Flussi migratori e governance: dall’integrazione culturale alla gestione dell’interazione

di Antonio Iudici e Guido Pasquale.

Negli ultimi anni, le questioni riguardanti i flussi migratori nel territorio europeo sono passate da sfuocate figure di sfondo a immagini dotate di profondità di campo e nitidezza, quasi da necessitare, per essere inquadrate nella loro totalità, dell’uso di un obiettivo grandangolare (Livi Bacci, 2010). La presenza di comunità migranti sta avendo un forte riverbero a livello sociale, economico e politico (Guiraudon, 2000; Cornelius & Rosenblum, 2005; Fassin, 2005; Kashima, 2014), rendendo necessaria la gestione di problematiche in continua evoluzione, legate a inserimento, accoglienza o integrazione dei neo-arrivati (Berry, 2001; Benhabib, 2002; Berry, Phinney, Sam, & Vedder, 2006). Tale situazione assume spesso i caratteri dell’urgenza e dell’emergenza e viene talvolta interpretata in modo semplicistico, ovvero alimentando pericolose teorizzazioni sul rapporto tra autoctoni e immigrati (Bauman, 1997; Finney & Simpson, 2009), il cui effetto è quello di perturbare la coesione sociale nazionale ed europea (Zanfrini, 2011; Di Luzio, 2011). Anche per questo, la gestione dei flussi nel territorio europeo ha comportato tempestivi provvedimenti di governance istituzionale (WHO, 2010, 2011, 2012, 2014), sia in termini d’intervento immediato (urgenza) sia di (ri) progettazione dell’organizzazione dei servizi (emergenza) (European Commission, 2015). Uno degli ambiti maggiormente coinvolti da tali questioni è quello delle istituzioni, contesto in cui impiegati, operatori, assistenti sociali, educatori, psicologi, responsabili dei servizi territoriali e amministratori si trovano a collaborare nella gestione delle problematiche legate alle differenze culturali. Non sempre però l’oggetto della discussione e soprattutto il metodo della collaborazione appaiono condivisi, soprattutto in riferimento alle concettualizzazioni e ai termini usati per rappresentare le esperienze migratorie.

L’obiettivo di questo scritto è quello di offrire alcune considerazioni etimologiche, ma soprattutto epistemologiche, in merito all’uso dei costrutti cultura, integrazione e interazione, che possano porsi a sostegno dell’operatività dei vari ruoli che quotidianamente si confrontano con le questioni presentate.

Cultura: ente fattuale o categoria concettuale?

Il sostantivo cultura deriva dal sanscrito car, traducibile con le locuzioni verbali “muoversi tutt’intorno”, “cercare”, “aver cura di”, “occuparsi di” (Rendich, 2014), per divenire poi, nell’accezione latina, col, radice del verbo colo, di cui cŏlĕre è il nome dell’azione (ibidem). L’etimo conduce al coltivare, al far crescere per ottenere un frutto, e questo uso del termine conserva la connotazione sanscrita delle locuzioni “aver cura di”, “occuparsi di”. Il termine non si riferisce quindi a un oggetto (ente empirico-fattuale) percepibile e denotabile in qualcosa o qualcuno, bensì a un’astrazione, a un discorso che, come direbbe Wittgenstein (1967), prende un valore nell’uso stesso del termine. La processualità di questa unità simbolica non si può perciò ridurre né a chi compie l’azione (il cultor), né al risultato materiale dell’azione stessa (il cultus), il cosa viene prodotto. Ciò che si genera emerge tra i discorsi della comunità dei parlanti, i quali perciò si connotano come appartenenti (non proprietari) al medesimo processo, di cui sono essi stessi i cultori (ne “hanno cura”). La cultura si configura quindi come patrimonio comune in continuo divenire, generato nell’interazione tra i membri della Comunità. A partire da questa riflessione sull’etimo, siamo in grado di distinguere tra quanto pertiene al contenuto, il frutto del coltivare (ad esempio una lingua, una tradizione o delle norme), da quanto pertiene al processo, l’interazione tra i membri della comunità, ovvero facciamo riferimento al modo attraverso cui quei contenuti vengono plasmati, prendono forma.

