La laicità: che cos’è

di Aldo Zanca.

Il tema della laicità continua ad essere, forse più di prima, all’ordine del giorno ed è per questo motivo che riproponiamo all’attenzione la Dichiarazione universale sulla laicità nel XXI secolo, che costituisce un’efficace e avanzata sintesi dei principi e dei contenuti della laicità, intesa come una dimensione fondamentale del metodo politico delle democrazie liberali.

Nel 2065, secondo l’Istat, un quarto circa della popolazione sarà costituito da stranieri. È presumibile che la grande maggioranza di essi sia di religione non cristiana, prevalentemente islamica. Un consolidato equilibrio culturale così diventa precario e rischia di spezzarsi. Occorre lavorare per cercarne un altro di tipo diverso. Si pone seriamente all’ordine del giorno la verifica della compatibilità di queste religioni e delle relative culture con i modelli di convivenza civile che si sono storicamente strutturati nei paesi occidentali sotto l’azione degli Stati nazionali, la cui politica era imperniata sulla formazione del “popolo” unito in una stessa tavola di valori. Il problema si pone egualmente sia all’interno che all’esterno, considerando l’elevatissimo grado di interdipendenza creato dalla globalizzazione. Si tratta della politica interna di integrazione e della politica estera di pace e di cooperazione.

Da questa situazione il concetto di democrazia liberale e, nel suo seno, di laicità vengono fortemente stressati. Bisogna accuratamente distinguere l’opportunità politica dalla difesa di alcuni intangibili principi fondativi del patto sociale vigente nel mondo occidentale. E poi magari, se è possibile, trovare un “ragionevole accomodamento” con spirito pragmatico.

Amartya Sen ha parlato di “pluralismo monoculturale” che consiste in una politica che consente alle varie culture di non integrarsi e di isolarsi, rimanendo sempre identiche a se stesse e incubando motivi di separazione e di ribellione.

Occorre distinguere tra multiculturalismo e “pluralità di monoculturalismi”. L’esistenza di una diversità di culture che si passano accanto come navi nella notte, può considerarsi un caso di multiculturalismo riuscito? La difesa del multiculturalismo che spesso si fa in nome della rivendicazione di una propria autonomia è solo una difesa di un monoculturalismo plurale.

Il multiculturalismo non registra solo la diversità ma addirittura la promuove come valore in sé sulla base di un malinteso relativismo culturale, che nega qualsivoglia differenza valoriale tra le culture. Avviene così che si opera il riconoscimento solo di quelle culture meglio organizzate e più visibili, facendo venir meno ogni criterio oggettivo di scelta in favore delle culture realmente più discriminate. Non è un caso che il più grande numero di persone che sono andate a combattere per l’Isis provenga dal Regno Unito, che pratica una politica di multiculturalismo rigoroso che garantisce una specie di apartheid al contrario.

La molteplicità delle dottrine religiose, filosofiche e morali presenti nelle società attuali non è contingente, ma è un carattere ormai permanente della cultura pubblica della democrazia, al punto che un’adesione prolungata e condivisa a una stessa dottrina potrebbe essere garantita solo mediante un uso oppressivo del potere politico.

L’adesione ai valori politici fondamentali poggia sulle ragioni che ogni cittadino può trovare all’interno del proprio credo (religioso, filosofico ecc.), ragioni che lo spingono a collaborare con gli altri  per la costruzione di un assetto sociale costituzionale, i cui principi possano stare nell’area di condivisione generatasi dall’esperienza vissuta della società liberale. Alla fine potrà emergere quel consenso condiviso che, senza giungere a riunificare il quadro cultural-politico e permanendo infatti le diverse concezioni del bene, purché siano ragionevoli, tuttavia instaura una concezione procedurale solo “politica” della giustizia, che poggia su un’interpretazione comune e vincolante dei diritti e delle principali politiche sociali, nel rispetto delle differenze fra le diverse concezioni del bene.

Le varie dottrine non vengono però messe al bando dallo spazio pubblico, ma viene messa al bando la loro pretesa di servire da base della decisione politica, che obbliga indistintamente tutti i cittadini. Il potere politico è un potere coercitivo, quindi deve essere legittimo, cioè i suoi principi basilari devono essere giustificabili. Tale giustificazione non può trarre i propri argomenti dalle varie dottrine del bene, perché non si può giustificare l’uso della coercizione verso tutti sulla base di argomenti che alcuni non condividono. La ragione pubblica non si alimenta con argomenti veri ma con argomenti ragionevoli, la dialettica politica non è tra verità ma tra opinioni. Non si tratta di affermare verità ma tesi che tutti possono condividere in quanto ragionevoli.

