Il mito di Cartagine e le fondazioni fenicie d’Occidente

di Enrico Acquaro.

(tratto da: Enrico Acquaro, La Cartagine di Elissa e le sue rifondazioni nel Mediterraneo, in Scienze e Ricerche n. 1, novembre 2014, pp. 37-39)

Il mito di fondazione di Cartagine nella versione dell’epitomatore Giustino del II secolo[1] è stato oggetto di ripetute analisi in questi ultimi anni, mie[2] e di altri studiosi[3], analisi che hanno contribuito a dare credibilità al contesto storico di riferimento. Diversi sono gli eventi che il testo di Giustino propone al lettore in un tessuto narrativo che non manca in alcuni passi di una certa suspence, in particolare per quanto attiene alle vicende personali della protagonista Elissa/Didone riprese in tutte le letterature[4] (Fig.1). In questi eventi rientra la contrattazione con la controparte libica, contrattazione in cui dovettero essere di conforto, anche politico, l’intervento e la probabile mediazione dei compatrioti uticensi. Così la striscia di bue utilizzata come aspetto particolare di quella fides punica che caratterizzerà ogni vicenda cartaginese nel confronto con altre etnie sino ad Annibale[5], delimiterà la Byrsa dei primi grandi scavi coloniali francesi[6].

La storia degli studî dagli anni ’60 agli anni ’90 ha, a mio parere, non sempre tenuto presente la complessa azione politica che la Cartagine d’Africa dovette seguire per le fondazioni fenicie d’Occidente. Azioni che portarono fra l’altro in Sicilia, in Sardegna, nelle Baleari e nella Penisola Iberica a vere e proprie «rifondazioni» con la ridefinizione dell’intero tessuto urbano, l’importazione del tofet, espressione dell’identità della comunità civica[7] (Figg. 2-4) e di tutti gli aspetti liturgici proprî della Qart Ḥadasht dei coloni tirî. L’eparchia ed epicrazia cartaginese[8] del VI secolo a.C. non si limitarono alla ridefinizioni più o meno traumatiche delle antiche colonie fenicie d’Occidente, ma anche alla riqualificazione dei territori e delle funzionalità dei diversi centri di riferimento. Funzionalità fra loro interagenti, come il caso in Sicilia dell’attuale territorio trapanese, in cui la componente elima dovette svolgere un ruolo importante, non sempre a pieno considerato, e condizionare per molti aspetti la stessa trasmissione di cultura materiale greca negli insediamenti fenici[9].

Qui i tre centri occupati da Cartagine, Erice, Lilibeo, Mozia restituiscono documenti specifici. Si passa dalla «vocazione» santuariale di Erice elima con il tempio di Astarte/Venere[10], a quella demografica di Lilibeo[11] cui dovettero contribuire i Moziesi dopo la conquista siracusana e la successiva riconquista cartaginese, alla stessa Mozia che i nuovi scavi stanno sempre più qualificando come un centro di interculturalità «elitario», fra Grecia e Fenicia[12] (Figg. 5-6). In questa sistematica ridefinizione politico-territoriale riemergono in alcuni casi quegli stessi sostrati locali occidentali che l’archeologia non ha sempre adeguatamente indagato e che hanno accolto le prime frequentazioni vicino-orientali[13] ed i primi insediamenti coloniali fenici.

L’azione cartaginese di controllo territoriale non si limitò a recepire i precedenti nuclei abitativi o di interesse economico, ma in molti casi dislocò diversamente gli impianti abitativi ed economici, come nel caso di Sa Caleta ad Ibiza[14] e di Cartagena nel territorio iberico fra il Levante e il litorale Andaluso, un territorio quest’ultimo di una notevole complessità etnica[15]. È in quest’ultima regione tartessica che i Barcidi, Amilcare e i suoi figli allevati dal padre «come leoncini per la rovina di Roma»[16], misero in atto una sistematica ridefinizione territoriale che suscitò in patria l’accusa fatta alla famiglia di Amicare Barca di voler perseguire un progetto «regale»[17], progetto di cui doveva far parte anche l’emissione con tipi eraclidi di monete in argento[18].