Parlando di cultura facciamo quindi riferimento a un’astrazione categoriale generata nell’uso del linguaggio ordinario, non configurabile come un ente che “esiste” a prescindere dall’intervento di un osservatore (Salvini, 1998).

Dati questi assunti fondativi, se consideriamo la cultura come generata nell’interazione, non saremo più in grado di delimitarla o di identificare chi la possiede o meno, in quanto costituirà permanentemente il prodotto del contributo dei partecipanti. Confondendo quanto appartiene al dato sensibile con quanto appartiene a quello delle astrazioni categoriali, cadiamo nella trappola della reificazione (Bellan, 2013; Iudici, Salvini, Faccio, Castelnuovo, 2015), illudendoci di poter identificare la presenza o l’assenza di “qualcosa” di evidente. A ben guardare dunque (per senso scientifico), cultura perde il carattere di dato di fatto esistente di per sé in “natura”, posseduta o meno da qualcuno e dotata di confini o frontiere, configurandosi come continuamente prodotta nell’interazione tra i membri della Comunità. Attraverso tale esercizio epistemologico si può evitare di ibridare asserzioni di senso scientifico e affermazioni di senso comune per cui, non reificando i discorsi che generano le differenze culturali, si è sempre nella condizione di intervenire per generare un cambiamento delle configurazione di realtà.

Sulla spinta di quanto sopra, nel campo delle scienze umane sia che si faccia riferimento a universalismo, culturalismo o policulturalismo (Morris, Chiu, & Liu, 2015), che a multiculturalismo o interculturalismo (Romero, 2003; Mantovani, 2004) è necessario tenere presente che quando si parla di culture che fanno qualcosa, o di culture che influenzano qualcuno, si tratta di espedienti retorici e analitici, di astrazioni formulate dagli studiosi per indicare a posteriori processi storici, ma utilizzare tali categorie per leggere la nostra realtà quotidiana può essere fuorviante (Aime, 2013). Un esempio di come la reificazione del costrutto cultura possa portare a dei paradossi epistemologici può essere mostrato attraverso un’analisi del termine “integrare” e a ai modelli applicativi che ne derivano.

Integrazione: lo spettro dell’assenza

Il verbo integrare deriva dal latino intĕger, ovvero “integro”, che a sua volta deriva da intètiger, il quale è composto dal prefisso in- che sta per “non” e dal termine  tàg-ere o tàng-ere ossia “toccare”, traducibile con “non toccato”, “cui nulla è stato tolto”, “illeso”, “intero”, “completo”. Facendo riferimento all’uso di tale termine ci muoviamo verso il raggiungimento di un ipotetico stato di “integrità” e “completezza” della persona, la quale si suppone debba raggiungere il cento per cento rispetto a qualcosa. Tale definizione comporta però diversi interrogativi, sia teorici sia operativi. Per esempio: quando possiamo dire che qualcuno si è integrato? Quando sa la lingua più diffusa nel territorio in cui abita? Quando ha delle relazioni positive con i membri della comunità accogliente? Qual è il punto di arrivo dell’integrazione? Quando ci possiamo fermare? Qual è lo stato di “integrità” e “completezza”? È possibile identificarlo con precisione? Diviene certamente possibile farlo se comprimiamo la cultura all’interno di un contenuto, come una lingua o un’usanza. Diversamente, non diviene possibile farlo se ci riferiamo all’interazione tra i membri della comunità, essendo questi ultimi inseriti in un contesto interattivo e conoscitivo, dunque non riducibile esclusivamente a dei contenuti, ma anche a obiettivi, strategie e competenze relazionali, perciò a un modo di fare cultura, di appartenere alla Comunità.

