La metodologia costruttivista e l’unificazione culturale a livello di formazione sono fattori indispensabili per la conoscenza

di Francesco Giuliano.

Nel nostro tempo, quando la Scienza, figlia del pensiero dialettico, sta facendo passi da gigante  – è recente la notizia scientifica sulla produzione per la prima volta di un fascio di atomi di antidrogeno al CERN di Ginevra: una scoperta che apre le porte alla risoluzione dell’annoso problema della ‘prevalenza della materia rispetto all’antimateria del cosmo’ – penso che uno dei mali peggiori ai fini educativi e formativi sia il dogmatismo, ovvero un insegnamento di stampo catechetico che insegna ad obbedire, a eseguire ciò che ci viene ‘comandato’ e che, quindi, ‘impedisce’ di pensare e di elaborare in modo autonomo e creativo. Il dogmatismo porta l’individuo, di fatto, ad acquisire sin dalla tenera età insegnamenti e precetti che gli vengono ‘imposti’ come verità assolute, indiscutibili, inconfutabili. Ciò, di conseguenza, lo condiziona e gli chiude la mente rispetto al raggiungimento di nuove prospettive, a causa della categorizzazione del lavoro in un determinato settore, dove l’individuo è costretto a ‘ripetere’, anche se apparentemente diversificato, per l’intera esistenza tutto ciò che gli è stato insegnato. Oggi, stiamo vivendo una delle peggiori crisi economiche che, secondo alcuni studiosi, ha prodotto, sta producendo e ancora produrrà, nel mondo occidentale, danni peggiori di quelli generati dalla seconda guerra mondiale: perdita del posto di lavoro con il conseguente aumento della disoccupazione, incapacità di adattarsi ad nuovo lavoro, suicidi, crescita della disoccupazione giovanile, incremento della povertà, impossibilità di inventarsi nuove attività lavorative, ma soprattutto precarietà non solo di chi è giovane ma anche di chi, già adulto ( un cinquantenne ancora lontano dal pensionamento) lavorando perde il lavoro per sempre.

Per cercare di scongiurare tutto questo, la scuola dovrebbe avere il compito di educare alla creatività e all’adattamento a nuove situazioni, evitando o riducendo nel contempo l’insegnamento dogmatico in tutte le discipline.

Si consideri pure il difficile rapporto asimmetrico tra le scienze umane e le scienze propriamente dette. Le prime, infatti, proiettate ad indagare sul passato e ad interpretarlo, sono arroccate in un mondo isolato fatto di sapienza non-empirica che dà della realtà una visione pessimistica. Le seconde, invece, grazie a tutte le straordinarie scoperte che hanno permesso e permettono continuamente di progredire, e al conseguente ampliamento della conoscenza e alla relativa diffusione di essa tramite internet e i social network, stanno immettendo l’umanità nel futuro con una visione ottimistica. Una rivoluzione in atto, dunque, che sta portando l’uomo sia a ‘vedere’ non solo il macrocosmo in cui vive ma anche il microcosmo di cui è costituito, e a cambiare continuamente il modo di intendere la vita e di interpretare il mondo e l’universo. Le vecchie entità e i loro mezzi che governavano l’umanità sono in crisi. Nel 1991, John Brockman, presidente della Edge Foundation, in un saggio dal titolo The Emerging Third Culture, scriveva: Negli ultimi anni il campo di gioco della vita intellettuale americana si è spostato e l’intellettuale tradizionale ha assunto un ruolo sempre più marginale. Un’istruzione in stile anni Cinquanta, basata su Freud, Marx e il modernismo, non è una qualifica sufficiente per una testa pensante del giorno d’oggi. Di fatto gli intellettuali tradizionali americani sono in un certo senso sempre più reazionari e spesso fieramente (e perversamente) ignoranti di molti significativi conseguimenti intellettuali della nostra epoca. La loro cultura, che disdegna la scienza, è spesso non empirica. Utilizza un proprio gergo e lava in casa i propri panni (più o meno sporchi). È perlopiù caratterizzata da commenti di commenti, e la spirale di commenti si dilata fino a raggiungere il punto in cui si smarrisce il mondo reale. Per questi intellettuali tradizionali che, oltre che in America, si trovano anche dalle nostre parti, tutto ruota attorno alla parola, che spesso è priva di fondamento. Si prospetta necessariamente, per questo, l’avvento di una terza cultura, in cui gli umanisti pensino come gli scienziati e gli scienziati come gli umanisti, perché in fondo ciò che accomuna gli uni agli altri sono i sentimenti che esprimono e la passione che mettono nel loro lavoro. Cambia l’essenza della ricerca, ma ciò che opera è sempre e soltanto l’uomo con la sua mano e la sua mente. Emotività e razionalità vanno di pari passo. Si propone, allora, con la terza cultura la concretizzazione di un nuovo umanesimo!