Analoga pianificazione il demo di Cartagine d’Africa dovette operare dal VI secolo a.C. in Sardegna, e in particolare nel Sinis, con Tharros (Fig. 7) che per il suo profilo socio-economico ebbi a definire più volte «Cartagine di Sardegna»[19]. Una «città cartaginese» quella del Sinis che impiantò il suo tessuto urbano, dal tofet di su muru mannu[20] a Capo San Marco su resti di strutture nuragiche[21]. Recenti ricerche ancora in corso nel Sinis, a Monte Prama[22], saranno in grado di meglio storicizzare e contestualizzare in quel territorio il rapporto fra Paleosardi, Fenici già frequentatori dalla seconda metà dell’VIII secolo a.C. e Cartaginesi, proponendo letture che tengano in adeguato conto le emergenze archeologiche di tutto il territorio che comprende San Salvatore[23], Santa Giusta[24] e la stessa Cornus[25]. Un territorio quello del Sinis, è bene ricordarlo, che si pone sulle due grandi vie naturali di penetrazione verso l’interno, il Campidano verso sud-est e la valle del Tirso verso nord-est[26]. I lacerti di queste rifondazioni furono sostanzialmente ripristinati da Roma, che ne mantenne e in qualche caso potenziò il profilo strategico nelle singole regioni[27].

Fig. 1. La morte di Didone (particolare). Peter Paul Rubens. 1630. Paris. Musée du Louvre.

Fig. 1. La morte di Didone (particolare). Peter Paul Rubens. 1630. Paris. Musée du Louvre.

 

Fig. 2. Cartagine. Il tofet.

Fig. 2. Cartagine. Il tofet.

 

Fig. 3. Sant’Antioco. Sulcis. Il tofet.

Fig. 3. Sant’Antioco. Sulcis. Il tofet.

 

Fig. 4. Mozia. Il tofet.

Fig. 4. Mozia. Il tofet.

 

Fig. 5. Mozia. Casa dei Mosaici. Il pavimento a ciotoli visto da est

Fig. 5. Mozia. Casa dei Mosaici. Il pavimento a ciotoli visto da est

 

Fig. 6. Mozia. I resti della Porta Orientale.

Fig. 6. Mozia. I resti della Porta Orientale.

 

Fig. 7. Tharros. Veduta aerea dell'area di su muru mannu.

Fig. 7. Tharros. Veduta aerea dell’area di su muru mannu.

 

Note:

[1] Cf. http://www.fenici.unibo.it/Fonti/Autori%20latini/Giustino%20-%20Storie%20filippiche.htm.

[2] Cf. ad esempio, E, Acquaro, Giustino XVIII, 4-7: riletture e considerazioni, in R. Rolle – K. Schmidt – R. Docter (edd.), Archäologische Studien in Kontaktzonen der antiken WeltId (= Verõffentlichungen der Joachim Jungius. Gesellschaft der Wissenchaften, 87), Göttingen 1998, pp. 13-17; Id., Cartagine. I fondamenti di un progetto mediterraneo (= Quaderni di archeologia e antropologia. Temi di archeologia punica – I), Lugano 2006.

[3] Cf. ad esempio, P. Bernardini, Giustino, Cartagine e il tofet, in Rivista di studi fenici, 24.1 (1996), 27-45.

[4] Cf. ad esempio, E. Acquaro, Dall’Elissa di Giustino alla Didone di Leopardi, in E. Acquaro – D. Ferrari (edd.), Le antichità fenicie rivisitate. Miti e culture, in E. Acquaro – D. Ferrari (edd.), Le antichità fenicie rivisitate. Miti e culture (= Biblioteca di Byrsa. Rivista semestrale di arte, cultura e archeologia del Mediterraneo punico, 5), Lugano 2008, pp. 25-48; S. Ribichini, Didone l’errante e la pelle di bue, in I.E. Buttitta (ed.), Miti mediterranei. Atti del convegno internazionale (Palermo-Terrasini, 4-6 ottobre 2007), Palermo 2008, pp. 102-14: T. Clavier, L’exemplarité de Didon dans les “Vies” de femmes illustres à la Renaissance, in Clio.Histoire, femmes et sociétés, 30 (2009), pp. 153-68; C.O. Santos Pinheiro, O percurso de Dido, rainha de Cartago, na literatura latina (= Varia, 75), Coimbra 2010; H. Lovatt, The eloquence of Dido: exploring speech and gender in Virgil’s Aeneid, in Dictynna: revue de poétique [En ligne], 10 (2013).

