La scuola come possibile fattore di rischio

di Francesca Antonella Amodio.

Cominciai a delineare la mia ipotesi di ricerca all’incirca nel 2010, grazie a un paziente di 50 anni giunto al mio studio di psicoterapeuta in uno stato depressivo piuttosto severo, che aveva alterato i suoi parametri fisiologici in merito all’alimentazione e ai ritmi sonno-veglia. Nel giro di pochi incontri mi resi conto di essere di fronte a un DSA non riconosciuto, questo grazie alla mia esperienza di tanti anni sui DSA, una competenza che sinora non ha fatto parte del bagaglio degli psicologi clinici. Aver ipotizzato che alla base del suo profondo senso di inadeguatezza vi fosse un percorso scolastico fortemente frustrante, mi ha consentito di indagare sulla sua storia scolastica, elaborando infine assieme a lui le radici di tanta fragilità e riscrivendo un nuovo senso di sé maggiormente saldo e coeso. Il successo terapeutico di tale processo mi ha spinto pian piano ad indagare in tale direzione con i vari pazienti che mi consultavano e presentavano in qualche modo un simile quadro psicologico. Nel tempo è emerso che ben un 30% dei miei pazienti aveva alle spalle un percorso scolastico così difficile e doloroso da poter essere ipotizzato quale evento traumatico alla base dei loro disturbi. A verifica di tale ipotesi ho pensato di utilizzare i test dei DSA per adulti: in quanto test standardizzati in grado di oggettivizzare le diverse difficoltà nello studio, essi avrebbero conferito maggior scientificità al mio lavoro. Se i test fossero risultati positivi avrebbero dato obiettività al ricordo soggettivo e individuale delle difficoltà incontrate dai soggetti testati nel percorso scolastico.

Volendo quindi verificare quanto la scuola potesse rappresentare un fattore di rischio, così come molte famiglie continuavano a ripetermi, ho pian piano pensato ad un impianto sperimentale che potesse darci una percentuale di tale possibilità di rischio nell’ambito del disagio psicologico. Ho preso a riflettere che, se le stime indicavano una distribuzione dei disturbi specifici di apprendimento pari all’incirca al 5% della popolazione e tenuto conto che solo da pochi anni in Italia si parlava di questo disturbo, c’era almeno un 5% di adulti assolutamente ignaro di avere tale caratteristica. Un 5% che, con grande probabilità, in età infantile mostrava il quadro emotivo di un DSA e che, se l’ipotesi fosse stata convalidata, avrebbe dovuto manifestare nel tempo un qualche disturbo psicologico. Ancora, se è vero che agli psicoterapeuti si rivolgono coloro che stanno attraversando un momento di disagio psicologico, era lì che si poteva testare quanto un percorso scolastico altamente frustrante potesse essere responsabile di disturbi conclamati in età adulta. Se tale ipotesi fosse stata reale, la distribuzione dei DSA tra la popolazione che si recava nello studio di uno psicologo, di uno psichiatra o presso una struttura residenziale, non avrebbe più dovuto essere del 5%, ma ben maggiore. Partendo da tale assunto, a ricerca sperimentale compiuta, nel mio studio tale percentuale si è rivelata superiore al 30%, mentre nel centro di recupero per le tossicodipendenze ha superato il 40%, mettendo in evidenza un dato non certo irrilevante. Questo lavoro, dunque, vorrebbe ridarci il senso di quanto un percorso scolastico non adeguato alle caratteristiche individuali potrebbe effettivamente essere un fattore di rischio. L’impianto sperimentale è stato semplice, in sintesi la ricerca si è articolata nel seguente modo:

1. somministrazione dei test diagnostici a un campione di 17 pazienti con un disagio psicologico che si è ipotizzato derivante da un DSA pregresso non diagnosticato;

2. verificata la reale presenza di un DSA nei soggetti campione, strutturazione di una griglia con gli indicatori comportamentali rilevati, quali indici di un disturbo psicologico originato da un DSA pregresso e non riconosciuto;

3. somministrazione dei test diagnostici a un gruppo di controllo di altri 17 soggetti, inviatimi da altri specialisti e individuati in base ai criteri esplicitati nella griglia da me elaborata;

4. verificata l’ipotesi con la conferma di diagnosi di DSA nel campione di controllo, diffusione dei dati.

