Intorno al concetto di Serendipity e alle sue prospettive nell’ambito della ricerca scientifica

di Vincenzo Moretti.

1. Esiste una connessione forte tra la spinta all’innovazione che contraddistingue – fino a rappresentarne il tratto distintivo, l’imprinting organizzativo -, l’attuale fase di sviluppo, e l’importanza del concetto di Serendipity, in particolare nell’ambito della ricerca scientifica, della sua organizzazione, delle sue rivoluzioni, del rapporto tra organizzazione della scienza e valorizzazione del talento. Oggetto del presente lavoro è proprio il concetto di Serendipity, con alcuni dei principali processi che esso definisce, che con esso sono correlati, che da esso sono determinati.

Per introdurre tale concetto o, meglio, come scrive Robert K. Merton, il modello della Serendipity nella ricerca scientifica, si può ricordare che esso «consiste nell’osservazione di un dato imprevisto, anomalo e strategico che fornisce occasione allo sviluppo di una nuova teoria o all’ampliamento di una teoria già esistente». Merton argomenta così la sua definizione: «Prima di tutto, il dato è imprevisto. Una ricerca diretta alla verifica di una ipotesi dà luogo ad un sottoprodotto fortuito, ad una osservazione inattesa che ha incidenza rispetto a teorie che, all’inizio della ricerca, non erano in questione. Secondariamente, l’osservazione è anomala, sorprendente, perché sembra incongruente rispetto alla teoria prevalente, o rispetto a fatti già stabiliti. In ambedue i casi, l’apparente incongruenza provoca curiosità, stimola il ricercatore a trovare un senso al nuovo dato, a inquadrarlo in un più ampio orizzonte di conoscenze. [ …] Affermando che il fatto imprevisto deve essere strategico, cioè deve avere implicazioni che incidono sulla teoria generalizzata, ci riferiamo, naturalmente, più che al dato stesso, a ciò che l’osservatore aggiunge al dato. Com’è ovvio, il dato richiede un osservatore che sia sensibilizzato teoricamente, capace di scoprire l’universale nel particolare». Per cogliere il dato anomalo, imprevisto e strategico e, dunque, attivare il processo che siamo soliti definire Serendipity, occorrono, in definitiva, occhi e menti allenate che, come si avrà modo di approfondire più avanti, risultano particolarmente sollecitate quando operano in microambienti sociocognitivi “serendipitosi”.

2. A fare da più ampia cornice cognitiva di riferimento al presente lavoro è il concetto di “scienza normale”, mediante il quale Thomas Kuhn definisce «una ricerca stabilmente fondata su uno o più risultati raggiunti dalla scienza del passato, ai quali una particolare comunità scientifica, per un certo periodo di tempo, riconosce la capacità di costituire il fondamento della sua prassi ulteriore».

Proprio il riferimento a “un certo periodo di tempo” consente di introdurre un ulteriore, complementare eppure importante aspetto della questione, quello che mette in evidenza come l’attività di ricerca, governata da un paradigma, con la produzione di teorie, idee e fatti che da essa è determinata, contenga in sé gli elementi destinati a produrre il suo superamento, a rendere possibile quelle nuove scoperte che ad un certo punto renderanno necessaria l’adozione di un nuovo paradigma.

Khun dà conto di questo doppio processo a più riprese e da più punti di vista. Appare in particolare qui utile ricordare che a suo avviso: «la scoperta comincia con la presa di coscienza di un’anomalia, ossia col riconoscimento che la natura ha in un certo modo violato le aspettative suscitate dal paradigma che regola la scienza normale; continua poi con un’esplorazione, più o meno estesa, dell’area dell’anomalia, e termina solo quando la teoria paradigmatica è stata riadattata, in modo tale che ciò che era anomalo diventa ciò che ci si aspetta»; «l’anomalia è visibile soltanto sullo sfondo fornito dal paradigma. Quanto più preciso è tale paradigma e quanto più vasta è la sua portata, tanto più riuscirà a rendere sensibili alla comparsa di un’anomalia e quindi di un’occasione per cambiare il paradigma»; «una volta raggiunto lo status di paradigma, una teoria scientifica è dichiarata invalida soltanto se esiste un’alternativa disponibile per prenderne il posto»; «abbandonare un paradigma senza al tempo stesso sostituirgliene un altro equivale ad abbandonare la scienza stessa». È con il passaggio dal vecchio al nuovo paradigma, afferma ancora Khun, che si compiono le rivoluzioni scientifiche, cioè «quegli episodi di sviluppo non cumulativi, nei quali un vecchio paradigma è sostituito, completamente o in parte, da uno nuovo incompatibile con quello [… e che …] sono introdotte da una sensazione crescente, anche questa volta avvertita da un settore ristretto della comunità scientifica, che un paradigma esistente ha cessato di funzionare adeguatamente nella esplorazione di un aspetto della natura verso il quale quello stesso paradigma aveva precedentemente spianato la strada».