[5] Cf., fra gli altri, J. Svenbro – J. Scheid, Byrsa. La ruse d’Élissa et la fondation de Carthage, in Annales. Économies, Sociétés, Civilisations, 40.2 (1985), pp. 328-42; J.H. Starks, ‘Fides Aeneia’: The Transference of Punic Stereotypes in the ‘Aeneid’, in The Classical Journal, 94.3 (1999), pp. 255-83; G.H. Waldherr, «Punica fides». Das Bild der Karthager in Rom, in Gymnasium, 107.3 (2000), pp. 193-222.

[6] Cf. fra gli altri, M. Pinard, Sur le nom de Byrsa donné à la citadelle de Carthage, bâtie par Didon, in Mémoires de l’Académie des inscriptions et belles-lettres, 1 sett. (1708), p. 150.

[7] Cf. E. Acquaro, Il tofet santuario comunitario, in C. González Wagner – L.A. Ruiz Cabrero (edd.), Molk als Opferbegriff im Punischen und Hebräische und das Ende des Gottes Moloch, Madrid 2002, pp. 87-92 e, da ultimo, A. Campus, Costruire memoria e tradizione: il tofet, in Vicino Oriente, 17 (2013), pp. 135-52.

[8] Cf., da ultimo per la Sicilia, S. Cataldi, Alcune considerazioni su eparchia ed epicrazia cartaginese nella Sicilia occidentale, in A. Corretti (ed.), Atti delle Quarte giornate internazionali di studi sull’area elima, Erice 1-4 dicembre 2000, Pisa 2003, pp. 217-52.

[9] Cf. ad esempio, S. Tusa, La «problematica elima» e testimonianze archeologiche da Marsala, Paceco, Trapani e Buseto Palizzolo, in Sicilia archeologica, 25. 78-79 (1992), pp. 71-102, e, da ultimo, S.N. Consolo Langher, Gli Elimi tra Greci e Cartaginesi nella storia della Sicilia occidentale e nei trattati interstatali tra VI e IV secolo a.C., in Guerra e pace in Sicilia e nel Mediterraneo antico (VIII-III sec. a.C.). Arte, prassi e teoria della pace e della guerra. Quinte Giornate Internazionali di studi sull’Area Elima e la Sicilia occidentale nel contesto mediterraneo, 12-15 ottobre 2003, Pisa 2006, pp. 191-206.

[10] Cf. fra gli altri, L.A. Ruiz Cabrero, La devoción de los navegantes. El culto de Astarté ericina en el Mediterràneo in E. Acquaro – A. Filippi – S. Medas (edd.), La devozione dei naviganti. Il culto di Afrodite Ericina nel Mediterraneo. Atti del convegno di Erice, 27-28 novembre 2009 (= Biblioteca di Byrsa,7), Lugano, pp. 97-135.

[11] Cf. fra gli altri, E. Caruso – A. Spanò Giammellaro (edd.), Lilibeo e il suo territorio. Contributi del Centro Internazionale di studi fenici, punici e romani per l’archeologia marsalese, Marsala 2008.

[12] Cf, da ultimo, Mozia: scavi e ricerche. Dalle ‘Lokalsagen’ eraclidi a San Pantaleo, passando da Cartagine, in Rivista di studi fenici, 40.1 (2011), 67-74.

[13] Cf. ora per la Sardegna M.A. Fadda, S’Arcu e is Forros: il più importante centro metallurgico della Sardegna antica (con una Appendice epigrafica di Giovanni Garbini), in Rendiconti dell’Accademia nazionale dei Lincei, Classe di scienze morali, storiche e filologiche, ser. 9, v. 23 (2012), pp.197-234.

