McLuhan, Shakespeare e il potere (dei media)

di Gian Paolo Caprettini.

Il potere, genericamente parlando, si potrebbe definire come l’estensione dell’uomo. Forse questa è soltanto un’immagine antropologica che si riferisce alle capacità che soprattutto la mano esprime chiaramente, e anche il braccio, come fosse un utensile: “le prolongement de la main” secondo l’etnologo Leroi-Gourhan. Il potere è anzitutto una capacità tecnico-pratica di agire in uno spazio. La stessa capacità della scrittura si realizza in una gestualità che dà vita a una grafia espressa mediante una sequenza che occupa uno spazio.

Anche da qui discende la grande importanza dei media da intendere come espansioni delle braccia e della mente umani. Lo stesso uso dei personal, tablet e portatili mostra infatti all’opera un potere mediatico che si esprime nella utilizzazione del sistema mente-braccio-mano. Ma attenzione, Marshall McLuhan ha distinto lo spazio visivo, soprattutto analitico e lineare, dallo spazio acustico, simultaneo e sinestetico. E parallelamente, potremmo aggiungere, si deve distinguere l’attività della scrittura – che ha bisogno di un supporto, dal foglio di carta allo schermo, e che si effettua mediante la digitazione – dall’attività della voce, la quale al contrario è più sintetica che analitica, in quanto si diffonde in uno spazio che viene già dato e definito e ha scansioni e riconoscibilità grazie all’ascolto. Radicalizzando, la scrittura vede in posizione dominante il mittente, che la produce, la voce invece il destinatario, che la riconosce.

Scrittura e voce producono manifestazioni simboliche – “espansioni simboliche”, come le avrebbe chiamate Leroi-Gourhan – assai differenti: la prima istituisce documenti finiti, file costituiti da una sequenza quantificabile, la seconda esercita la sua forza in un contesto e produce effetti di verità assai differenti dal momento in cui si produce a quelli in cui venga riascoltata. La documentazione scritta, anche sul piano giuridico, ha per di più una efficacia e una verosimiglianza di natura differente da quella vocale. Sotto questi aspetti, nella nostra civiltà dei media, forti sono le somiglianze tra scrittura e immagine , tanto da farci notare quanto l’avvento dei telefonini e dei social abbia dato vita, un’altra volta, sull’onda della differenza tra telefono/radio e televisione, a due regimi di senso: uno improntato agli scambi orali-acustici-verbali, l’altro a quelli visivi-iconici-scritti. Messaggi di due distinti generi che poi, ovviamente, si compongono e si fondono in vari modi: ad esempio la scrittura veloce che si fa iconica ovvero l’immagine equivoca, ambigua che necessita di didascalie, di commenti grafico-verbali. A parte tutti i casi, diciamo più naturali, di media, come il cinema e la televisione, dove le fonti sono montate insieme e rese interdipendenti, tanto da generare un ambiente autonomo, quasi con una vita a sé stante.

Grazie a queste considerazioni potremmo evidenziare due forme di controllo, due tipi di poteri: uno connesso con le intercettazioni, ad esempio ambientali o telefoniche (vedi il meraviglioso film di Francis Ford Coppola “La conversazione”), e un altro connesso con le registrazioni di telecamere: sostanzialmente un potere che spia i pensieri e un altro che spia le azioni.

La civiltà dei media ci impone di passare continuamente da strutture lineari, alfabetizzate, discorsive, quelle della lingua, a configurazioni sintetiche, onnicomprensive. McLuhan, oltre cinquant’anni fa, parlava di post-alfabetismo, cioè di un ritorno a forme di comunicazione e di potere di tipo tribale, orale, spaziale, caleidoscopico: tutto quello che oggi ci ha, anche felicemente, invaso con i new media e i social ma che ci interpella allarmati sulla invasione dei nostri spazi privati, del nostro agire quotidiano. Un potere insomma, un controllo che discende direttamente dall’uso dei media, dalle onde alle tracce magnetiche.

