione, le prigioni non potranno più operare una selezione. Accoglieranno soltanto quelli che sono al di là delle possibilità di recupero, i casi limite che devono essere rimossi dalla società.

Infatti, la generale tendenza storica – con alcune mitigazioni generate dalla constatazione dell’insostenibilità sul lungo periodo dei costi finanziari e umani indotti dal ricorso massiccio al carcere – risulta a tutt’oggi connotata da un incerto quanto intermittente procedere verso il contrasto dell’istituzionalizzazione, che in Italia ha visto il governo impegnato nella riduzione al sovraffollamento delle prigioni (-17,8% tra il 2013 e il 2014) e nel varo di alcune iniziative finalizzate sia all’ampliamento delle opportunità di accesso alle misure alternative alla detenzione sia all’introduzione di forme di probation fruibili anche dagli autori di reato adulti come risposta ai pronunciamenti della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

È noto come, nel luglio 2009, il sistema penitenziario italiano abbia ricevuto dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo quella che Tullio Padovani ha definito “una sorta di certificazione di indegnità”, attraverso una condanna dell’Italia riferita allo “spazio” in cui una persona era stata detenuta, meno di 3 mq. È noto, inoltre, come quella condannata non si sia configurata quale condizione eccezionale, essendosi quest’ultima a lungo estesa alla maggioranza degli istituti di pena italiani e a tutti gli aspetti fondamentali della detenzione: permanenza in cella 20 ore su 24, qualità e quantità del cibo, servizi igienici, assistenza sanitaria. È noto, ancora, come la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo si sia nuovamente pronunciata in materia l’8 gennaio 2013 reiterando la condanna nei confronti dell’Italia per violazione dell’art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e imponendo al governo italiano di procedere entro un anno a decorrere dalla data in cui la sentenza fosse divenuta definitiva all’istituzione di «[...] un ricorso o un insieme di ricorsi interni effettivi idonei ad offrire una riparazione adeguata e sufficiente in caso di sovraffollamento carcerario [...]» e all’allestimento delle condizioni necessarie a un più ampio ricorso alle sanzioni e misure di comunità.

Pertanto – considerando anche il monito della CEDU a procedere sulla strada delle riforme – rimane importante non dimenticare i quesiti posti a suo tempo (2009) al riguardo da Tullio Padovani:

A fronte di situazioni che fanno della carcerazione un trattamento contrario al senso di umanità e in positiva contraddizione con le regole internazionali e la legislazione interna, si profila o non si profila una responsabilità personale?

Dovrà farsene carico qualcuno? Subito si staglia all’orizzonte il tipico meccanismo giustificativo delle organizzazioni burocratiche complesse che mira a sgretolare la colpa e a farla morir fanciulla. Il procedimento destinato a sfociare nel trattamento inumano e degradante è la risultante di una serie articolata e ripartita di passaggi che tende a rendere ogni soggetto agente “cieco” al prima e al dopo: rotella di un ingranaggio.

C’è chi ordina, chi assegna, chi ammette, chi dispone e chi organizza. Posso io – dirà il pubblico ministero – non emettere l’ordine di carcerazione imposto dalla legge? Posso io – dirà il funzionario dell’amministrazione – non assegnare il detenuto? Posso io – dirà il direttore – non accoglierlo in carcere? Posso io – dirà il magistrato di sorveglianza – liberare il detenuto maltrattato? E così ciascuno avrà alle proprie spalle il rassicurante sostegno di un dovere funzionale che lo estrania dall’esito finale e lo rende istituzionalmente indifferente alla riduzione di un uomo in belva carcerata.

È con questi meccanismi che le istituzioni immunizzano i propri agenti: l’esito criminoso si nutre di frammenti sparsi di legalità. E mentre questi dispensano giustificazioni personali, il crimine che ne risulta perde l’autore, e si colloca nelle placide secche della politica, dove la deplorazione per quanto accade si condisce di propositi sempre rinnovati e sempre vani.

In tali considerazioni è possibile rinvenire una stretta consonanza con quanto a suo tempo scritto da Antonio Cassese (1994:130), Presidente dal 1989 al 1993 del Comitato per la prevenzione della tortura istituito presso il Consiglio d’Europa:

…le prigioni sono mondi enormi e complicati. Mondi in cui la responsabilità per la gestione dell’istituzione, per le decisioni e le misure concrete concernenti la sua vita interna, sono diluite tra numerosissime persone, e spesso dipendono da autorità che vivono lontano nella capitale”.

E ancora (Cassese op. cit.:56):

le situazioni inumane e degradanti sono il risultato di tante azioni e circostanze: spesso esse costituiscono la concrezione dei comportamenti più svariati di numerose persone […] Spesso (i trattamenti, ndr) sono oggettivamente contrari al senso di umanità, senza che si possa necessariamente discernere un’intenzione malvagia in chi li infligge.

Avvicinandosi al nucleo del presente contributo, si prendono le mosse proprio dall’affermazione di Cassese secondo cui “l’esito criminoso si nutre di frammenti sparsi di legalità”: ritenere che i trattamenti inumani e degradanti, che talora assumono i connotati della violenza, fisica e psicologica, siano/possano essere appannaggio esclusivo di alcuni, che, per il rendersene autori e a differenza di altri, recherebbero le stimmate di una originaria capacità di infliggere intenzionalmente sofferenza o di rimanere indifferenti alla sofferenza denota, con una certa ingenuità scientifica, una sorta di superstizione che induce, de plano, l’assunzione di un approccio fatalistico e una generale deresponsabilizzazione.

Nel “secolo breve” che ci siamo appena lasciati alle spalle si è creduto si fossero concentrati l’orrore dei regimi totalitari e delle “soluzioni finali” che hanno portato alla morte, complessivamente, di 150 milioni di esseri umani. Ma ci si è dovuti ricredere: nelle carceri di Abu Ghraib e di Guantanamo volute dall’occidente “democratico” per difendere i valori di cui si fa araldo, “normali” soldati hanno assunto l’identità di ruolo che l’appartenere a un’istituzione legittimante e il sentirsi servitori di una buona causa richiedeva secondo le definizioni di “buona causa” disponibili nel contesto. “Normali” soldati che hanno accolto quasi con stupore l’orrore planetario che le loro gesta hanno suscitato, coerentemente con la persuasione di non aver fatto che “il proprio lavoro”, come a suo tempo la moltitudine di “lavoratori” – molti dei quali nemmeno sostenitori attivi del nazionalsocialismo o antisemiti – che consentirono, anche attraverso la delazione, lo sterminio di ebrei, disabili, nomadi, omosessuali dentro e fuori ai campi di concentramento. E un “normale” soldato si definiva anche Paul Tibbets, il pilota dell’Enola Gay, l’aereo B-29 che sganciò la bomba atomica su Hiroshima e che, intervistato nel 1975, rilasciò, fra le altre la seguente dichiarazione…

(… segue …)

Leggi l’articolo completo: Patrizia Ciardiello, Diritti umani in carcere e politiche pubbliche. Verso un nuovo paradigma della responsabilità, in Scienze e Ricerche n. 38, 1° ottobre 2016, pp. 45-64