Per la rilevazione della presenza di un effettivo DSA nei pazienti adulti, ci si è avvalsi della collaborazione del Centro Diagnostico per adulti di Reggio Emilia, il primo centro pubblico in Italia, guidato dal dottor Enrico Ghidoni, che ringrazio di cuore assieme al suo staff.

Il primo campione di 17 casi, di varie età e sesso, era costituito tutto da pazienti giunti a me negli anni tra il 2010 e il 2014 per una consultazione rispetto a vari disturbi psicologici. Essi mostravano, come caratteristiche salienti e in misura diversa, alcuni dei tratti seguenti: stato depressivo; crisi di ansia; ansia da prestazione; senso di estraniamento; quadro dell’incompreso; senso di solitudine; insicurezza patologica; disistima profonda di sé; rabbia repressa o agita; fobie; paure profonde, quale quella di inadeguatezza e quindi dell’abbandono; bisogno patologico di piacere e/o di essere al centro dell’attenzione; dipendenza affettiva; dipendenza da sostanze psicotrope o da comportamenti compulsivi; comportamenti autolesivi; disturbi del sonno e/o dell’alimentazione; somatizzazioni; ecc. Tutti questi tratti sono stati da me poi riassunti nella griglia elaborata, quali indicatori di un possibile DSA non riconosciuto.

Vorrei per prima cosa dare un’idea della ferita profonda nella stima di sé che un percorso scolastico fallimentare comporta. Nel farlo, mi avvarrò della mia lunga esperienza con i bambini con DSA. Questi, ovviamente, presentano una storia di continue frustrazioni scolastiche e un quadro psicologico con alcuni tratti piuttosto comuni, che ben presto prende a distinguerli. Èsoprattutto di questo che mi occupo: accompagno a diagnosi centinaia di bambini e ragazzi e, con loro, i genitori. A volte si danno per scontate troppe cose, a volte il personale sanitario dimentica che chi ha di fronte ignora la problematica, che risulta invece di routine per gli specialisti del settore; ignora l’immaginario che si ha della diversità, la paura profonda che comporta. Se da un lato la necessità di creare categorie nosografiche tutela, dall’altro stigmatizza. In una società pronta a penalizzare il diverso, inserirlo in una categoria medica di cui tener conto nella valutazione dei suoi comportamenti, se pur gli dà una sorta di lasciapassare, nel contempo lo definisce come malato. L’eccessiva medicalizzazione delle differenze ha i suoi grossi rischi, resi più grandi dalle possibilità di speculazione economica che questo comporta. Se la scelta è fra l’essere individuato come DSA e l’essere definito asino, si sceglie la prima alternativa, perché venga data la possibilità di un percorso di studi confacente alle proprie caratteristiche e che consenta di ottenere i risultati desiderati, piuttosto che venire bollati come chi non vuole saperne dello studio, sino all’abbandono dello stesso e, con esso, di tutti i propri sogni. Ma poi si è un DSA, qualcuno che ha un disturbo, qualcuno che è diverso perché ha qualcosa in meno. Questo meno terrorizza ovviamente i genitori e ancor più i diretti interessati. Ecco che accompagnare a diagnosi vuol dire prima di tutto spiegare in cosa consiste questa disabilità, quanto consenta di raggiungere i medesimi risultati, dopo che si è compresa nei suoi meccanismi di pensiero, accompagnata e guidata con le giuste metodologie e percorsi didattici mirati. Un esempio vale più di mille parole: io stessa ho un DSA, tre lauree e diverse specializzazioni. Non essendo diffusa una visione della diversità quale opportunità, è pratica piuttosto comune definirla come disturbo, malattia. I soggetti che in questo secolo sono appartenuti ed appartengono alla categoria dei DSA (che già nella definizione, difficoltà specifiche di apprendimento, lascia pensare a difficoltà nell’apprendimento e non nell’utilizzo dei mezzi usati comunemente nella trasmissione dei contenuti), hanno avuto dunque la percezione di essere mancanti, deficitari, per non dire deficienti.