Perché e come questa osservazione ci porta a Shakespeare? A poche pagine dall’inizio di uno dei suoi libri folgoranti, “Understanding Media” (Gli strumenti del comunicare, 1964) McLuhan cita più volte Shakespeare, a cominciare dalla celebre finestra di Giulietta: “Zitto! Che luce erompe da quella finestra?…Ecco: parla … e tuttavia non dice nulla” (“Romeo e Giulietta”, atto II, scena II), che a suo parere pare una moderna televisione; e poi un passo di “Otello” (atto I, scena II), quando Brabanzio accusa Otello dell’uso di “sporchi incantesimi”, di “droghe e filtri che fiaccano la volontà” al fine di “abusare della fragile giovinezza”di Desdemona: qui McLuhan fa un paragone con “il potere di trasformazione” dei media; e ancora in “Troilo e Cressida” Shakespeare, secondo McLuhan, “esprime la consapevolezza che una buona navigazione sociale e politica dipende dal saper prevedere le conseguenze delle innovazioni” (p. 18).

McLuhan è un visionario provocatore ma conosceva bene l’opera di Shakespeare che aveva studiato a Cambridge, dove aveva partecipato a una memorabile lecture tenuta da John Dover Wilson, nel 1934, l’anno prima che uscisse il suo celebre libro What happens in Hamlet (“Cosa accade in Amleto”).In effetti i due drammi principi per cogliere le articolazioni del potere sono “Amleto” e “Giulio Cesare”.

Il primo mostra un Amleto (erede dei miti arcaici della tradizione norrena e dell’Irlanda celtica, dove in realtà è più un semplicione che un eroe ma comunque un uomo non afflitto da dubbi) calato nell’inquietudine e nell’esitazione della vendetta, simulatore di follie, trascinato a valutare la colpa della madre che ha sposato l’assassino del padre pochi mesi dopo l’omicidio. Insomma il potere stritolato nelle questioni dinastiche, nel destino tragico delle decisioni politiche : Carl Schmitt riporta Amleto al problema della successione di Elisabetta sul trono di Inghilterra. Un Amleto che esprime le lacerazioni religiose e politiche dell’Europa, a pochi decenni dalla nascita di quell’era di Gutenberg, l’era della stampa, la prima complessa forma di meccanizzazione secondo McLuhan che ha generato nuove forme di organizzazione del lavoro. Così l’incertezza di Amleto riflette le inquietudini di un’epoca.

E “Giulio Cesare”? Celebre l’inizio, dove letteralmente si parla del carro del vincitore, dell’ingresso trionfante di Cesare a scapito di Pompeo.“O duri cuori, crudeli uomini di Roma, non conosceste Pompeo? Quante volte siete saliti sulle mura.. con i vostri bimbi sulle braccia e lì siete rimasti l’intera giornata per vedere il grande Pompeo , e quando vedevate appena spuntare il suo carro non avete innalzato gridi tali che il Tevere tremava?… Ed ora spargete fiori sul cammino di colui che viene a trionfare sul sangue di Pompeo! Andatevene” (atto I, scena I).

Il potere è dunque un teatro globale, uno spazio scenico in cui si muovono le forze e i destini, ma oggi, nota McLuhan nel 1972 in un’intervista, non ci accontentiamo più di essere spettatori, vogliamo essere protagonisti nel “teatro globale” che è diventato il nostro mondo, la nostra vita. “Non c’è più una platea: sono diventati tutti attori, tutti coinvolti nell’azione globale del mondo… Dopo la conquista della luna… lo stesso nostro pianeta è diventato un’astronave: ognuno sulla Terra è diventato membro dell’equipaggio”.

Analogamente Shakespeare dà vita a quel memorabile incontro di Amleto con l’attore che declama la morte di Priamo, che piange per Ecuba. “Gli attori sono la cronaca del nostro tempo” afferma Amleto: il teatro è nel teatro, ha offerto “uno specchio alla vita”, il mondo intero, nella poetica barocca, è diventato teatro. “Operare nella dimensione pubblica – notava Schmitt in Amleto o Ecuba (1956) – era operare su di un palcoscenico”; il potere, la politica dunque erano spettacolo e quindi da allora sarebbero stati pronti a venire anche smascherati sul loro stesso palcoscenico.

(… segue …)

Leggi l’articolo completo: Gian Paolo Caprettini, McLuhan, Shakespeare e il potere (dei media), in Scienze e Ricerche n. 36, 1° settembre 2016, pp. 9-11