La terza cultura, infatti, non evidenzia tra la cultura umanistica e quella scientifica alcuna separazione, quella separazione che ha creato e crea dei compartimenti stagni culturali dannosi, che costituiscono un freno sia allo sviluppo della conoscenza a livello individuale che alla risoluzione dei problemi collettivi. Chiediamoci, allora, perché oggi non si riesce ad affrontare e risolvere i problemi sociali ed economici che assillano l’umanità progredita così come è stato sottolineato in premessa?

Oggi, mentre la scienza, grazie alla razionalità di cui è satura (non è un caso che il metodo scientifico, dopo un letargo di circa diciotto secoli, abbia ripreso il suo cammino a partire dal ‘600 grazie non solo al metodo scientifico galileiano e al razionalismo cartesiano ma anche al ripristino della filosofia epicurea, fautrice della libertà di pensiero, che subentrò prepotentemente alla filosofia aristotelica che invece ne era stata inibitrice), stia progredendo in maniera esponenziale, penso che una delle principali cause che generano l’allontanamento della gente dalla ‘conoscenza’ sia l’uso latente del dogmatismo in tutti gli ambiti culturali e la divisione culturale a livello formativo appena accennata.

A sostegno di ciò, risulta necessario citare l’interessante saggio “Gödel, Escher, Bach: Un’Eterna Ghirlanda Brillante”, pubblicato nel 1979, del filosofo statunitense Douglas Richard Hofstadter (1945) secondo cui tutto ruota attorno alla seguente domanda: Le parole e i pensieri seguono regole formali o no? Nel saggio vi si intrecciano, infatti, le opere del matematico e logico austriaco Kurt Gödel, quelle dell’incisore e grafico olandese Maurits Cornelis Escher, e la musica del grande e creativo compositore tedesco Johann Sebastian Bach. Dal loro confronto emerge, appunto, la ricerca di un filo comune, di un meccanismo neurologico latente, che unisca le loro opere dell’uomo a settori culturalmente giudicati molto diversi tra di essi, come la logica, la grafica, e la musica, ovvero come le idee, la manualità e le emozioni e i sentimenti espressi dal linguaggio musicale. Allora siamo indotti a porci le seguenti domande: Il nostro cervello funziona allo stesso modo sia quando si risolve un problema matematico o si scrive una proposizione o si dipinge un quadro o si compila un brano musicale? Non è il pensiero che ci guida in ogni cosa? Non è il pensiero che guida la mano esperta in qualunque settore dello scibile umano? La Cultura può essere ‘compartimentata’ ai fini educativi? La compartimentazione culturale è uno stereotipo? La separazione della Cultura in umanistica e scientifica è utile ai fini educativi e formativi?

È bene, a questo punto, fare una miscellanea di semplici considerazioni di carattere storico ai fini esplicativi ma anche didattici.