Quello che in questi casi ne deriva è la strutturazione di un sé fragile, pronto a sentirsi inadeguato, colpevole. Infatti, la prima cosa che tutti fanno è colpevolizzare la vittima: è colpa sua se non è bravo a leggere, è cosi facile! Èsua la responsabilità di tutti i problemi che incontra: perché non si applica, perché non ci mette la giusta attenzione, così per le tabelline che non riesce a memorizzare, o per gli errori di fusione, di doppie e di elisioni, per non parlare di quelli ortografici. La colpa è sua, tutta sua.

Dunque questo lavoro è mirato a sottolineare quanto la scuola possa essere un fattore di rischio per la strutturazione di un sé saldo e coeso e possa rappresentare un evento traumatico vero e proprio. Sia ben chiaro, il mio non è un attacco all’istituzione scolastica, che io ritengo primaria e fondamentale, anzi rappresenta un riconoscimento del suo grande potenziale: come ogni strumento potente, è in grado di incidere profondamente, sia nel bene che nel male. Il mio vorrebbe piuttosto essere un tentativo di migliorare sempre più questo prezioso organismo a cui sento di appartenere, poiché da più di trent’anni io stessa insegno in un liceo. Come già detto, mi sono avvalsa dei criteri diagnostici per i DSA per avere a supporto della mia tesi dati verificabili, ma ritengo che qualsiasi percorso scolastico fallimentare, qualsivoglia siano i motivi ad esso sottesi, possa dare origine al medesimo quadro psicologico che, a seconda della storia personale di ciascuno, evolverà o meno verso varie patologie.

Nella nostra società, in un’età compresa tra i 3 ed i 18 anni (ma anche dopo, per chi frequenta l’università), il maggior fattore della stima sociale del sé, se non l’unico, è rappresentato dalla riuscita nei percorsi scolastici e, come Pennac insegna, andare male a scuola è sempre un grande dolore, per tutti, anche per quelli che non vogliono darlo a vedere. Per questi, anzi, forse lo è ancora di più.

Il sé non è un datum, esso si costruisce nel tempo in base ai rimandi che ci provengono dall’esterno e, se questi sono tali da rimandarci continui fallimenti, l’immagine che ci si costruirà di se stessi sarà sicuramente fallimentare. Come uno specchio in cui poter vedere riflesso il proprio viso, l’ambiente esterno riflette al bambino l’immagine del suo sé in fieri e in quella esso prenderà inevitabilmente a riconoscersi.

Riandando all’ipotesi della possibilità che la scuola per alcuni possa costituire l’evento traumatico, corre l’obbligo chiarire in breve cosa la psicologia definisce trauma. Il termine trae origine dal greco, dove sta ad indicare una ferita grave con effetti permanenti; in psicologia viene ripresa la sua accezione di ferita, ma intesa non come lacerazione di tessuti che normalmente non presentano alcuna soluzione di continuità, bensì come rottura dell’equilibrio emotivo e psicologico dell’individuo. Personalmente, anche in forza dei risultati della presente ricerca, sposo la definizione che vede nel trauma la rottura di un legame: con se stesso, con l’altro, con la realtà.

Ad ogni buon conto, il trauma produce un evento non traducibile in parole: chi lo ha subito non lo può raccontare. Esso si costruisce in due tempi: nel momento dell’evento traumatico e nel disconoscimento dell’ambiente circostante che, negandolo, lo rende patogeno.