Le varie concezioni del bene, dunque, possono determinare l’adesione convinta alla concezione politica, ma esse non possono avanzare pretese di verità riguardo alla politica, perché non possono essere utilizzate per giustificare le decisioni politiche che, in quanto tali, impegnano tutti i cittadini.

Si tratta quindi di verificare se tutte le visioni etiche e religiose, che impegnano le persone nel loro intimo, possiedano i requisiti di ragionevolezza, possano cioè convivere tra di loro in modo non conflittuale, riconoscendo i vincoli politici derivanti da un nucleo di principi e valori, anch’essi puramente politici, ordinariamente contenuti nella Costituzione.

Il pluralismo è, dunque, un dato di fatto ormai incontrovertibile in tutti i paesi occidentali, anche in quelli poco o nient’affatto interessati dalle immigrazioni. Queste ultime, poi, nel breve-medio periodo non sono destinate a cessare né diminuire (semmai il contrario), poiché sono in piena azione potentissimi fattori di espulsione: miseria, guerre, persecuzioni. E non c’è dubbio che l’immigrazione introduce un aspetto traumatico nel pluralismo stesso, perché è portatrice di elementi culturali, etnici e religiosi introdotti dall’esterno e non maturati nel seno della comunità ospitante.

Quando il relativismo da metodo per la comprensione della diversità diventa un assoluto della storia, il riconoscimento della pluralità delle culture si traduce in una concezione di esse come entità stabili e chiuse in se stesse, nettamente definite, senza relazioni tra esse, con il rischio di perdere ogni criterio di giudizio morale e conoscitivo. La comune umanità si realizza attraverso e non malgrado le differenze e il progresso è il frutto delle reciproca fecondazione di tradizioni diverse.

Il modo tradizionale di concepire la laicità, e quindi i rapporti tra lo Stato e le confessioni religiose, nell’ambito della garanzia individuale alla libertà religiosa, è stato sconvolto  dall’irruzione, a seguito dei processi di globalizzazione, di un inedito pluralismo religioso e culturale all’interno delle società democratiche occidentali. È maturata, di conseguenza, la prospettazione di un modello di laicità che accentua la dimensione giuridica, cioè la metodologia considerata più adeguata per regolare i rapporti tra lo Stato e la società civile, senza la pretesa di ispirare tale metodologia a valori specifici. Si tratta di una laicità che assume positivamente il pluralismo organizzativo e normativo emergente a livello sociale, anzi assecondandolo finché non mette in discussione i valori indisponibili su cui si basa la convivenza civile.

Lo Stato laico non nega i valori, ma dichiara di non essere competente ad affermarli e lascia ai soggetti sociali (tra cui le confessioni religiose) il compito di definirli. Questi soggetti agiscono in regime di pluralismo e possono influenzare la legislazione statale, nella misura in cui i loro valori sono recepiti nella cultura del paese. Ma la legislazione non può identificarsi con alcuno dei sistemi di valori.

Occorre tenere ben chiara, nelle scelte politiche, la distinzione tra ciò che è riconosciuto come mera facoltà, che dunque rispetta l’autonomia di decisione e di dissenso del singolo (ad esempio, la legislazione sul divorzio o sull’interruzione di gravidanza), e ciò che invece diventa obbligo o divieto, restringendo gli spazi di libertà di ciascuno (ad esempio, l’impedimento ad accedere alle tecniche di procreazione assistita). Nel primo caso si rispettano le opzioni di tutti (credenti e non), nel secondo solo di alcuni, che però finiscono con il vincolare tutti gli altri alle loro convinzioni. La prima opzione è, in sé, conforme al principio di laicità dello Stato, la seconda no.

Bisogna francamente riconoscere che lo stesso principio di laicità è ambiguo perché concettualmente e praticamente non avrebbe nessuna ragione di esistere, come principio distinto da quello del pluralismo.

(… segue …)

Leggi l’articolo completo: Aldo Zanca, La laicità: che cos’è, in Scienze e Ricerche n. 34, 1° agosto 2016, pp. 50-56