A scuola si insegna fondamentalmente che 2 + 2 è sempre uguale a 4 nell’insieme dei numeri naturali {0,1,2,3, 4, 5, … … … , n}, ma raramente si insegna che il risultato potrebbe essere diverso se si operasse in un insieme diverso come, ad esempio, in {0,1,2,3} dove 2 + 2 = 0 oppure in quello dell’orologio {1,2,3,4,5,6,7,8,9,10,11,12} dove 12 + 2 = 2. Da ciò deriva, dunque, che il risultato di un’operazione, in questo caso l’addizione, non è scontato, ma è relativo all’insieme numerico in cui si sta lavorando. Questo significa che l’insegnamento basato su un procedimento assiomatico, cioè costruito su determinati postulati convenzionali ma variabili, creerebbe nell’individuo degli strumenti mentali flessibili che lo porterebbero ad essere creativo e a sfondare la ‘gabbia’in cui il dogmatismo lo vincola mentalmente per sempre. Eppure la storia ci ha fatto conoscere grandi filosofi come Talete di Mileto (640 – 547 a.C.), secondo cui ‘la ragione governa il mondo’, o come Pitagora (570 – 495 a.C.), secondo il quale ‘la matematica è l’essenza della natura’, i quali  sono stati, in epoche diverse, i fautori della prima grande rivoluzione del pensiero scientifico. Essi scoprirono la potenza del lógos, che in sé racchiude i significati di pensiero, di parola, di concetto, di ragione. Grazie al lógos dopo il superamento del mýthos, l’umanità considerò i fenomeni naturali non più espressione arbitraria assegnata dall’uomo ad una qualsivoglia divinità, ma piuttosto espressione coerente e dialettica di una divinità logica e matematica. Ciò determinò il passaggio dall’incertezza alla certezza, tant’è che Aristotele (384- 322 a.C.) enunciò il principio di non-contraddizione secondo cui è ‘impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo’, che si esprime più semplicemente con la proposizione ‘P è anche non-P’ è falsa. Molto tempo prima di lui, anche Parmenide, il filosofo eleatico vissuto nel VI secolo a.C., sosteneva che la legge formale della non-contraddizione è la legge dell’Essere, a cui il pensiero risulta vincolato in modo necessario per dargli compiutezza e validità. Pensiero questo che si riscontra pure in Platone, secondo il quale la logica è la costruzione matematica delle connessioni delle idee, le quali costituiscono la base della realtà e confutano gli errori e i paradossi applicando il principio di non contraddizione. Sin da allora, l’uomo pensante, dunque, si è posto di fronte alla logica, sostantivo che deriva appunto da lógos, che permette di discernere ciò che è valido da ciò che non è valido; in definitiva ciò che è coerente da ciò che è incoerente, ciò che contraddice un concetto ritenuto valido, nel contempo e nel contesto. Da allora sia la logica che il principio di non-contraddizione, concetti inscindibili della coerenza, sono stati basilari per la costruzione del pensiero e del ragionamento congruente al fine della risoluzione di un problema qualsiasi.  Circa ventidue secoli dopo, Galileo Galilei (1564 – 1642) scriveva nel “Il Saggiatore” che  ‘La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto’. Tuttavia, con l’avvento della meccanica quantistica (1925-1926), basata sul concetto di quanto introdotto nel 1900 da Max Planck (1858 – 1947), grazie ai fisici Werner Karl Heisenberg (1901 -1976 ) e Erwin Schrödinger (1887 – 1961), si è passati  al concetto di indeterminatezza, perché l’elettrone – con la teoria del 1924, sul dualismo onda-corpuscolo, fatta dal fisico Louis De Broglie (1892 – 1987) -, oltre a comportarsi come un’entità materiale ha il carattere di un’onda, in quanto manifesta proprietà ondulatorie,  cioè l’elettrone risulta al tempo stesso corpuscolo (essere) e onda (non-essere). In questo modo, si è passati sponte sua dalla dialettica aristotelica a quella antidialettica o di Eraclito (535 – 475), che si può esprimere con le seguenti semplici citazioni, ‘negli stessi fiumi scendiamo e non scendiamo’ a causa dello scorrere dell’acqua, o ancora ‘il mare è l’acqua più pura e impura: per i pesci è bevibile e vitale, per gli uomini è imbevibile e mortale’. Ciò ha comportato, allora, il passaggio ad un’altra logica dove possono risultare ‘vere un’affermazione e la sua negazione’, cioè, come si diceva in latino, ‘ex falso (sequitur) quod libet’, dal falso (segue) una qualsiasi cosa a piacereIn definitiva, il principio di non contraddizione viene sostituito dal principio di complementare contraddittorietà, che equivale a quello che si chiama più semplicemente “principio di esplosione” secondo cui ‘data una proposizione possono risultare vere tutte le proposizioni che la negano’, cioè ‘P è anche non-P’ è possibilmente vera.

Se nel passato, non ci fossero stati matematici dotati di strumenti mentali di elevata creatività, oggi non avremmo l’informatica basata sull’algebra di Boole (1815 – 1864), che utilizza l’insieme {0,1}, né avremmo la già accennata meccanica quantistica (che studia l’infinitamente piccolo), né la teoria della relatività generale di Einstein (che si occupa dell’infinitamente grande). Tutto ciò grazie alla modifica del quinto postulato della geometria piana o euclidea (III secolo a.C.) che è quella che si studia normalmente a scuola. Il quinto postulato di Euclide è quello relativo al parallelismo di due rette: ‘data una retta e un punto esterno ad essa esiste un’unica retta parallela passante per detto punto’. Modificando tale postulato sono sorte due geometrie, dette appunto non euclidee: la geometria ellittica o geometria di Bernhard Riemann (1826 –1866) e la geometria iperbolica o geometria di Nikolaj Ivanovič  Lobachevskij (1792 -1856). Queste geometrie, a differenza della geometria piana euclidea, non sono intuitive, ma importanti ai fini di scandagliare la realtà più approfonditamente.

Per rendere più accessibili questi concetti e per favorire lo sviluppo di capacità creative, nell’insegnamento si potrebbe usare l’approccio ‘metodologico costruttivista…

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Leggi l’articolo completo: Francesco Giuliano, La metodologia costruttivista e l’unificazione culturale a livello di formazione sono fattori indispensabili per la conoscenza, in Scienze e Ricerche n. 38, 1° ottobre 2016, pp. 65-70