3. L’elaborazione mertoniana non poteva nascere certo dal nulla. A livello soggettivo, come lo stesso Merton racconta, l’incontro con il concetto di serendipity «fu chiaramente il risultato della convergenza di perlomeno quattro interessi che coltivavo da tempo: il mio interesse sociologico per il fenomeno generico delle conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali; il mio interesse metodologico per la logica della teorizzazione; il mio fondamentale interesse per la storia e la sociologia della scienza e il mio perdurante interesse per i neologismi che si rendono necessari per descrivere fenomeni appena scoperti e idee appena emerse». A livello generale, un ruolo decisamente importante ebbero le molteplici connessioni esistenti tra accumulazione del sapere nel corso dei millenni e progresso del sapere stesso, la faccenda dei nani sulle spalle dei giganti tanto cara a Bernard de Chartres, a Isaac Newton e a Merton stesso. Ma in realtà a testimoniare l’ampiezza e la ricchezza della questione sono soprattutto le tante menti ben preparate, le scatole nere, che hanno riflettuto intorno alla serendipity, alle sue caratteristiche, ai suoi effetti dal punto di vista psicologico, sociologico, epistemologico.

Di questa ampia produzione di teorie, idee, fatti, aneddoti saranno qui ricordati in particolare alcuni esempi che possono essere ricondotti al rapporto tra errore, sua documentazione e progresso scientifico. Si eviterà pertanto volutamente di fare riferimento sia a quelle che appare utile definire come semplificazioni di tipo canonico, quelle cioè che in vario modo collegano tout court la serendipity alla scoperta accidentale di una cosa mentre se ne sta cercando un’altra, sia a quelle, che chiameremo invece semplificazioni di tipo volgare, caratteristiche cioè di certa saggistica da grande pubblico, che associano la serendipity ad uno stato di personale benessere in versione new age o anche ad una sorta di strategica confusione nella quale vive e lavora il genio.

Il fatto che il concetto di serendipity sia nato al di fuori dei confini propri della ricerca sociologica e nel corso del tempo abbia raggiunto un pubblico sempre meno specialistico – con tutto ciò che questo significa sia dal versante della sua diffusione, di gran lunga più ampia di quella di norma riservata al sapere sociologico, che dal versante delle semplificazioni e dell’ambiguità dei significati che processi di questo tipo, per loro stessa natura, determinano -, è, e resta, semplicemente un fatto. Esso non impedisce però di fare delle scelte, da variegati punti di vista ne sollecita anzi la necessità, e quelle qui operate mirano a focalizzare l’attenzione intorno alla reale, concreta, quotidiana attività di ricerca, fatta di rigore, di metodo, persino di ripetitività. Questioni di inspiration and perspiration, come avrebbe detto il vecchio Thomas Edison. Questioni, come lo stesso Merton racconta, di falsificazione scientifica in termini sociologici dello Standard Scientific Article (SSA), di differenze tra il modo personale di sviluppare i propri pensieri e l’ordine nel quale essi vengono presentati agli altri. In definitiva le discrepanze tra l’effettivo corso di un’indagine scientifica e la sua documentazione pubblica nel momento in cui il saggio o la monografia scientifica vengono presentati con quell’aspetto immacolato che poco o nulla lascia intravedere delle intuizioni, delle false partenze, degli errori, delle conclusioni approssimative e dei felici “accidenti” che ingombrano il lavoro di ricerca, fanno sì che la documentazione pubblica della scienza non sia di per sé (in quanto tale) in grado di fornire parte significativa del materiale necessario alla ricostruzione del corso effettivo dello sviluppo scientifico.

(… segue …)

Leggi l’articolo completo: Vincenzo Moretti, Intorno al concetto di Serendipity e alle sue prospettive nell’ambito della ricerca scientifica, in Scienze e Ricerche n. 33, 15 luglio 2016, pp. 5-10