[14] Cf. da ultimo, J, Ramón Torres, Excavaciones arqueológicas en el asentamiento de Sa Caleta (Ibiza) (= Cuadernos de Arqueología Mediterránea, 16), Barcelona 2007; Id., La ciudad púnica de Ibiza: estado de la cuestión desde una perspectiva histórico-arqueológica actual, in Mainake, 32..2 (2010), pp. 837-66.

[15] Cf. da ultimo, E. Prados Pérez, Bastetanos y Bástulo-Púnicos. Sobre la complejidad étnica del sureste de Iberia, in Anales de prehistoria y arqueología, 17-18 (2001-2002), pp. 273-82.

[16] Valerio Massimo, Factorum et dictorum memorabilium libri novem, 9, 3ext2: Quam vehemens deinde adversus populum Romanum Hamilcaris odium! Quattuor enim puerilis aetatis filios intuens eiusdem numeri catulos leoninos in perniciem imperi nostri alere se praedicabat.

[17] Cf. da ultimo A. Prego de Lis, El reino Bárquida de Cartagena, in Cartagena histórica, 13 (2005), pp. 5-10.

[18] Cf. fra gli altri, E. Acquaro, Su i «ritratti barcidi» delle monete puniche, in Rivista storica dell’antichità, 13-14 (1983 – 1984), pp. 83-86.

[19] Cf. da ultimo, E. Acquaro, Tharros, Cartagine di Sardegna, in E. Acquaro – M.T. Francisi – G.M. Ingo – L.I. Manfredi (edd.), Progetto Tharros, Roma 1997, pp. 19-21.

[20] Cf. V. Santoni, Tharros – XI. Il villaggio nuragico di Su Muru Mannu, in Rivista di studi fenici, 13.1 (1983), pp. 33-140.

[21] Cf. E. Acquaro – M.T. Francisi – T.K. Kirova – A. Melucco Vaccaro (edd.), Tharros nomen (= Studi e ricerche sui beni culturali, 1), La Spezia 1999.

[22] Cf. fra gli altri, C. Tronchetti, La statuaria di Monte Prama nel contesto delle relazioni tra Fenici e Sardi, in P. Bernardini – M. Perra (edd.), I Nuragici, i Fenici e gli altri. Sardegna e Mediterraneo tra Bronzo Finale e Prima Età del Ferro. Atti del I Congresso Internazionale in occasione del venticinquennale del Museo “Genna Maria” di Villanovaforru 14-15 dicembre 2007, Sassari 2012, pp. 181-92 e il vivace dibattito riportato in http://monteprama.blogspot.it/

[23] Cf. ad esempio, A. Donati – R. Zucca, L’ipogeo di San Salvatore (= Guide e itinerari, 21), Sassari 1992.

[24] Cf. da ultimo, C. Del Vais, Tomba ad inumazione di età arcaica nella necropoli di Othoca (loc. Santa Severa, Santa Giusta-OR), in C. Del Vais (ed.), EPI OINOPA PONTON. Studi sul Mediterraneo antico in ricordo di Giovanni Tore, Oristano 2012, pp. 457-72.

[25] Cf. da ultimo, C. Blasetti Fantauzzi – S. De Vincenzo, Indagini archeologiche nell’antica Cornus (OR). Le campagne di scavo 2010 – 2011, in Fasti Online Documents & Research, 275 (2013).

[26] E. Acquaro, s.v. Tharros, in Enciclopedia Italiana – V Appendice, Roma 1995.

[27] Cf. fra gli altri, E. Acquaro, L’eredità di Cartagine: tra archeologia e storia, in A. Mastino (ed.), L’Africa Romana. Atti del VII Convegno di studio (Sassari, 15-17 dicembre 1989), Sassari 1990, pp. 73-79; Id., Note d’archeologia punica: questioni d’eredità, A. González Blanco – J.P. Vita – J.Á. Zamora (edd.), De la Tablilla a la Inteligencia Artificial, Zaragoza 2003, pp. 327-30.