Per “integrare” dovremmo anzitutto essere in grado di definire un criterio che ci consenta di dire “questo è lo stato di completezza e integrità che perseguo nella mia prassi operativa” e “questo è lo strumento di misura che mi permette di asserirlo”. Possiamo fare un’operazione del genere? Possiamo perseguire tale obiettivo? Se rispondiamo affermativamente stiamo già lavorando su un contenuto e su una reificazione di un costrutto, poiché già asserire “questo è lo stato di…” implica una reificazione del processo che non tiene conto del contributo di chi partecipa (appartiene) al processo. Forse è qui l’impasse. Il principio del “rendere integro” lo possiamo applicare ad un “oggetto” o un “contenuto” ben precisi, che peraltro in questa fase storica non possiamo certamente definire, considerato che stiamo parlando di esseri umani inseriti in una rete globale di interazioni, la cui regolazione dipende anche da accordi programmatici tra governi e che pertanto non contengono un a priori precostituito di ciò che si deve o meno “integrare”. Se interveniamo con tale principio, senza peraltro definire la “presenza” (la completezza) verso cui stiamo intervenendo, il nostro presupposto operativo rischia di essere quello della “mancanza”, ovvero di credere che agli individui manchi sempre qualcosa. Nel corso della pur giovane storia di immigrazioni nel contesto italiano, le mancanze maggiori sono state recentemente rappresentate prima dai meridionali, poi dai cinesi, poi dagli albanesi, poi dai rumeni, infine da sudamericani e siriani. E questo è un gioco senza fine, in cui veniamo tenuti in scacco da uno spettro, quello dell’assenza di qualcosa, trovandoci perennemente a rincorrere un traguardo irraggiungibile come l’isola di Itaca per Ulisse. Di fatto quello che manca è sempre ciò che ci aspettiamo e vorremmo da loro. Questo presupposto caratterizza molti degli interventi cosiddetti di integrazione, che si traducono spesso nel chiedere al migrante di adeguarsi incondizionatamente alla “cultura” verso cui sono destinati, e non di farne parte (appartenenza).

La governance delle interazioni

Sulla base delle riflessioni finora offerte, la proposta veicolata da questo scritto è quella di inserirsi nell’operatività a livello del processo, fondando come principio di regolazione dei rapporti sociali il costrutto di interazione. Possiamo definire l’interazione come quel processo diacronico mediante il quale si generano, a partire da due o più elementi a loro volta generati dal medesimo processo (precedentemente e contemporaneamente), assetti/configurazioni che possono essere descritti – e dunque appartenere a – o da linguaggi formali (dunque teorici) o dal linguaggio ordinario (Turchi & Orrù, 2014). A partire da questo costrutto, si rende necessario anzitutto “salire di quota” per osservare non esclusivamente un singolo, ma l’intera rete comunitaria, gli assetti che si generano nell’interazione tra i membri della stessa e in seguito, assumere l’impossibilità di determinare una relazione causale nelle dinamiche interattive, per esempio migratorie. Adottando l’incertezza e l’indeterminatezza come principio conoscitivo, per dirla con Heisenberg (1978; Lederman & Hill, 2013), possiamo asserire che non si tratta di agire/operare/intervenire in termini di controllo delle interazioni (equiparandole impropriamente a meccanismi) ma di gestire e governare le stesse. Non possiamo controllarle in quanto non possiamo prevederne deterministicamente l’assetto, ma possiamo lavorare in termini di governo, anticipandone dei possibili legami interattivi e gli interventi più pertinenti su di essi. Guidati da tale presupposto gli interventi non si focalizzeranno esclusivamente sulle mancanze del singolo ritenuto isolato, ma sulla comunità a cui ogni individuo appartiene e in cui ognuno offre il proprio contributo generando senso, significati e assetti interattivi.

Sul piano operativo l’intervento professionale si pone a livello di promuovere competenze anziché capacità.

(… segue …)

Leggi l’articolo completo: Antonio Iudici, Guido Pasquale, Flussi migratori e governance: dall’integrazione culturale alla gestione dell’interazione, in Scienze e Ricerche n. 33, 15 luglio 2016, pp. 17-21