Per una serie di circostanze, questi elementi appaiono tutti in chi, pur essendo supportato da buone capacità intellettive, presenta difficoltà scolastiche: le sue difficoltà finiscono per essere ascritte a un suo scarso impegno e ad una sua cattiva volontà. Le umiliazioni e le punizioni a cui sarà quotidianamente sottoposto a scuola saranno ritenute giuste da tutti, compagni e familiari compresi (disconoscimento del trauma). Sarà ingabbiato in una difficoltà di cui non conosce il nome, negata da tutti ma che pure vive e da cui non può difendersi che con la dissociazione, lo spostamento, la distorsione della realtà, finendo per identificarsi con l’aggressore e sentendosi così, in qualche modo, in colpa lui stesso.

Questo lavoro, oltre a supportare la necessità di una didattica maggiormente inclusiva delle diversità che sottragga alla medicalizzazione le differenze individuali, si è mostrato un valido strumento nella mia pratica psicoanalitica: verificare l’ipotesi che, dietro determinati quadri psicologici disfunzionali in età adulta, l’evento traumatico iniziale potesse essere stato il proprio percorso scolastico e identificare in questo modo il trauma, ha reso più facile e veloce la risoluzione degli attuali disagi psicologici dei casi testati.

Rimandare loro l’origine del proprio senso di inadeguatezza, tranquillizzarli sulle proprie capacità intellettive, dimostrando loro di essere solo dei DSA non riconosciuti, ha ottenuto un effetto rassicurante già nell’immediato. Non individuare nella realtà l’evento traumatico e riportarlo alla sola realtà intrapsichica potrebbe rischiare di «ritraumatizzare il paziente in terapia, proprio attraverso la ripetizione di quella negazione della realtà da parte di un adulto in posizione di autorità che nel suo passato avrebbe dovuto essere testimone e invece ha preferito non vedere». (Clara Mucci, Trauma e perdono. Una prospettiva psicoanalitica intergenerazionale)

Lavorare sull’evento traumatico reale mi ha consentito di riscrivere assieme a questi pazienti una storia che era stata fatta da continui rimandi di incapacità. Il primo dato che mi è saltato agli occhi, una volta assunta questa ipotesi nella lettura dei casi, è stata la rimozione dell’evento traumatico stesso. Alle domande circa la propria storia scolastica, la maggior parte di loro la definiva normale.

Nei casi di abbandono scolastico, la risposta era quella che in realtà la scuola non avesse mai veramente suscitato il loro interesse, salvo avere le lacrime agli occhi nel momento stesso in cui facevano tale affermazione.

Quanti invece, seppure con enormi sforzi, erano arrivati a conclusione di tale percorso, magari accontentandosi di studi diversi da quelli che avrebbero voluto, hanno avuto bisogno di molto tempo perché gli eventi fortemente traumatici della loro infanzia scolastica emergessero alla consapevolezza.

Verificata, dunque, la mia ipotesi con i primi 17 casi, ho proceduto all’elaborazione della griglia con gli indicatori psicologici che ho ritenuto possano indurre a vagliare l’ipotesi di un percorso scolastico frustrante come evento traumatico rimosso nel paziente. L’ho sottoposta all’attenzione di alcuni specialisti, precisamente ai dottori: Marilena Bencivenga, Mimmo Maggi, Giuseppe Ruggiero e Nadia Sanza, tutti afferenti a diversi approcci psicologici, alcuni con specifiche competenze relazionali, altri neuropsichiatriche, altri ancora con un’esperienza pluridecennale rispetto alle dipendenze da sostanze psicotrope.

Tutti i soggetti individuati da questi specialisti in base alla mia griglia e testati dietro loro invio, sono risultati DSA, alcuni con grado severo. Colgo l’occasione per ringraziarli della loro preziosa partecipazione a questo studio, un ringraziamento particolare va alla dottoressa Sanza per alcuni preziosi suggerimenti in merito allo schema da me elaborato.

La griglia che segue vuole essere un indicatore di segnali e sintomi che potrebbero ricondurre ad un DSA non riconosciuto.

(… segue …)

Leggi l’articolo completo: Francesca Antonella Amodio, La scuola come possibile fattore di rischio, in Scienze e Ricerche n. 33, 15 luglio 2016, pp. 43-51